San Antonio Pečerskij, venerabile e teoforo padre nostro, padre del monachesimo russo
Commemorazioni liturgiche: 10/23 luglio (dies natalis); 2/15 settembre (Sinassi dei Padri delle Grotte Vicine); 28 settembre/11 ottobre (Sinassi di tutti i Padri delle Grotte)
Proemio agiografico
Le redazioni più solenni della sua vita si aprono non con la biografia, ma con una lode teologica: come in principio Dio separò la luce dalle tenebre e pose il sole a governare il giorno, così — dicono gli agiografi — dopo il battesimo della Rus’ per mano di san Vladimir, lo Spirito Santo suscitò in quella terra ancora immersa nelle tenebre del paganesimo un “sole spirituale”: Antonio, primo legislatore del monachesimo russo. Egli viene esplicitamente paragonato a Mosè: come Mosè salì sul Sinai fumante d’ira divina per ricevere la Legge, così Antonio salì sul Monte Athos, “risplendente della grazia della Madre di Dio”, per ricevervi la legge della vita angelica, e la portò poi in Russia. Il suo nascondersi nella grotta è interpretato come il velo che Mosè pose sul proprio volto raggiante: la grotta non poté nascondere la luce delle sue opere, così come la nuvola non spegne il sole. San Feodosij, suo discepolo, viene chiamato dalla Chiesa “luna” — astro guida degli altri astri — mentre gli innumerevoli santi delle Grotte che seguirono la regola di Feodosij sono le “stelle” di questo cielo russo, da cui il nome della Lavra: “simile al cielo”.
Nascita e vocazione (983)
Antonio nacque nell’anno 983 nella città di Ljubeč, presso Černigov, sulle rive del Dnepr — pochi anni dopo il battesimo della Rus’. Fin dalla giovinezza portava nell’anima il timore di Dio e il desiderio di rivestire l’abito monastico, sebbene in quella terra ancora giovane nella fede non avesse modo di vedere concretamente dei monaci. Il Signore, amico degli uomini, gli pose nel cuore il proposito di recarsi in terra greca per ricevere colà la tonsura.
Il pellegrinaggio e la tonsura sull’Athos
Mettendosi in cammino a imitazione del Signore stesso, pellegrino e sofferente per la nostra salvezza, Antonio raggiunse Costantinopoli e di qui il Monte Athos. Percorrendo i monasteri della Santa Montagna, rimase colpito dalla vita dei padri che, pur nella carne, superavano la natura umana imitando gli angeli incorporei. L’amore per Cristo si accese ancor più fortemente nel suo cuore, ed egli supplicò l’igumeno di uno di quei monasteri di imporgli l’abito angelico. L’igumeno, scorgendo per grazia divina in lui un vaso eletto, non rifiutò la richiesta: lo tonsurò e lo istruì nei precetti della vita monastica perfetta.
Il neo-tonsurato si distinse in ogni virtù, ma soprattutto nell’obbedienza e nell’umiltà, al punto che tutti si rallegravano nel vederlo vivere. Trascorso un tempo non breve sulla Santa Montagna — divenendo guida di salvezza per molti e raggiungendo egli stesso alti gradi di perfezione — l’igumeno ricevette un’ispirazione divina: doveva rimandare Antonio in patria.
Chiamatolo a sé, gli disse: “Antonio, torna nella terra russa: che anche là, per mezzo tuo, i suoi abitanti progrediscano e si confermino nella fede cristiana; sia con te la benedizione del Monte Santo”.
Primo ritorno in Russia e insediamento presso Berestovo (1013)
Ricevuta questa benedizione come proveniente dalla stessa bocca di Dio, Antonio raggiunse Kiev. Percorse i monasteri già esistenti — fondati da monaci greci giunti al seguito del metropolita Michele per il battesimo della Rus’ — ma non trovò in alcuno di essi la regola del perfetto cenobio, e non volle fermarvisi, poiché così piaceva a Dio. Si inoltrò allora tra boschi e colline finché giunse a Berestovo, dove trovò una grotta scavata in tempi antichi dai Variaghi. Vi si stabilì in preghiera e grande astinenza. Questo avvenne nel 1013.
