S.Isacco il Siro: Consigli sulla preghiera notturna

Consigli e insegnamenti tratti dai Discorsi e dalle Centurie di conoscenza

O uomo, devi considerare che nessuna opera monastica è più grande della pratica della preghiera notturna

La preghiera offerta durante la notte è molto potente, più di quella diurna

Giacché la veglia è la luce della coscienza, essa esalta la mente e concentra il pensiero; attraverso di essa l’intelletto spicca il volo e fissa lo sguardo sulle realtà spirituali mentre, ringiovanito grazie alla preghiera, rifulge di splendore

O uomo, devi considerare che nessuna opera monastica è più grande della pratica della preghiera notturna … Il monaco che persevera nella veglia con discernimento non sembra rivestito di carne, perché questa è veramente un’opera che appartiene alla condizione angelica … L’anima che soffre ed eccelle nella pratica della veglia avrà occhi di cherubino, per poter guardare e scrutare in ogni momento le visioni celesti.

O uomo, com’è possibile che tu conduca la tua vita con così poco discernimento? Stai in piedi a pregare tutta la notte e sopporti le fatiche della salmodia, degli inni e delle litanie, e poi ti sembra compito gravoso e difficile stare un po’ più attento durante il giorno, soprattutto se Dio ti ha reso degno della sua grazia in virtù dello zelo che dimostri per altre fatiche! A che scopo aumenti il tuo impegno nel seminare di notte se poi quello che hai seminato lo dissipi di giorno, in modo che non possa dare frutto? … Se tu di giorno avessi coltivato il tuo cuore con occupazioni ferventi per renderlo conforme alla meditazione della notte, senza erigere tra le due cose un muro di separazione, in breve avresti abbracciato il petto di Gesù.

Se devi abbandonare queste opere [prostrazione e salmodia] perché non sei in grado di compierle, resta almeno sveglio da seduto, prega con il cuore, fa ogni sforzo possibile per trascorrere la notte senza dormire, seduto e meditando pensieri buoni. Se non lasci indurire il tuo cuore, se non lo lasci offuscare dal sonno, la grazia ti restituirà quel tuo fervore originario, quella leggerezza e quella forza, e finirai con il danzare di gioia rendendo grazie a Dio.

Quando vuoi stare in piedi durante la liturgia della veglia, se Dio ti aiuta fa’ come ti dico. Inginocchiati secondo l’uso, ma non dare immediatamente inizio alla liturgia. Dopo aver finito una preghiera, segna cuore e fianchi con il segno vivificante della croce, resta un momento in piedi e in silenzio e aspetta che i tuoi sensi siano placati e i pensieri in riposo. Alza poi lo sguardo interiore sul Signore e supplicalo, con il cuore dolente, di fortificare la tua debolezza e concederti che la salmodia della tua lingua e i pensieri del tuo cuore siano graditi alla sua volontà, affidando tranquillamente alla preghiera del cuore le parole seguenti: “Signore Gesù, mio Dio, tu che contempli l’insieme della tua creazione, al quale le mie passioni, la debolezza della nostra natura e la potenza dell’Avversario appaiono evidenti, sii tu stesso il rifugio contro la malvagità del nostro comune nemico… Proteggimi dal tumulto dei pensieri e dal traboccare delle passioni e rendimi degno di portare a compimento questa santa liturgia affinché non mi accada di guastarne la dolcezza con le mie passioni, apparendo sfrontato e temerario di fronte a te”.

Se vediamo che il tempo è poco e ci accorgiamo che l’aurora ci coglierà prima che abbiamo portato a termine la nostra liturgia, allora saltiamo volontariamente e saggiamente una marmita (parte del salterio) o due di quelle abitualmente previste dalla regola, per non causare turbamento e non guastare il dolce sapore della nostra liturgia.

Mentre celebri la liturgia, se mai un pensiero si insinuasse nella tua mente e ti suggerisse: “Accelera un po’, hai molte cose da fare e sarai libero prima”, tu ignoralo. E se questo pensiero continuasse a tormentarti, ritorna alla marmita precedente o dove vorrai, e ricanta ogni versetto per comprenderlo … E se proprio non la smettesse di importunarti, interrompi la salmodia, inginocchiati e prega: “Io non voglio fare il conto delle parole ma raggiungere le dimore del cielo”.

