Ieromonaco Onisiforo: Ricordi dal Monte Athos

SUL MONTE ATHOS (la forza dell’obbedienza)

Sono già dieci anni che non sono più là. Dieci anni interi in cui vivo soltanto dei ricordi di quei giorni e di quegli eventi che mi accaddero sul Santo Monte Athos, in uno dei suoi numerosi monasteri, il cui nome è Docheiariou.

Il geronda Gregorio, abate di questo santo monastero, si è già addormentato nel Signore. Posso dunque raccontare molto della sua santa vita e di quei bellissimi esempi di umiltà e di amore che vidi vivendo là, tra i fratelli di quel monastero. Scrivere un intero libro non è secondo i miei talenti. Ma raccontare ciò che è così elevato e per molti sconosciuto, da cui si può imparare, lo ritengo un’opera molto necessaria e utile.

Molti russi “asceti”, che incontrai nei primi giorni del mio soggiorno sull’Athos, dicevano tutti all’unisono che a Docheiariou non sarei durato a lungo. Dicevano che là vivevano dei folli lavoratori instancabili e che anche il loro geronda era un folle come loro. Ma, osservando la vita di questi “asceti”, compresi che era proprio Docheiariou ciò che mi serviva.

Nei primi giorni della mia obbedienza al geronda Gregorio, fisicamente fu molto duro per me. A me, un pappagoccio, un padre viziato, fu benedetto di caricare manualmente sul pianale del camion pietre grandi e pesantissime. I primi due o tre giorni semplicemente “morivo”. Persino la pressione mi si alzò. Ma dopo circa due settimane già mi sentivo normale dal punto di vista fisico, un uomo vero. Mi ero abituato e cercavo di non restare indietro rispetto agli altri. Alla fine il mio cervello accettò che la fatica è una cosa buona. La fatica si rivelò l’arma più potente contro il diavolo. Soprattutto la fatica pesante. Allora tutti i pensieri sono occupati nell’esecuzione dell’obbedienza e il diavolo non trova posto nella tua testa. Sei libero dalle sue invenzioni di ogni tipo, che eri abituato a considerare tue. La testa è occupata dal lavoro e il giorno passa come un istante. Non c’è tempo per il peccato. Ti stupisci persino di te stesso: “Ma sono proprio io?”

Una volta presero noi (russi e ucraini) per costruire un enorme serbatoio di acqua tecnica in cemento armato. Il lavoro era fisicamente molto duro, e per di più con un calore superiore ai 40 gradi. Quando vidi per la prima volta come lavoravano i greci, rimasi per qualche tempo in una specie di shock. Più di trenta monaci correvano nel cantiere davanti a me con secchi, pale, carriole piene di cemento e ferri in mano, ricordando un grande formicaio, e io non riuscivo proprio a capire perché andassero tutti di corsa. In quel momento, d’impeto, pensai che avessero tutti una sorta di follia collettiva e che dovevo tenermi lontano da loro. Ma il pensiero successivo mise in dubbio le mie conclusioni premature: possono impazzire tante persone tutte insieme nello stesso momento? Serviva una spiegazione. E me la diedero. Scoprì che era il loro modo di vincere la carne. Una vera scienza. Avevo letto, certo, di come Serafino di Sarov portasse pietre nello zaino e dicesse che “affliggeva chi lo affliggeva”, ma vedere una cosa del genere è una cosa, provarla nella pratica è un’altra. La sera, dopo un lavoro così accelerato, il corpo non vuole più nulla. Si vorrebbe solo cadere e risvegliarsi al mattino. Ogni desiderio peccaminoso, suggerito dal diavolo, semplicemente non viene accolto dal cervello. Dunque, lo scopo è raggiunto: il nemico è vinto. Ma è vinto solo oggi; domani tutto ricomincia da capo. E così ogni giorno, anno dopo anno, fino alla morte. Viene quasi da rattristarsi. E si ha compassione di se stessi: “Non esiste proprio alcuna ricompensa, ma soltanto un’autoflagellazione senza fine?”

