Olivier Clement: La preghiera di Gesù

Pregare incessantemente

 

Il problema che ha assillato la spiritualità orientale si riassume in questo interrogativo: Come pregare incessantemente? Come essere non soltanto un uomo che partecipa ogni domenica, o anche più spesso, all’eucaristia, ma, secondo il precetto paolino che abbiamo citato sopra, un « uomo eucaristico »?  Non soltanto un uomo che santifica il tempo pregando, secondo una simbolica solare, una simbolica del giorno e della notte, nelle principali “ore” della giornata, ma un “uomo liturgico”, capace di santificare ogni istante?

Il gruppo dei monaci “acemeti” si alternava nel coro, perché la salmodia non si interrompesse mai; ma questa non era una soluzione personale.

Una buona risposta è: fare tutto con il senso della presenza di Dio, sotto il suo sguardo, con gratitudine verso di lui e con attenzione per il prossimo. « In ogni pensiero e azione con i quali l’anima rende un culto a Dio, essa è con Dio », dice Macario il Grande.  La preghiera incessante, secondo S. Massimo il Confessore, « è tenere il proprio spirito rivolto a Dio, con grande riverenza e amore…; è contare su Dio in tutte le nostre azioni e in tutto quello che ci accade ».

Uno degli interlocutori del Pellegrino russo gli spiega che la preghiera interiore è la celebrazione stessa dell’universo e della vita, l’impeto che spinge tutte le realtà verso la pienezza e verso la bellezzae che tocca all’uomo liberare questo gemito universale dello Spirito. Ho udito il padre Demetrio Staniloae rispondere, alla stessa domanda, che bisogna accogliere il mondo come un dono di Dio, restituirglielo in offerta imprimendogli il segno del nostro amore creativo.

Tutto questo è vero, è importante; ma se non si vuol limitarsi alle “buone intenzioni”, alle intuizioni profonde ma passeggere, occorre uno strumento che permetta di tradurre tutto questo in pratica. Questo strumento è la “preghiera di Gesù“.

« La ventiquattresima domenica dopo la Trinità, entrai in una chiesa per pregare. Si leggeva la lettera ai Tessalonicesi, là dove si dice: “pregate incessantemente (1Ts 5, 17). Questa parola penetrò profondamente nel mio spirito, e mi sono chiesto come è possibile pregare continuamente, dal momento che, per provvedere alla propria vita, ognuno deve occuparsi nel suo lavoro » Allora, egli si rimette per strada e riprende il suo viaggio.

Ogni destino cristiano è un Pellegrinaggio verso il « luogo del cuore » dove il Signore ci attende, dove egli ci attira; il camminare nello spazio non fa che esprimere e facilitare, attraverso gli incontri, le irradiazioni, le intercessioni che vi incontriamo, questo cammino interiore. Si cerca l’uomo, gli uomini che ci diranno “parole di vita”, che ci faranno attenti a ciò che è più interiore e più vicino a noi, eppure così lontano. Il Pellegrino russo cerca instancabilmente, incontra molte persone che lo aiutano ad avanzare in se stesso, verso il « cuore cosciente », ma non riceve alcuna risposta decisiva, finché scopre uno starec, ossia un “vecchio”, ma nel grande senso spirituale della parola.

Nell’Oriente cristiano – nell’Oriente in generale – si ama la vecchiaia, perché si pensa che sia fatta per pregare. Quando si è vecchi, e si avverte Dio vicino attraverso la parete sempre più sottile della vita biologica, si diventa come un bambino cosciente, che si affida al Padre, si sente alleggerito dalla prossimità della morte, trasparente a un’altra luce. Una civiltà in cui non si prega più è una civiltà in cui la vecchiaia non ha più senso. Si cammina all’indietro verso la morte simulando la giovinezza: è uno spettacolo straziante, perché, mentre ci è offerta una possibilità prodigiosa, attraverso l’estrema rinuncia e offerta di sé, non si coglie questa possibilità. Abbiamo bisogno di vecchi che pregano, che sorridono, che amano con amore disinteressato, che sanno meravigliarsi; essi soli possono mostrare ai giovani che vale la pena di vivere, e che il nulla non ha l’ultima parola. Ogni monaco nel quale l’ascesi ha portato il suo frutto è chiamato in Oriente, qualunque sia la sua età, un “bel vecchio”: bello della bellezza che sale dal cuore. In lui le età della vita si compongono, sinfonizzano, si può dire; e, soprattutto, l’originale è ritrovato: bianco di una bianchezza trasfigurata, il “bel vegliardo” ha occhi di fanciullo.

