+Atanasio di Limassol: PADRE PAISIO DEL MONTE ATHOS

Prima di tutto faccio presente che, visto che non avevo mai pensato che sarebbe arrivato il momento di raccontare la vita di padre Paisio e in ogni caso neppure io ho mai raccontato la propria vita nei dettagli, ci potrebbero essere dei problemi sulle date e sul corso degli avvenimenti. È difficile raccontare, soprattutto perché il padre era davvero un sant’uomo, ma non ce ne rendevamo conto e allora capivamo ben poco. Preghiamo perché Dio ci aiuti almeno a raccontare gli avvenimenti così come li abbiamo visti e che le persone che ascoltano questo racconto lo apprezzino nella misura loro concessa.

Ho conosciuto padre Paisio nel settembre del 1946. Ero al Monte Athos per la prima volta e con i miei compagni di studi avevamo fatto visita al padre presso il suo eremitaggio della “Vera Croce”, vicino al monastero di Stavronikita. L’ho conosciuto là. Posso dire che stavamo andando a fare visita ad un padre, del quale avevamo solamente sentito parlare, con un senso di curiosità. Ci accolse con grande amore, ma devo riconoscere che il primo incontro mi deluse un po’: non conoscevo i misteri di quelle persone spirituali. Quando vidi il padre che ci accoglieva con una tale semplicità, ci offriva del cibo, che scherzava e rideva, iniziai a dubitare che quella persona potesse essere un santo, come si diceva. Pensavo che i santi dovessero stare in silenzio e seri: quella era la mia idea di santo. Ma la realtà capovolse le nostre idee.

Il primo avvenimento del quale fui testimone fu che quando uscimmo e lo stavamo per salutare baciandogli la mano, avvenne qualcosa che era davvero un intervento divino, visto che tutte le montagne, tutta l’aria attorno a noi si riempì di un profumo indescrivibile. Profumo dappertutto. Il padre se ne rese conto e ci chiese di andarcene, mentre lui ritornava alla sua cella. Noi, che eravamo in tre, non capendo quello che stava avvenendo, ci dirigemmo a Karyes, ma dentro ad ognuno di noi regnava una gioia indescrivibile che non riuscivamo a spiegarci. Non capivamo né perché stessimo correndo, né perché profumassero tutte le montagne, l’aria, i sassi, tutto intorno. Quello che stavo vivendo era qualcosa di incredibile. Questa fu la prima volta che incontrai padre Paisio.

La sua infanzia l’aveva trascorsa a Konitsa. Come ci raccontò, quando aveva quindi anni, aveva l’abitudine di inoltrarsi nei boschi dove costruiva delle capanne di rami e lì pregava in solitudine versando lacrime. Davvero si trattava di una grazia particolare. Ne sentiva la dolcezza e avrebbe voluto rimanere là solo a pregare il Cristo. Una volta, durante la preghiera al Cristo, lo vide davanti a sé con il Vangelo aperto in mano che gli diceva quello che c’era scritto. Gli disse: “Arsenij, io sono la Risurrezione e la Vita, chi crede in Me, anche se muore vivrà”. Questa apparizione del Cristo, per quello che ne so, fu la prima di una serie di rivelazioni divine e, probabilmente, momenti fondamentali per il suo successivo cammino verso la vita monastica.

Il padre cercava in tutti i modi di evitare che si parlasse di lui e posso dire che il solo momento in cui diventava severo, ma così severo che tutti avevano paura, era quando qualcuno si metteva a raccontare di miracoli che lo riguardavano.

