Sant’Isacco di Ninive: I vari gradi della preghiera

  La Grazia agisce con gli uomini secondo la loro capacità. Uno moltiplica le sue preghiere per effetto di un ardente fervore, l’altro raggiunge una tale pace interiore che riduce ad unità la molteplicità delle sue precedenti preghiere. Non dobbiamo confondere la gioia nella preghiera con la visione nella preghiera. La seconda è superiore alla prima quanto l’uomo ad un ragazzino. Capita alle volte che le parole assumano una soavità particolare e che si ripeta incessantemente la stessa parola della preghiera senza che un sentimento di sazietà vi faccia andare oltre e passare alla parola seguente. Alle volte la preghiera provoca una certa contemplazione che fa svanire la preghiera sulle labbra. Chi raggiunge una simile contemplazione, entra nell’estasi e diventa simile ad un corpo che è stato abbandonato dall’anima. Questa noi chiamiamo visione nella preghiera, che non è un’immagine o una forma risultante dalla fantasia, come ritengono gli stolti.

            Questa contemplazione nella preghiera ha diversi gradi e doni differenti. Ma si tratta sempre di preghiera, giacché il pensiero non ha ancora raggiunto lo stato in cui non c’è più la preghiera, ma una condizione superiore ad essa. I movimenti della lingua e del cuore nel corso della preghiera sono le chiavi; segue l’entrata nella camera. In essa tacciono la bocca e le labbra; il cuore, il ciambellano del pensiero, la ragione che domina sui sensi, l’intelletto, questo uccello rapido, con tutti i loro mezzi e facoltà e suppliche debbono rimanere muti, poiché il Padrone della casa vi è entrato.

            L’autorità delle leggi e dei comandamenti dettati da Dio alla umanità hanno il loro punto culminante nella purezza del cuore, come insegnano i Santi Padri. Così pure tutte le forme e modi di preghiera con cui l’uomo si rivolge a Dio, hanno il loro punto più elevato nella preghiera pura… Dal momento in cui lo spirito ha superato la frontiera della preghiera pura non esistono più né preghiera, né emozioni, né lacrime, né autorità, né libertà, né suppliche, né desideri, né speranza impaziente rivolta a questo o all’altro mondo. Non c’è dunque preghiera al di là della preghiera pura… superando questo limite, si entra nell’estasi, si è fuori della preghiera. È la visione: lo spirito non prega più.

            Tra diecimila uomini a fatica si potrebbe trovare uno che abbia ottemperato pienamente ai comandamenti ed alle leggi e sia stato giudicato degno della tranquillità dell’anima. E non è meno raro trovare tra un gran numero di persone uno che abbia meritato con la vigilanza perseverante la preghiera pura… Ma per quanto riguarda il mistero che è al di là di essa, si può trovare difficilmente in un’intera generazione un uomo che si sia avvicinato a questa conoscenza della gloria di Dio… L’oggetto della preghiera è dimenticato, le emozioni si annegano in una profonda ebrietà, non si appartiene più a questo mondo. È la famosa ignoranza, di cui Evagrio disse: “Beato colui che nella preghiera è giunto all’assenza della conoscenza che è impossibile superare”.

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