Così, il Pellegrino incontrerà uno di questi vegliardi. « Entrammo nella sua cella, e il vecchio mi rivolse questa parola: “La preghiera di Gesù interiore e costante è l’invocazione continua e ininterrotta del nome di Gesù, nel sentimento della sua presenza, in ogni luogo e in ogni tempo, anche durante il sonno. Essa si esprime con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”. Chi si abitua a questa invocazione riceve una grande consolazione, e sente il bisogno di ripetere continuamente questa preghiera. Di lì a qualche tempo, non può più vivere senza di essa, ed essa scaturisce spontaneamente da lui, non importa dove né quando” ».

Il « Signore Gesù Cristo », o « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio », si dice nella inspirazione.

L’« abbi pietà di me », o, qualche volta, « abbi pietà di me peccatore », nella espirazione.

E ciò si fa con abbandono, per amore.

Nella tradizione benedettina antica, si usava alla stessa maniera la parola di un salmo: « Signore, vieni in mio aiuto, affrettati a soccorrermi ».

La Chiesa antica ha molto pregato il « Signore, abbi pietà », Kyrie eleison (il senso è più ricco di quello della pietà: implica anche dolcezza, tenerezza, misericordia…). Anche oggi, nell’ufficio monastico e parrocchiale ortodosso, avviene che si reciti quaranta volte di seguito il Kyrie eleison. Quest’ultima formula è più adatta ai principianti, ai penitenti.

Occorre già una certa familiarità con la preghiera, per introdurvi il nome di Gesù: ma non esistono regole fisse; la penitenza dura fino alla morte, e il mistero della Croce e della discesa agli inferi permette fin dall’inizio l’audacia dell’amore.

La preghiera ininterrotta

 

In alcuni grandi spirituali (poco numerosi, ma non eccezionali) la “preghiera di Gesù” diventa “spontanea” e “ininterrotta”. L’invocazione si identifica con i battiti del cuore; è il ritmo stesso della vita, la respirazione, il pulsare del cuore, a pregare in loro, o a riconoscersi preghiera, nella prospettiva dell’originale o dell’ultimo. Questo, lo ripeto, e soprattutto oggi, non bisogna “volerlo”: occorre scoprirlo in un umile abbandono, in una confidenza totale, per grazia.

« Quando lo Spirito pone la sua dimora in un uomo, questo non può più cessare di pregare, perché lo Spirito prega in lui ininterrottamente. Che egli dorma o vegli, la preghiera non si separa dalla sua anima; mentre beve o mangia, riposa o lavora, il profumo della preghiera esala dalla sua anima. Ormai egli non prega più in momenti determinati, ma in ogni momento. I movimenti dell’intelligenza purificata sono voci mute che cantano, nel segreto, una salmodia all’invisibile » (S. Isacco il Siro). E il Pellegrino russo ci confida: « Mi abituai così bene alla preghiera del cuore, che la praticavo ininterrottamente, e alla fine sentii che essa si produceva da sé, senza alcuna attività da parte mia: essa sgorgava dal mio spirito e dal mio cuore non solo in stato di veglia, ma durante il sonno, e non cessava più un istante »

    In realtà, i progressi verso la preghiera ininterrotta si iscrivono chiaramente nei nostri rapporti con il sonno. Il sonno profondo è una specie di stato mistico ma inconscio: per questo bisogna addormentarsi affidandosi alle mani di Dio, fiduciosamente.

La prima tappa consiste nell’evitare ogni eccessiva propensione al sonno, e nel praticare, in un modo o nell’altro (ho già ricordato l’ufficio di mezzanotte dei monaci) una veglia reale, ma breve, che l’ufficio coglie nella sua portata simbolica.

La seconda tappa consiste nel far penetrare l’invocazione nel sonno, dicendo la “preghiera di Gesù” mentre ci si addormenta. « Preghiera in una sola parola, tu devi essere presente quando mi addormento e quando mi sveglio ». Simultaneamente, bisogna prendere nota dei propri sogni, non per attardarsi in essi, ma per comunicarli al proprio padre spirituale. Così a poco a poco si protegge il sonno dai fantasmi diabolici che attraversano l’infra-conscio.