Quando andai a trovarlo nel 1976 gli dissi: “Padre, lei è molto famoso nel mondo, gode di un’ottima reputazione presso la gente”. Ma lui, mettendosi a ridere, mi rispose come sempre in modo scherzoso e saggio: “Quando ora sei salito qui, sei passato di fianco alla discarica?”. Io gli risposi: “Sì, ci sono passato, quella vicino a Karyes”. Continuò scherzando: “In quella discarica ci sono moltissime lattine e quando sale il sole brillano tutte. Capita così anche con gli uomini: vedono come splende il sole sulle lattine, come su di me, e pensano che sia oro; ma se ti avvicini, figlio mio, ti accorgi che sono solamente delle lattine nelle quali si conservavano dei calamari”. Poi quando ci mettemmo a parlare seriamente, ogni tanto diceva con tristezza: “Per me, padre mio, il mio più grande nemico è proprio il mio nome. È un dolore per ogni persona o monaco il cui nome diventa famoso perché poi non avrà più pace e la gente inizierà a fantasticare storie che non rispecchiano la realtà: allora lui diventerà oggetto di dispute”. Tantissima gente visitava il suo eremitaggio. Non appena arrivava l’autobus a Karyes e si otteneva il permesso di soggiorno, tutti volevano andare da padre Paisio. Talvolta quando andavo da lui e non mi apriva la porta, mi meravigliavo. Altre volte mi diceva: “Guarda, sto pregando e se il Signore me lo fa sapere, ti apro”.

Era una persona per la quale la cosa principale era la preghiera e dopo di quella, il servizio alla gente. Nonostante tutte le difficoltà e i patimenti che aveva passato, era una persona che era già come senza corpo; una persona che non sapeva che cosa fosse il sonno o il riposo. Era sempre ben disposto e con amore accettava sempre nel suo cuore le sofferenze altrui. Mi ricordo che a Natale del 1981 andai a trovarlo. Dopo il servizio della notte di Natale stavamo a conversare e mi spiegò che l’amore di Dio è una cosa enorme. Mi diceva che l’amore di Dio vive nell’uomo come un fuoco. Allora mi raccontò: “Alcuni anni fa quel fuoco bruciava in me così forte che le mie ossa si scioglievano come candele e una volta scese su di me una tale grazia, mentre camminavo, che caddi in ginocchio e non riuscivo più ad andare avanti. Avevo anche paura che mi potesse vedere qualcuno e non capisse che cosa mi stesse succedendo”. Dopo otto anni quel grande amore si trasformò, senza abbandonarlo certamente, in una grande compassione verso il mondo. Evidentemente da allora, fattosi dimora di Dio, il padre si dedicò ai sofferenti.

Verso la fine, facevano visita a Paisio persone di ogni genere: istruite, non istruite, vescovi, insegnanti e addirittura gente di altre professioni religiose, gente di ogni tipo.

Generalmente anche i luoghi dove visse erano impensabili: l’eremitaggio della “Vera Croce” era così lontano da tutto che non si vedeva nessun edificio abitato nelle vicinanze. Un deserto. Mi ricordo quello che mi disse il padre: “Se senti qualche rumore di notte, non aver paura: o sono cinghiali o sciacalli”.

È noto che tutta la vita del padre fu toccata da dolori. Mi ricordo di quando aveva delle terribili emicranie: si metteva sulla fronte dei cerotti per attenuare il dolore. Alcune volte quando stava male diceva: “Ascolta quello che ti dico, padre mio: a me il mio dolore ha portato molto più frutto che la mia salute”. E, nonostante le sofferenze, non trascurava mai i suoi impegni. È incredibile che abbia continuato la sua lotta fino al completo dissolvimento. Mi ricordo che al monastero c’era il servizio notturno di Natale che durava circa dieci ore. Il padre durante il giorno incontrava le persone e non poteva riposare. Durante tutto il servizio notturno rimase in piedi. Ero vicino a lui e aspettavo che si sedesse. Per tutta la notte non si sedette mai: sempre in piedi. Ad un certo punto mi disse: “Non puoi allontanarti un po’? Sembri un poliziotto!” Aveva capito che gli stavo vicino per vedere quando si sarebbe seduto.