Le persecuzioni di Svjatopolk e il primo ritiro sull’Athos
Alla morte del principe Vladimir (1015), il potere fu usurpato dall’empio Svjatopolk, che per sterminare i fratelli fece uccidere i santi principi Boris e Gleb. Turbato da tanto spargimento di sangue, Antonio si ritirò nuovamente sulla Santa Montagna.
Il periodo di Jaroslav, Ilarione e la grotta sul colle
Quando il pio principe Jaroslav il Saggio sconfisse Svjatopolk e prese Kiev, emerse per pietà e sapienza scritturale il presbitero Ilarione, futuro metropolita di Kiev (autore del celebre Discorso sulla Legge e sulla Grazia), che sarà in seguito tonsurato monaco dallo stesso Antonio. Ilarione era solito allontanarsi da Berestovo verso un colle boscoso sul Dnepr — dove oggi sorgono le Grotte Lontane (Feodosiane) — per scavarvi una piccola grotta di circa due tese e pregarvi in segreto, salmodiando e prostrandosi.
Nel frattempo, sull’Athos, l’igumeno ricevette una seconda rivelazione: “Manda di nuovo Antonio nella terra russa: egli Mi è necessario là”. L’igumeno lo richiamò e gli disse: “Antonio, per volontà di Dio va’ di nuovo nella terra russa; sia su di te la benedizione del Monte Santo” — predicendo inoltre che in quella terra egli sarebbe divenuto padre di molti monaci. Lo congedò con le parole: “Va’ in pace”.
Il secondo ritorno e la presa di possesso della grotta di Ilarione
Tornato a Kiev, Antonio salì sul colle dove Ilarione aveva scavato la piccola grotta e se ne innamorò. Pregando con lacrime disse: “Signore, sia su questo luogo la benedizione della santa montagna dell’Athos e la preghiera del mio padre che mi tonsurò; conferma, o Dio, la mia dimora qui”.
Vi si stabilì proseguendo l’ascesi athonita: pane e acqua misurati, spesso a giorni alterni, talvolta digiunando un’intera settimana; vegliava giorno e notte e scavava di propria mano la grotta, ampliandola.
I primi discepoli
La fama della sua santità attirò molti visitatori, che gli portavano il necessario chiedendone la benedizione; alcuni desideravano condividerne la vita — tra questi il beato Nikon, presbitero già formato, giunto dalla lontana Tmutarakan’. Fu in questo periodo che giunse alla grotta Feodosij, di ventitré anni, che Antonio fece tonsurare da Nikon in quanto sacerdote e monaco esperto.
Sotto il principe Izjaslav: fama e prime tonsure contrastate
Morto Jaroslav, salì al trono il figlio maggiore Izjaslav. Antonio era ormai celebre in tutta la terra russa quanto Antonio il Grande lo era stato in Egitto; lo stesso Izjaslav venne con la sua scorta a chiedergli benedizione e preghiere.
Tra quanti giunsero per la tonsura vi furono il beato Varlaam, figlio del nobile boiardo Ioann di Kiev, ed Efrem, eunuco di corte. La loro tonsura scatenò gravi tribolazioni: il boiardo Ioann, furibondo, irruppe nella grotta con numerosi servi, disperse la comunità, strappò le vesti monastiche al figlio rivestendolo con quelle boiaresche e lo trascinò con la forza nel proprio palazzo. Anche il principe Izjaslav si adirò, minacciando di far imprigionare Nikon (che aveva compiuto le tonsure) insieme ad Antonio e a tutta la comunità, e di far interrare la grotta stessa.