La ricompensa c’è, eccome. Ed è molto gustosa. Così gustosa che tutte queste difficoltà insopportabili si sopportano piuttosto facilmente e persino si desidera che ci siano. Senza di esse non c’è ricompensa: non c’è la grazia divina, non c’è l’amore con cui il tuo Dio amatissimo riempie il tuo cuore.

Ed è qui il senso: Dio ti riempie di amore, e tu lo condividi con gli altri. Per tutto il tempo del mio soggiorno a Docheiariou, vidi solo alcune volte una mancanza di amore in alcuni dei fratelli. Questo nemmeno si ricorda. Si ricordano invece moltissimi atti di amore, ed essi mi attirano di nuovo a Docheiariou. E quando li ricordo, posso condividere questo amore anche ora.

Desidero raccontare ancora alcuni esempi di lotta contro la propria carne che ho ricordato. Una volta, mentre lavoravamo negli uliveti – estirpavamo le erbacce con pesanti e grandi zappette, sotto un caldo insopportabile, e il corpo ormai rifiutava di lavorare, rimanendo poco tempo al riposo di mezzora prima del pranzo – udii le forti grida dei fratelli greci. Erano grida che chiamavano all’assalto. Gridavano: “Forza! Più veloce! Colpisci il diavolo!” Prima gridò uno, poi riprese un altro, un terzo, e presto tutto l’uliveto si riempì di questo invito a colpire il diavolo. Anch’io gridavo, e gridavano tutti i nostri. Le zappette parevano quasi volare da sole sopra le nostre teste per colpire quel diavolo. Tutta la stanchezza sparì all’istante. Cominciavi davvero a capire che non stai lottando contro pietre ed erbacce, ma contro il tuo peggior nemico, e che la vittoria ti è necessaria come mai prima. Allora sperimentai lo spirito combattivo dell’esercito angelico. All’improvviso credetti anch’io che si potesse colpirlo. E lo colpii.

Di casi simili ce ne furono moltissimi, ed è impossibile descriverli tutti, ma ne ricorderò probabilmente ancora uno. Mentre lavoravamo alla costruzione di quello stesso serbatoio d’acqua di cui ho già parlato, ci fu data l’obbedienza di portare i ferri dentro lo scavo. I tondi di ferro si erano talmente riscaldati al sole che era impossibile afferrarli. Ma noi ancora non lo sapevamo.

Accorse un ieromonaco, uno dei superiori del cantiere, afferrò alcune barre di ferro e, come sempre correndo, le trascinò verso lo scavo, invitandoci nel frattempo a fare lo stesso. Alcuni di noi presero le barre, ma le lasciarono subito ricadere: scottavano. Decidemmo di aspettare che ci dessero dei guanti. Accorse di nuovo lo stesso ieromonaco. Non facemmo in tempo ad aprire bocca che lui afferrò di nuovo le barre e fuggì rapidamente verso lo scavo. Noi tutti, come un sol uomo, vedemmo che non aveva alcun guanto sulle mani. Questo ci lasciò perplessi e ci fece provare una certa vergogna. Non volevamo apparire come dei delicatini e dei deboli. Afferrammo di nuovo le barre e di nuovo le lasciammo cadere. No! Era impossibile. E così noi cinque saccenti teologi, tutti istruiti, stavamo lì a spostarci da un piede all’altro, pronti a sprofondare per la vergogna sotto terra, e non sapevamo che cosa fare.

Accorse di nuovo quello stesso ieromonaco e non ci sgridò, non disse nulla, ma prese di nuovo le barre e si accinse a trascinarle verso lo scavo. Allora lo fermammo e provammo a spiegargli che era impossibile portare quel ferro rovente. Ed egli ci disse di non prestare alcuna attenzione a quel “rovente”. «Poi mostrerete le vostre mani a Cristo!» – così ci disse e fuggì di nuovo. Questo non riuscimmo più a sopportarlo. Uno dopo l’altro, con grida, come all’assalto, afferrammo quelle barre e corremmo dietro l’ieromonaco. Per tutto il giorno portammo quelle barre, e la sera qualcuno dei nostri si ricordò di quanto fossero state calde. Tutti guardammo le mani, ma nessuno di noi aveva né ustioni, né vesciche, né persino arrossamenti. Ci guardammo l’un l’altro con grande stupore e incomprensione su come ciò fosse potuto accadere. Col tempo, certo, non ci stupimmo più di simili miracoli, perché accadevano molto spesso. Sapevamo già che l’obbedienza può trasformare tutto ciò che è naturale intorno a te in soprannaturale. Le ordinarie leggi fisiche si infrangono e cedono il posto a qualcosa di altro, a una forza diversa, a leggi diverse, più potenti delle quali non esistono.