Alla terza tappa il sonno, abbreviato ma ancora durevole, diventa permeabile e sopracosciente. « Io dormo: è un bisogno della natura; ma il mio cuore veglia di amore folle » L’uomo comunica con Dio attraverso le visioni del sonno, che non sono più attinte dalla immaginazione individuale o collettiva, ma dall’immaginifico nel senso che a questa parola dà Henri Corbin. La Bibbia è piena di sogni che i Settanta chiamano “estasi”. Nei vecchi paesi ortodossi questi sogni, che comportano un elemento di rivelazione e di profezia, sono abbastanza frequenti. Il patriarca Atenagora mi diceva che egli aveva preso tutte le sue grandi decisioni dopo simili sogni; così, prima della sua proposta di incontrare Paolo VI a Gerusalemme, aveva visto un calice su una montagna di cui lui e il papa compivano l’ascensione da lati opposti.

All’ultima tappa, quella della preghiera ininterrotta, lo spirituale non dorme quasi più: lo stato mistico del sonno profondo è divenuto in lui cosciente. Egli non ha bisogno del mundus imaginalis: è divenuto un veggente del reale. Perciò riceve il carisma di simpatia e di discernimento degli spiriti: può accogliere i visitatori e farsi tutto a tutti, per dieci o dodici ore di fila, come fa anche oggi, a Londra, il metropolita Antonio.

All’atto di preghiera succede lo stato di preghiera. E lo stato di preghiera è la vera natura dell’uomo, la vera natura dei viventi e delle cose. Il mondo è preghiera, celebrazione, esultanza, come esprimono mirabilmente i Salmi e il libro di Giobbe. Ma questa preghiera silenziosa ha bisogno della bocca dell’uomo per risuonare: è ciò che i Padri greci chiamano « contemplazione della natura »: l’uomo raccoglie i logoi delle cose, le loro essenze immateriali, non per appropriarsele, ma per condurle a Dio come un’offerta da parte della creazione. Egli vede le cose strutturate dal Verbo, animate dallo Spirito di vita e di bellezza, tendere verso l’Origine paterna che le accoglie nella loro differenza: « Perché l’unione, superando la separazione, non ha nociuto alla diversità », dice Massimo il Confessore.

La tensione verso la Parusia ritrova qui il paradiso dell’inizio. Il santo vive familiarmente con gli animali selvaggi: essi sentono emanare da lui lo stesso profumo di Adamo prima della caduta, dice S. Isacco il Siro; attorno a lui paura e violenza non esistono più. Un eremita di Patmos, morto qualche anno fa, dava da bere alle vipere piccole coppe di latte, e impediva ai ragazzi del paese di ucciderle. « Sono creature di Dio ». Serafino di Sarov si lasciava divorare dalle zanzare, dicendo solo con il salmo a un amico che voleva cacciarle: « Ogni vivente lodi il Signore » (Sal 150, 5).

Vicino agli animali di cui si appropria la saggezza, dice S. Massimo, lo spirituale è vicino anche ai bambini, che riconoscono in lui uno di loro. « La sua carne è come la nostra »diceva una bimbetta di S. Serafino di Sarov.

      « Tutto ciò che mi circondava mi appariva sotto un aspetto di bellezza, scrive il Pellegrino russo. Tutto pregava, tutto cantava la gloria di Dio. Così comprendevo quello che la Filocalia chiama il linguaggio della creazione. Vedevo come è possibile conversare con le creature di Dio »

L’uomo diventa allora il sacerdote del mondo. « L’anima si rifugia come in una chiesa e in un asilo di pace nella contemplazione spirituale dell’universo ». L’uomo vi entra con il Verbo e, con lui e sotto la sua guida, « offre l’universo a Dio, nella sua intelligenza, come su un altare ». Questo atteggiamento si può applicare alla ricerca scientifica: il ricercatore che pratica la “preghiera di Gesù” « cerca un principio di spiegazione che non dissolve il mistero delle cose, che rispetta e rivela l’esistenza e l’essere anziché disintegrarli »il suo processo non è di disintegrazione, ma di reintegrazione spirituale.

La “preghiera di Gesù» suscita nel cuore una carità senza limiti: « Che cos’è un cuore caritatevole? », domanda Isacco il Siro. Ed ecco la sua risposta: « E’ un cuore che arde di amore per la creazione intera, per gli uomini, per gli uccelli, per gli animali, per i demoni, per tutte le creature… Per questo un tale uomo non cessa di pregare… anche per i nemici della verità e per quelli che gli fanno del male… Egli prega anche per i serpenti, mosso dalla pietà infinita che sentono i cuori di quelli che si uniscono a Dio ».  E ancora: « Che cos’è la conoscenza? – Il senso della vita immortale. E che cos’è la vita immortale? – Sentire tutto in Dio; perché l’amore viene dall’incontro. La conoscenza unita a Dio unifica tutti i desideri; e per il cuore che la riceve è tutta dolcezza che si riversa sulla terra. Perché non vi è nulla di simile alla dolcezza della conoscenza di Dio ».

