Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Due volte è accaduto all’uomo di entrare nella gloria di Dio e, dall’interno di questa gloria, di attingere una nuova conoscenza del Dio vivente. La prima volta la Bibbia ci racconta come Mosè salì sul monte Sinai per ricevere da Dio i comandamenti della vita eterna (Es 24, 16-18), che dovevano preparare l’umanità all’incontro e all’accoglienza di Cristo. Le persone rimaste ai piedi del monte, estranee per la loro peccaminosità e per la chiusura dei loro cuori al mistero dell’incontro con Dio, guardando la montagna la vedevano avvolta da una nube oscura, dalla tempesta, dai tuoni e dai lampi; e Mosè, con timore e tremore, ma con fede incrollabile, saliva su quel monte per incontrarvi il Dio vivente e ricevere da Lui parole vivificanti. E giunto sulla vetta del monte, Mosè entrò in quella nube oscura e impenetrabile, e dall’interno, per così dire, una volta entratovi, fu illuminato dalla luce, poiché quella nube, oscura e impenetrabile allo sguardo esteriore, è la luce senza tramonto, la luce increata della vita divina. E solo coloro che sono capaci di entrarvi con la fede, con l’adorazione, con l’apertura dell’anima possono passare dalle tenebre alla luce.
Lo stesso accadde agli apostoli nel misterioso giorno della Trasfigurazione. Cristo scelse tre di loro, che nel Vangelo appaiono come immagini di una fede perfetta e salda, di un amore sensibile e della giustizia — Pietro, Giovanni e Giacomo. E Cristo, presili con Sé, si mise a pregare.
I Padri della Chiesa ci dicono che la grazia divina, che avvolge come un fuoco lo spirito umano nella preghiera e nella purezza di vita, penetra gradualmente, man mano che questa vita cresce e fiorisce sotto la sua azione, tutta la natura umana, riempie l’anima dell’uomo e, traboccando, colma e riempie anche il corpo. Ed ecco che Cristo, nella preghiera, risplendette di quella stessa luce divina increata di cui un tempo fu avvolto Mosè. Questa luce Gli apparteneva da sempre. Cristo non si trasfigurò nel senso che Egli stesso divenisse diverso, ma i Suoi discepoli, che Lo avevano seguito con fede, amore, purezza di vita e apertura dell’anima, si trovarono in qualche misura capaci, come Mosè, di vedere la luce divina increata. E questa luce, che si accende per grazia divina non soltanto in Cristo Gesù, Dio vivo e vero, ma anche in ogni uomo che si accosta alla vita di grazia, non rimane racchiusa nell’uomo: essa fiorisce e risplende intorno a lui.

Esiste un’antica icona russa, opera di Teofane il Greco. Là vediamo come questa luce, effondendosi da Cristo, tocca tutto ciò che lo circonda — non solo gli apostoli, che essa illumina, ma tutto, proprio tutto ciò che è intorno — e tutto ciò che questa luce tocca comincia a risplendere di luce riflessa, perché tutto ciò che è stato creato da Dio è capace di vivere, di fremere e di risplendere della divinità. Dio non ci ha creati — noi uomini e tutte le altre creature — perché fossimo oggetti nel Suo Regno; ci ha creati perché anche noi risplendessimo al contatto della vita eterna e divina. Ma perché ciò avvenga in noi, noi, come gli apostoli, come Mosè e come tutto il creato non toccato dal peccato, dobbiamo aprirci a Dio, e allora anche in noi si rivelerà Dio nella gloria, risplenderà e ci glorificherà e ci salverà. Amen.