Il suo amore lo elargiva senza limiti e generosamente a chiunque venisse a trovarlo, soprattutto ai sofferenti e ai giovani. Un caso in particolare mi fece un’impressione molto singolare. Era il 1982, quando all’Athos arrivò un giovane di Atene; era un ragazzo pieno di turbamenti che si era immischiato in varie difficoltà, deluso dalla propria vita e da quello che aveva attorno, vestito con abiti sporchi; tutto il suo aspetto rifletteva la sua instabilità e turbolenza interiore. Lo accompagnai da padre Paisio, gli parlò e se ne andò.

Dopo un paio di mesi ritornò e, piangendo, mi raccontò questo: era ad Atene, si sentiva triste per i suoi fallimenti, prese allora la sua moto e corse via per farla finita. Correva a grande velocità e diceva: “Non c’è nessuno al mondo, nessuno che mi ami, a cui interessi, sarebbe meglio che morissi, che la facessi finita”. Uscì dalla città e correva sulla strada col pensiero di uccidersi. Improvvisamente la sua moto si fermò senza nessun motivo apparente e in quell’istante gli apparve davanti padre Paisio che gli diceva: “Fermati, non farlo!”. Non appena vide il volto del padre, si ricordò che lui era stato l’unica persona che davvero gli aveva dimostrato il suo amore. Padre Paisio era un uomo molto caloroso e aperto. Quando andavano a trovarlo dei giovani con dei problemi, mostrava loro un tale amore come se fossero dei bambini piccoli e così quei giovani trovavano conforto. Dopo che quel ragazzo mi raccontò quella storia, andai dal padre e gli chiesi: “Davvero è capitato quello che dice?”. Lui mi rispose: “Non lo so, ma so che spesso quando prego nella mia cella, lo Spirito Santo mi porta negli ospedali, nelle case di chi soffre, dalle persone che vogliono commettere suicidio. Io non faccio nulla: prego solo e accendo delle candele”. Nella sua cella davanti alle icone c’erano sempre delle candele accese. Era una cella povera, di un asceta, senza nulla di superfluo, con le icone alle pareti e con le candele accese davanti.

Quando si ammalò e stava disteso nella sua cella della “Vera Croce” io lo curavo: dovevo entrare spesso nella sua cella. Era molto piccola: due metri e mezzo per due e il padre accendeva sempre una stufa russa costruita dentro la parete, perché lui pativa il freddo. Il suo letto stava in un angolo, un letto di legno, simile ad una bara e sopra tantissime icone e ancora sopra un grande “schema” da monaco russo. In un altro angolo sul pavimento c’erano dei vecchi stracci che fungevano da tappeto. Mi disse prendendomi in giro: “È un tappeto persiano: me lo hanno portato da Bagdad”. Erano degli stracci che erano stati usati sotto le selle dei muli. Aveva anche una piccola panca dove sedeva quando pregava, una tavola che teneva sulle ginocchia per scrivere e una nicchia nel muro con dei fogli di carta e un paio di matite.

Padre Paisio era davvero povero: non possedeva nulla. Tanta gente gli lasciava dei soldi, li nascondevano così che poi lui potesse trovarli. Ma il padre quando li trovava, li metteva nei libri o nelle riviste che poi regalava. Era così povero che, mi ricordo mi disse, non aveva nemmeno cinquecento dracme per comprarsi il pane. Non aveva il fornello a gas, non aveva stoviglie. Aveva solo un paio di barattoli e in quelli preparava il tè e faceva bollire il riso. Aveva poi una piccola pentola che utilizzava quando aveva ospiti: allora, come diceva lui, ci metteva dentro una cucchiaio di lenticchie per preparare il pranzo della festa. Talvolta mangiava un pomodoro o della verdura del suo piccolo orto. Quando ho vissuto con lui, ogni due giorni mi diceva: “Vai a mangiare in qualche monastero e poi torna qui”. Nella cella teneva solo del tè e dei crostini: nient’altro. Posso dire che una persona così mangiava in due settimane quello che noi mangiamo in un solo pasto. Era davvero senza un corpo, un angelo terrestre o un uomo celeste. Non solo non mangiava quasi nulla, ma non dormiva quasi mai…

Ovviamente come monaco rispettava con cura tutti gli uffici quotidiani: vespri, compieta, quello di mezzanotte, mattutino, le ore. Più tardi cambiò la parte principale degli uffici con la corona di preghiera. Stava sveglio ogni notte. Si riposava dopo il tramonto e poi un po’ prima dell’alba. Questo l’ho visto io quando stavo da lui.