Forse l’inno più pregnante a questa unificazione diversa del mondo nella luce taborica, si trova alla fine della Filocalia greca, nel trattato Sulla unione divina e la vita contemplativa, di Callisto Catafigiote. Citiamo almeno questo poche righe: « Non vi è cosa nell’universo che non testimoni dell’irradiazione (della gloria) e non porti come il profumo di questo Uno creatore… Dunque, dal momento in cui l’Uno è invocato da tutte le cose, e ogni cosa tende verso l’Uno, e l’Uno più alto del mondo si rivela all’intelligenza attraverso tutti gli esseri, è necessario che l’intelligenza sia condotta, guidata e portata verso l’Uno più alto del mondo. Essa vi è spinta dalla persuasione di tanti esseri… Dalla ricerca viene la visione, e dalla visione viene la vita, affinché l’intelligenza esulti, si illumini e gioisca, come ha detto Davide: “In Te è la dimora di tutti coloro che gioiscono”; e: “Nella tua luce vedremo la luce”. Altrimenti… perché avrebbe egli seminato in tutti gli esseri ciò che è suo, e attraverso il quale, come attraverso finestre, rivelandosi all’intelligenza, egli la chiama ad andare verso di lui, colma di luce? »

Tutto culmina nell’amore vero per il prossimo. Penso a questo bellissimo testo di un “pazzo per Cristo” russo, degli inizi del nostro secolo: « Senza la preghiera, tutte le virtù sono come alberi senza terra; la preghiera è il terreno che permette a tutte le virtù di crescere… Il discepolo di Cristo deve vivere unicamente per Cristo. Quando egli amerà Cristo fino a questo punto, amerà necessariamente anche tutte le creature di Dio. Gli uomini credono che occorra amare prima gli uomini e poi Dio. Anch’io ho fatto così, ma questo non serve a nulla. Quando al contrario ho cominciato ad amare Dio, in questo amore di Dio ho trovato il mio prossimo. E in questo amore di Dio, i miei nemici sono diventati miei amici, creature divine ».

Evagrio scriveva: « Beato il monaco che considera ogni uomo come Dio dopo Dio. Beato il monaco che considera come suo proprio il compimento della salvezza negli altri e il progresso di tutti. Questo è un monaco che, pur separandosi da tutti, diventa unito a tutti »

E S. Isacco il Siro: « Lasciati perseguitare, ma tu non perseguitare; lasciati offendere, ma tu non offendere; lasciati calunniare, ma tu non calunniare. Gioisci con quelli che sono in letizia, piangi con chi piange: è il segno della purezza… Sii amico di tutti, ma, nel tuo spirito, rimani solo »Solo con il Solo, che è l’Amore e ci dà la forza di amare.

Lo stesso S. Isacco precisa: « Ecco, fratello mio, un comandamento che ti do: che la misericordia prevalga sempre nella tua bilancia, fino al momento in cui sentirai in te la misericordia stessa che Dio prova verso il mondo ».

« Non tentare di distinguere chi ne è degno da chi non lo è; tutti gli uomini siano uguali ai tuoi occhi, per amarli e servirli. Così potrai portare al bene gli indegni… Il Signore non ha forse condiviso la mensa dei pubblicani e delle donne di cattiva vita, senza allontanare da sé gli indegni?… Così tu concederai gli stessi benefici, gli stessi onori, all’infedele, all’assassino; anche lui è un fratello per te, perché partecipa all’unica natura umana »

« Quando riconosce l’uomo che il suo cuore ha raggiunto la purezza? Quando considera tutti gli uomini come buoni, senza che alcuno gli appaia impuro o perverso. Allora egli è davvero puro di cuore »

Madre Maria (Skobtzoff), una monaca ortodossa che viveva in Francia nel periodo tra le due guerre, ha tentato di precisare l’ascesi dell’amore attivo.

Questa ex rivoluzionaria, dalla vita violenta e appassionata, era diventata un essere di luce. Leggeva la Filocalia, ma nella prospettiva dei suoi maestri, i filosofi religiosi russi, primo fra tutti Nicola Berdjaev. Si dedicava agli esclusi, ai più frustrati, e pur percorrendo la Francia, in treno, scriveva poemi in cui ricamava delle icone. Durante la guerra ha salvato la vita a molti ebrei. Inviata a Ravensbruck, irradiava in maniera indimenticabile tra le compagne; sarebbe morta sostituendo un’altra sulla via della camera a gas.