Antonio, per evitare la persecuzione, decise di abbandonare la grotta e dirigersi verso il principato di Černigov. Fu allora la principessa, di origine polacca (figlia del re Boleslao il Valoroso), a supplicare il marito di non scacciare i servi di Dio, ricordando che nella propria patria un’analoga persecuzione contro i monaci — dopo la tonsura forzata di san Mosè l’Ungaro — aveva attirato l’ira di Dio: il padre stesso, il re Boleslao, era morto improvvisamente e il regno era caduto in una guerra civile in cui perirono vescovi e boiardi. Convinto a fatica, Izjaslav inviò messaggeri a richiamare Antonio, che fu ritrovato e persuaso a tornare solo dopo tre giorni di ricerche.
Il ritorno, la crescita della comunità e le Grotte Vicine
Tornato nella grotta, Antonio pregò incessantemente per il gregge disperso, e Dio esaudì la sua supplica: non solo i monaci dispersi tornarono, ma molti altri si aggiunsero, tanto che attorno a lui si radunarono dodici fratelli. Insieme scavarono una grotta più ampia, dotata di chiesa e celle (ancora esistenti secondo le fonti antiche), dove Antonio dimorò per quarant’anni.
Quando la comunità fu ben costituita, Antonio — sempre incline alla solitudine — nominò igumeno il beato Varlaam e si ritirò dapprima in una cella della stessa grotta, poi su un colle vicino, dove scavò un’altra grotta: nacque così il nucleo delle Grotte Vicine (Antoniane), popolate da quanti tra i monaci aspiravano a un’ascesi più rigorosa.
La costruzione della prima chiesa e la nascita del nome “Pečerskij”
Con l’aumento dei fratelli, la grotta divenne insufficiente per le celebrazioni comuni. Igumeno e monaci chiesero e ottennero da Antonio la benedizione per costruire una piccola chiesa fuori dalla grotta, dedicata alla Dormizione della Madre di Dio — origine della grande Lavra. Da allora il monastero si chiamò Pečerskij (“delle Grotte”), poiché i monaci vi avevano vissuto in origine.
Il principe Izjaslav (che nel battesimo portava il nome Demetrio) fece poi costruire una chiesa in pietra dedicata al grande martire Demetrio, ponendovi come igumeno lo stesso Varlaam, nel tentativo — nota il cronista Nestore — di elevare il proprio monastero al di sopra di quello delle Grotte grazie alla propria ricchezza. Ma, osserva l’agiografo, i monasteri fondati sulla ricchezza dei principi non reggono il confronto con quelli fondati sulle lacrime e sulle preghiere dei santi: Antonio, pur senza oro né argento, fece crescere un monastero incomparabile, irrigandolo con le proprie lacrime.
L’elezione di Feodosij a igumeno
Rimasta priva di guida dopo la partenza di Varlaam, la comunità chiese ad Antonio di designare un nuovo igumeno. Alla domanda “chi volete?”, i fratelli risposero: “Chi vuole Dio, la Santissima Madre di Dio e tu, onesto padre”. Antonio rispose: “Colui tra voi che si distingue per obbedienza, mitezza e umiltà, sia il vostro igumeno” — e la comunità elesse Feodosij, uguale ad Antonio per indole e virtù.
Il typikon studita e l’espansione del monastero
Sotto Feodosij, sorretto dalla preghiera e dalla benedizione del suo padre spirituale, il numero dei monaci crebbe fino a cento. Fu allora chiesto e ottenuto dal principe Izjaslav il colle sovrastante la grotta, dove sorse una chiesa lignea più grande, celle e una recinzione: nacque così il vero e proprio monastero delle Grotte.
Desiderando cingere la comunità anche di una “recinzione spirituale” — un tipico regolamento di vita — Feodosij, con l’aiuto della preghiera di Antonio, trovò nel monaco Michele dello Studios, giunto da Bisanzio al seguito del metropolita Giorgio, informazioni dettagliate sul typikon studita: modalità di canto, letture, prostrazioni, comportamento in chiesa e a mensa, regole di digiuno. Questo regolamento, adottato dal monastero delle Grotte, si diffuse poi in tutti i monasteri russi, motivo per cui la Lavra delle Grotte gode di un primato d’onore su tutti gli altri.