Se ti senti mancare le forze per la fatica di quella lunga posizione in piedi e se il pensiero ti sussurra in un orecchio: “Ora smettila, non ce la fai più”, rispondi: “No, ma vado a sedermi, che è sempre meglio che dormire. Anche se la lingua tace e non recita più salmi, la mia mente rimarrà in rapporto con Dio nella preghiera e nella presenza al suo fianco; è sempre più giovevole vegliare che dormire”.

Né la preghiera né la semplice salmodia esauriscono completamente la veglia del monaco. C’è chi passa tutta la notte salmodiando, chi a pentirsi ripetendo le preghiere di compunzione e le prostrazioni, altri ancora è impegnato in pianti, lacrime e lamentazioni sui propri peccati.
Di uno dei nostri padri hanno scritto che per quarant’anni ripeté un’unica preghiera: “Ho peccato come uomo, ma tu, come Dio, perdonami”. I padri lo sentivano meditare queste parole con compunzione e lo vedevano piangere senza mai tacere; questa preghiera faceva per lui le veci dell’ufficio, di notte come di giorno.
Un altro fratello consacra una parte della sera alla salmodia e il resto della notte ai cantici. Un altro ancora loda Dio e legge delle marmyata (nella tradizione siro-orientale il salterio ne comprendeva cinquantasette), mentre tra una marmita e l’altra si illumina e si ristora leggendo la Bibbia, finché non ha ripreso lena. Altri infine si impone come regola di non piegare le ginocchia nemmeno per la preghiera conclusiva di una marmita, benché questo sia l’uso durante le vigilie, ma passa la notte intera nel continuo silenzio.

Quando i forti provano godimento e piacere durante le veglie, passano senza scoraggiarsi le lunghe ore della notte. La loro anima fiorisce, gioisce e dimentica la sua veste carnale … La gioia e la danza del cuore non permettono loro di pensare al sonno, perché hanno l’impressione di essersi spogliati del corpo e di aver gia raggiunto quello che sarà il loro stato dopo la resurrezione. Per via dell’immensità della loro gioia capita loro di interrompere la salmodia e prostrarsi faccia a terra, a causa dello zampillo di gioia che scaturisce nelle loro anime. La notte sembra loro lunga come il giorno e l’avvicinarsi dell’oscurità è come il sorgere del sole, a causa della speranza che innalza e inebria il loro cuore quando meditano su questo… Mentre le loro lingue suonano l’arpa spirituale, l’intelletto va dietro a ciò che gli è proprio. Ora ritorna sul significato dei versetti, ora respinge un pensiero estraneo non appena si affaccia alla mente, ora infine, quando l’anima incomincia a essere stanca, ritorna alle letture del giorno.

A causa del ricordo delle vite dei santi, di cui la mente si rammenta e medita le vicende, il suo scoraggiamento ormai è svanito, l’indifferenza scacciata, le reni rinvigoriscono, il sonno è stanato dalle pupille … e una gioia ineffabile affiora alla sua anima. Dolci lacrime gli rigano il volto, un giubilo spirituale inebria l’intelletto, l’anima riceve consolazioni indicibili, la speranza sostiene il cuore e gli infonde coraggio. A quest’uomo sembra ora di dimorare in cielo per tutta la durata di una veglia piena di tante cose eccellenti.

La preghiera offerta durante la notte è molto potente, più di quella diurna. E questa la ragione per cui i giusti hanno tutti pregato di notte, lottando contro la pesantezza del corpo e la dolcezza del sonno. Per questo Satana teme la fatica della veglia e cerca con ogni mezzo di ostacolare gli asceti, come nel caso di Antonio il Grande, del beato Paolo, di Arsenio e di altri padri d’Egitto. Tuttavia i santi hanno perseverato con ostinazione nella veglia e hanno trionfato sul diavolo.
Quale solitario, pur dotato di ogni altra virtù, non sarebbe stato considerato un inetto se avesse trascurato questa fatica? Giacché la veglia è la luce della coscienza, essa esalta la mente e concentra il pensiero; attraverso di essa l’intelletto spicca il volo e fissa lo sguardo sulle realtà spirituali mentre, ringiovanito grazie alla preghiera, rifulge di splendore.

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