Vi racconto un fatto che mi capitò personalmente: questo testimonia la santità di padre Paisio. Nel 1977 andai da lui e abitai con lui per un bel po’. In quei giorni c’era la festa della Vera Croce: era il 13 settembre secondo il calendario giuliano e mi disse: “Celebriamo l’ufficio notturno e poi la mattina viene il sacerdote ad officiare la Liturgia”. A quel tempo ero diacono. Rimasi là e mi disse che verso le quattro del pomeriggio avremmo officiato i vespri con le preghiere della corona. Effettivamente pregammo con la corona un paio d’ore. Alle sei mi chiamò, mi preparò il tè, mi fece vedere come officiare l’ufficio notturno e disse che verso l’una e mezza di notte mi avrebbe avvisato che avremmo pregato per accostarci alla Santa Comunione; poi, quando sarebbe arrivato il sacerdote, avremmo continuato e avremmo pregato fino al mattino. Io cercai di fare tutto come mi aveva detto.

Per tutta la notte sentii come il padre pregava, come andava avanti e indietro e come sospirava. Fu un’esperienza incredibile perché nel mezzo di quel deserto avevo paura e il padre era come un palo immobile che pregava lì vicino.

Andammo in chiesa, una chiesa stretta e lunga, con cinque icone sull’iconostasi e uno scranno. Il padre mi disse di mettermi sullo scranno mentre lui stava di fianco e iniziammo a pregare per la Santa Comunione. Il padre recitava i ritornelli “Gloria a Te, Dio nostro, gloria a Te” e poi i tropari alla Madre di Dio “Santissima Madre di Dio, salvaci”. Ogni volta che recitava i ritornelli, faceva una prosternazione mente io gli stavo vicino con la candela in mano e recitavo il tropario: “O Maria, Madre di Dio благоухания честное селение” il padre recitava: “Santissima Madre di Dio, salvaci” con grande dolore nella sua voce. Io ero subito pronto a continuare: “O Maria, Madre di Dio”. Però, tutto all’improvviso cambiò e non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Improvvisamente tutta la cella si illuminò e fu come se entrasse in chiesa un venticello leggero e la lampada davanti all’icona della Madre di Dio si mise a dondolare da sola. Davanti all’icona c’erano cinque lampade, ma solo quella dondolava senza sosta. Mi voltai verso il padre, lui mi guardò e mi fece segno di stare in silenzio. Lui si inginocchiò e così rimase mentre io stavo in piedi con la candela in mano anche se la candela non serviva visto che si era illuminato tutto attorno di una luce abbagliante, come se all’improvviso fosse entrato il sole. Io aspettai parecchio tempo, la lampada continuava a dondolare, la luce brillava e il padre non diceva nulla. Dopo circa mezz’ora, recitavo da solo perché il padre non parlava più. Recitavo da solo le preghiere e finché non arrivai alla settima preghiera, quella del santo Simeone. Allora la lampada smise di dondolare, la luce scomparve e di nuovo mi serviva la candela per leggere.

Quando terminammo la preghiera per la Santa Comunione, gli chiesi: “Padre, che cos’è stato?”. E lui disse: “Che cosa?”. “Quello che è capitato in chiesa. Ho visto che la lampada davanti all’icona della Madre di Dio si è messa a dondolare e come la cella si è illuminata”. Lui mi rispose: “Non hai visto nient’altro?”. Io gli risposi che non avevo visto nient’altro. Vorrei anche dirvi che allora la mia testa non funzionava e non pensavo a nulla, non riuscivo a capire niente, ma semplicemente guardavo da spettatore. Allora lui mi disse: “Eh, figlio mio, che cos’è stato? Forse non sai che la Madre di Dio è qui presente all’Athos e fa il giro di tutti i monasteri, di tutti gli eremitaggi per vedere cosa stiamo facendo. La Madre di Dio è entrata anche qui e ha visto che c’erano due pazzi e ha fatto dondolare la lampada per dirci che Lei è entrata qui”. E il padre sorrise. Dopo il fatto di quella notte mi raccontò di altri casi della sua vita, era molto toccato e probabilmente per quel motivo io e il padre abbiamo un legame molto forte. Mi confidò molti misteri che lo riguardavano.