In questo periodo giunse alla comunità, a diciassette anni, il futuro Nestore, cronista e agiografo, che sarà accolto con amore da Feodosij e benedetto da Antonio: sarà lui, in seguito, a tramandare nella Cronaca degli anni passati le notizie sulle origini del monastero.
I carismi di guarigione e profezia
Ritiratosi nella seconda grotta, Antonio proseguì la propria ascesi crescendo “di virtù in virtù”, e Dio lo glorificò con doni di guarigione e profezia. Per umiltà, celava il dono guaritore dietro l’apparenza di rimedi naturali: dava agli infermi, come fosse medicina, le stesse erbe di cui egli si nutriva, ed essi guarivano per la sua preghiera. Lasciò come continuatore di questo carisma il discepolo Agapito, “medico senza compenso” delle Grotte.
Tra le profezie più celebri:
- Ai tre principi Jaroslavič — Izjaslav di Kiev, Svjatoslav di Černigov, Vsevolod di Perejaslavl’ — partiti in guerra contro i Cumani, predisse la sconfitta per i loro peccati: annegamento nel fiume, prigionia o morte di spada per molti dei loro uomini. La profezia si compì nella disfatta sul fiume Alta, dopo la quale i principi fuggirono a stento con la vita salva.
- A Šimon, figlio del principe variago Africano, predisse che sarebbe sopravvissuto alla stessa battaglia, pur giacendo tra i cadaveri, e che molti anni dopo sarebbe stato il primo a essere sepolto nella futura chiesa di pietra della Lavra, di cui pure predisse la costruzione miracolosa. Šimon, tornato salvo, raccontò di aver visto per due volte in visione l’immagine di quella chiesa — sul campo di battaglia e, in precedenza, in mare, mentre fuggiva in Russia dallo zio Jakun che lo aveva scacciato dal principato variago. In segno di conferma, donò ad Antonio una cintura e una corona d’oro, tolte da un’icona del Salvatore crocifisso, con l’indicazione — ricevuta in una voce celeste — che la cintura servisse a misurare le fondamenta della futura chiesa, e la corona fosse appesa sopra l’altare.
La calunnia, l’esilio a Černigov e il ritorno definitivo
Il diavolo, insofferente della luce delle sue opere, tentò nuovamente di allontanare Antonio da Kiev per mezzo di Izjaslav. Dopo la sconfitta sull’Alta, il popolo di Kiev, di fronte al rifiuto del principe di riprendere le armi, si ribellò, liberò dalla prigione il principe Vseslav di Polack e lo proclamò proprio sovrano; Izjaslav fuggì in Polonia, tornando sette mesi dopo con l’aiuto del re Boleslao lo Slancioso. Rientrato a Kiev, Izjaslav — istigato dal demonio e da false calunnie secondo cui Antonio avrebbe sostenuto Vseslav ed essere stato l’ispiratore della rivolta — si adirò gravemente contro di lui.
In quel periodo Antonio assisteva nella grotta il monaco Isacco il Recluso, ingannato da un’apparizione demoniaca sotto forma di Cristo e lasciato quasi morto dopo essere stato costretto a “danzare” con i demoni; proprio questa cura, particolarmente inviso al demonio, sembra aver acuito la persecuzione. Il principe Svjatoslav di Černigov, fratello di Izjaslav, venuto a sapere dell’ira di quest’ultimo, fece condurre Antonio segretamente e di notte nella propria città. Ad Antonio piacque un luogo presso Černigov, sui Monti Boldini, dove scavò una nuova grotta (in seguito sede di un monastero).