Ella amava ricordare la storia di un monaco dell’antico Egitto, che, per nutrire un affamato non aveva esitato a vendere il suo vangelo, suo unico bene.

Nel suo studio su Il secondo comandamento del Vangelo  traccia le grandi linee di un’ascesi dell’incontro e dell’amore. Bisogna evitare, dice, di proiettare il proprio psichismo sugli altri. Bisogna comprendere l’altro in un estremo spogliamento di sé, fino a scoprire in lui l’immagine di Dio. Allora si comprende quanto questa immagine può essere offuscata, deformata dalle potenze del male. Si vede il cuore dell’uomo come il luogo dove il bene e il male, Dio e il demonio, conducono una lotta incessante. E si deve intervenire in questo combattimento, non con la forza esteriore, che non porterebbe che a quell’ ”incubo del cattivo bene”, del bene imposto, che denunciava Berdjaev, ma con la preghiera: « Si può intervenire se si mette tutta la propria confidenza in Dio, se ci si spoglia di ogni desiderio interessato, se, come Davide, si depongono le proprie armi e ci si getta nel combattimento senz’altra armatura che il Nome del Signore ». Allora il Nome diventa presenza e ci ispira le parole, i silenzi, i gesti indispensabili.

A quelli che raggiungono questo “stato di preghiera”, tutto è restituito “al centuplo”. Essi conoscono quella trasfigurazione dell’eros che cercano, così disperatamente, in questi ultimi anni, i sostenitori del freudo-marxismo! Essi colgono con una straordinaria pienezza il mistero dei viventi e delle cose, la faccia nascosta della terra. E ricevono il carisma di paternità spirituale, di guarigione e di profezia. Questa paternità, come quella di Dio che essa rivela, supera, integrandola, la dualità sessuale: S. Serafino, rinnovando un ‘antica indicazione monastica, diceva al superiore di Sarov: « Sii una madre per i tuoi monaci ».

Lo spirito, unito al cuore, accede a una forma rinnovata di intellezione, a un pensiero inseparabile dalla pace e dall’amore e sostenuto dalla preghiera (perché ormai questa non si interrompe più durante l’esercizio del pensiero). La pratica dell’invocazione del Nome di Gesù non ha nulla, come talvolta si crede, di anti-intellettualismo: essa crocifigge e risuscita l’intelligenza. « Il cuore, libero dalle immaginazioni, finisce con il produrre in sé santi e misteriosi pensieri, come si vede su una superficie marina liscia saltare i pesci e piroettare i delfini ».

Talvolta si rivelano agli spirituali i misteri dell’origine e della fine dell’umanità e dell’ universo. Essi partecipano al passaggio della storia nel Regno, alla nascita della Gerusalemme celeste. Prendono il posto, nella comunione, di “peccatori coscienti”, di quelli che pregano perché tutti siano salvati. Se la Chiesa ha condannato “l’apocastasi” origenista come certezza dottrinale e automatismo quasi-ciclico, ha confidato ai suoi più grandi spirituali il segreto della preghiera per la salvezza universale.

La “preghiera di Gesù”, pronunciata « abbi pietà di noi », ci ricorda che non ci si salva da solo, ma soltanto nella misura in cui si diventa una persona in comunione che non si sente più separata da nulla. Colui che invoca il Nome, diventa l’amico dello Sposo, prega perché tutti siano uniti allo Sposo: « Occorre che egli cresca e che io diminuisca ». Egli non parla dell’inferno che per se stesso, per una infinita umiltà: è la storia del ciabattino di Alessandria che faceva lezione a S. Antonio rivelandogli che egli pregava perché tutti fossero salvati e lui solo meritasse di essere perduto. S. Simeone il Nuovo Teologo a dire che bisogna considerare tutti i propri compagni come santi, e ritenere se stesso come il solo peccatore, « dicendo a se stesso che nel giorno del giudizio tutti saranno salvati, io solo sarò separato »

Allora il Signore disse all’abate Silvano: « Tieni il tuo spirito nell’inferno, e non disperare»

La speranza cresce con la preghiera: speranza del Giorno ultimo, senza declino, in cui il vento dello Spirito dissiperà le ceneri e manifesterà il mondo come un « roveto ardente » in Cristo. Il crollo delle illusioni e la sconfitta della morte non avverranno senza grandi prove. « Allora chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato ».

 

fonte: https://digilander.libero.it/esicasmo/ESICASM/oclement.htm

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