Posso dire con sicurezza che padre Paisio sosteneva il mondo con le sue preghiere: era uno dei grandi padri della nostra Chiesa.

Su padre Paisio si potrebbe parlare per ore, per giorni. I miracoli che capitarono grazie alle sue preghiere sono innumerevoli. Vi racconto un fatto che accadde non molto tempo fa. Un padre aveva un bambino piccolo e si era messo a girare tutto l’Athos per trovare il monaco che lo aveva salvato dalla morte. Un sera quel bambino stava andando in bicicletta, quando svoltando era finito sotto ad un camion. Stava per finire schiacciato dalle ruote, quando un monaco lo afferrò e lo gettò sul marciapiede, così che il bambino si salvò. Lui il monaco lo aveva visto, ma non sapeva chi fosse. Allora raccontò al padre quello che era capitato e il padre lo portò all’Athos: visitarono tutti gli eremitaggi e i monasteri per scoprire chi fosse quel monaco. Alla fine arrivarono da padre Paisio e il bambino lo riconobbe.

Un altro fatto era avvenuto prima che io partissi per Karyes: un giovane era venuto dal padre e voleva dirgli che sua moglie era gravemente malata. Dal padre c’era molta gente, era stanco e disse: “Miei cari, non posso più stare con voi, andate al monastero di Iviron”. Il giovane gli si avvicinò e gli disse: “Voglio dirti una cosa”. Il padre gli rispose: “Su, caro, vai, vai, vai”. “Ma devo dirti una cosa seria, padre!”. “Vai, caro, non è nulla. Vai e Dio ti aiuterà”. Il giovane insisteva, ma il padre gli disse: “Su, mio caro, vai altrimenti arriverai tardi al monastero e lo troverai chiuso”. Allora gli disse: “Padre, mia moglie è malata”. “Vai, tua moglie non ha nulla”. Il giovane guardò l’orologio per vedere quanto tempo rimaneva per arrivare al monastero: erano le quattordici e quarantacinque. Uscì sconfortato perché non era riuscito ad ottenere nulla. Ma quando arrivò a casa, sua moglie era completamente guarita e gli raccontò: “All’improvviso, mentre stavo seduta nel letto, sono stata presa da un sudore freddo e da quel momento sono guarita. Sono andata dal dottore e mi ha detto che ero completamente guarita”. Lui le chiese allora: “A che ora ti è capitato ciò?”. “Erano le quattrodici e quarantacinque”: cioè, nel momento esatto in cui il padre gli aveva detto: “Vai perché tua moglie non ha nulla”.

Si potrebbero raccontare ancora molti casi simili: grande importanza però non hanno i miracoli compiuti dal padre, ma il suo grande amore per Dio, la sua profonda fede e il fatto che lui era un vero figlio della Chiesa e del monachesimo ortodossi. Penso che sia impossibile descrivere il padre solamente raccontandone alcuni fatti. Ecco cosa diceva sempre: “Amiamo Dio e lavoriamo sempre con buon senso”. Diceva che il Cristo era come l’ossigeno e che non dobbiamo farlo diventare anidride carbonica. Per questo voleva che tutti i cristiani avessero sempre coraggio, che fossero pieni di gioia per l’amore di Dio e che non fossero mai tristi perché, come diceva lui, le preoccupazioni e la tristezza vengono sempre dal diavolo e mai da Dio.

Traduzione di Paolo Pastore per Pantocratore.com

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