Rasserenatosi e riconosciuto l’inganno diabolico, Izjaslav inviò messaggeri a supplicare Antonio di tornare a Kiev presso il gregge smarrito “come pecore senza pastore”. Il mite Antonio accondiscese, non volendo lasciare la propria comunità priva di guida: Dio, dice l’agiografo, non volle che un tale “sole della terra russa” ponesse altrove, fuori da Kiev, l’inizio della vita monastica perfetta.
Ultimi anni: lotta ascetica e progetto della chiesa di pietra
Superata anche questa prova, Antonio continuò la sua battaglia — con digiuno, preghiera, veglie e prostrazioni innumerevoli — contro le potenze delle tenebre, senza mai più lasciare la propria grotta fino alla morte. In questo periodo si intensificarono i suoi carismi.
Antonio si dedicò con crescente cura al progetto della chiesa di pietra delle Grotte, già annunciata a Šimon. Insieme a Feodosij pregò a lungo il “Celeste Architetto”, citando le parole del salmo: “Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori” (Sal 126,1). Secondo la tradizione, senza mai allontanarsi fisicamente dal monastero — come un tempo san Nicola di Mira — i due santi apparvero misticamente a Costantinopoli, dinanzi alla Madre di Dio, ricevendone l’oro necessario, che fu consegnato agli architetti-muratori inviati poi a Kiev per volere della Regina del Cielo.
Al loro arrivo, i costruttori chiesero indicazione del luogo. Antonio pregò tre giorni perché Dio Trino indicasse con un segno il sito degno della dimora della Regina dei Cieli. Il principe Svjatoslav, come per divina ispirazione, donò a tal fine il proprio campo, adiacente alla grotta. Nella prima notte di preghiera, lo stesso Cristo Signore della Gloria apparve ad Antonio dicendogli: “Antonio, hai trovato grazia dinanzi a Me”. Antonio chiese allora, a conferma, che in una notte cadesse rugiada su tutta la terra tranne che sul luogo prescelto, e nella notte successiva l’inverso. Al terzo giorno benedisse il luogo e ne fece misurare le fondamenta con la cintura d’oro di Šimon — trenta cinture in lunghezza, venti in larghezza — mentre un fuoco sceso dal cielo, per sua preghiera, bruciò gli alberi e scavò il terreno stesso, preparando prodigiosamente il sito dell’attuale chiesa “simile al cielo” delle Grotte.
Preparazione alla morte
Compiuta questa opera, Antonio iniziò a prepararsi al passaggio verso la Chiesa “non fatta da mano d’uomo”, eterna, di cui parla l’Apocalisse (21,22): “Il Signore Dio Onnipotente ne è il tempio”. La stessa Madre di Dio, apparendo agli architetti alle Blacherne, aveva preannunciato: “Questo Antonio vi benedirà soltanto per l’opera, poiché egli si avvia al riposo eterno; Feodosij lo seguirà il secondo anno”.
Vivendo nella grotta come in una tomba perpetua, Antonio poteva ripetere con l’apostolo: “Ogni giorno io muoio” (1Cor 15,31), e con il salmista: “Sono pronto e non mi turbo nell’osservare i tuoi comandamenti” (Sal 118,60). Pronto in cuor suo alla morte, l’unico suo turbamento era il timore di lasciare nello sconforto il gregge a lui affidato — così che in lui si compiva la parola dell’Apostolo: “Sono messo alle strette dalle due parti: da un lato il desiderio di andarmene ed essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, il rimanere nella carne è più necessario per voi” (Fil 1,23-24).
Consolò dunque i propri discepoli promettendo che, anche dopo la morte, non avrebbe mai abbandonato quel luogo santo, continuando a vegliare su di esso, ad aiutare chi vi abitava e chi vi accorreva con fede. Fece inoltre la sua promessa più preziosa: che, come egli stesso sarebbe morto in quel luogo con cuore pentito e ferma fiducia nel perdono, così avrebbero ottenuto la stessa grazia — morte nella penitenza e misericordia — tutti coloro che, riposando in quel luogo, gli avessero portato amore.
Morte (10 luglio 1073)
Antonio visse quarant’anni nella prima grotta e sedici nella seconda, dove concluse la vita terrena passando a quella eterna il 10 luglio, anno 6581 dalla creazione del mondo (1073 dalla nascita di Cristo), al novantesimo anno di età, sotto il principato di Svjatoslav Jaroslavič a Kiev e l’impero di Romano Diogene a Bisanzio.
Le reliquie nascoste
Le sue venerabili reliquie furono deposte nella stessa grotta in cui morì, sotto il grande monastero. Come in vita egli fuggiva gli sguardi degli uomini pregando in segreto, così chiese — e ottenne — che anche le sue reliquie restassero nascoste alla vista umana, in parallelo esplicito con Mosè, le cui spoglie rimasero anch’esse ignote a Israele. Secondo la tradizione, chiunque avesse osato scavare per scoprirle sarebbe stato colpito da fuoco e da malattie fisiche, finché non si fosse pentito dell’ardire. Pur invisibili, le sue reliquie non cessano — dice l’agiografo — di operare miracoli e di respingere le tenebre demoniache come luce che le tenebre non possono comprendere.
Miracoli post mortem
- San Giovanni il Molto-sofferente, tormentato per tre anni da violente tentazioni impure, si recò a pregare giorno e notte presso la tomba di Antonio e udì la sua voce: “Giovanni, Giovanni, devi rinchiuderti qui nella grotta, affinché la lotta cessi nel silenzio e nella solitudine, e il Signore ti aiuterà”. Obbedendo, Giovanni fu liberato dalle passioni, sebbene la lotta contro gli spiriti immondi si fosse protratta, secondo la sua vita, per quasi trent’anni.
- Dopo la morte, Antonio apparve — insieme a Feodosij — nuovamente a Costantinopoli, per accordarsi con gli iconografi greci sulla decorazione della chiesa delle Grotte, fornendo loro l’oro necessario e inviandoli a Kiev, presso l’igumeno Nikon.
- Guarì e concesse tempo di pentimento al monaco Erasmo, che si era rattristato per aver speso tutto il proprio oro nell’abbellimento della chiesa e per questo era caduto in una malattia mortale, rimanendo privo di sensi per sette giorni senza riuscire a morire: all’ottavo giorno gli apparvero Antonio e Feodosij, dicendogli: “Abbiamo pregato Dio per te, ed Egli ti ha concesso tempo di pentimento”. Erasmo guarì, si pentì pienamente e morì in pace tre giorni dopo, annoverato tra i santi.
Fonti agiografiche
Le fonti più antiche sono il cronista Nestore, testimone diretto degli ultimi anni della comunità (giunto al monastero a diciassette anni), e il vescovo Simone con il suo collaboratore Policarpo, autori di gran parte delle notizie sui miracoli e sulla morte del santo, confluite poi nel Paterico delle Grotte di Kiev. Una “vita” autonoma e organica di Antonio, a differenza di quella di Feodosij (scritta integralmente da Nestore), non si è conservata: gli stessi compilatori medievali lamentano la dispersione delle fonti più antiche “nelle molte guerre”, e le redazioni giunte fino a noi — tra cui quella raccolta nel Libro delle vite dei santi di San Dimitri di Rostov — sono ricostruzioni tarde basate su frammenti cronachistici e sulla tradizione del Paterico.
Significato storico e teologico
Antonio è venerato come il padre del monachesimo russo: attraverso di lui la benedizione del Monte Athos passò alla terra russa, e dalla sua grotta primitiva germinò l’intera fioritura dei monasteri della Rus’. Accanto a lui, san Feodosij è ricordato come organizzatore della vita comunitaria secondo il typikon studita; insieme sono considerati i due fondatori e colonne della Kievo-Pečerskaja Lavra, “santa, taumaturga, simile al cielo”.