Qualche settimana dopo, quando quel serbatoio d’acqua, simile a una grande stanza di cemento sotterrata, fu pronto, il geronda chiese a tutti: “Chi riesce a entrare dentro per dipingere all’interno pareti, pavimento e soffitto con una speciale, ma molto tossica vernice?” Tutti i greci, a gara, cominciarono a chiedere al geronda questa obbedienza. Noi stavamo in disparte e non riuscivamo proprio a capire perché fosse così necessario desiderare di entrare in quel “bunker” senza finestre né porte, con solo una piccola apertura in alto attraverso cui un uomo poteva scendere e aprire o chiudere il rubinetto dell’acqua? Ma capivamo al cento per cento che non capivamo qualcosa di molto grande. Il geronda spiegò a tutti che, sebbene avrebbero dato delle maschere, scendere là dentro era comunque pericoloso, e propose a tutti di riflettere bene.

Il numero dei volontari non diminuì. I fratelli, a turno, cominciarono a scendere in quel serbatoio, e ad alcuni i vapori tossici facevano venire le vertigini, ma venivano prontamente tirati su. Gli altri si occupavano di livellare il terreno intorno al serbatoio. Il lavoro era per tutti, ma per qualche motivo proprio la verniciatura del serbatoio aveva per loro un significato speciale, misterioso.

Una volta sentii il geronda dire a un fratello di non avere paura della morte. Diceva: “Avanzale contro e lei fuggirà da te, perché se ne avrai paura, ti seguirà passo passo. Non temere le obbedienze pericolose, vinci la paura e diventerai un soldato di Cristo”. Quando il geronda pronunciava queste parole, egli stesso in qualche modo si trasformava: diventava come un guerriero che non conosce la paura, e io ricordai per sempre quello stato del suo spirito in quel momento. Compresi chi è un soldato di Cristo. Così erano molti santi martiri, che non avevano paura. La paura è un peccato, e va vinta. I fratelli di Docheiariou credono che, se qualcuno muore nell’obbedienza, va direttamente in paradiso. E questa loro fede toglie alla paura tutta la sua forza.

Personalmente ebbi la fortuna di sperimentare su me stesso questo sentimento, quando sei pronto a morire per l’obbedienza. E questa fede nella forza dell’obbedienza compì un miracolo. Una volta, poco prima dell’inverno, a causa del vento freddo, ebbi una riacutizzazione della mia sinusite cronica (infiammazione dei seni mascellari vicino al naso). Per non finire in ospedale mi sarebbero bastati due o tre giorni a letto, sotto una coperta, respirando aria calda. Questo mi aveva sempre aiutato. Ma quella mattina il geronda seppe che ero malato e venne egli stesso a visitarmi. Dopo avermi chiesto come stavo, il geronda mi propose di non prestare alcuna attenzione a questa malattia e di andare in montagna, alla cella, per sgombrare insieme a tutti i fratelli il terreno da pietre e alberi. Allora mi offesi un po’, ebbi compassione di me stesso. Il geronda lo notò e mi disse che anche lui sarebbe andato, sebbene fosse molto malato proprio quel giorno. Il geronda soffriva di diabete e aveva nel cuore una valvola artificiale.

Ogni giorno si faceva da solo otto iniezioni per poter vivere il giorno appena iniziato. A quel punto ebbi compassione del geronda. Confrontai il suo problema con il mio e mi vergognai. “Va bene. In battaglia sia. Se anche muoio, non ho nulla da temere. Morirò nell’obbedienza al mio geronda, e dunque andrò in paradiso.” Mi vestii rapidamente, più caldo possibile. Mi infilai in testa un berretto con un’apertura per gli occhi e partii con tutti alla cella a lavorare. Lavorai fino a sera, e poi, mentre tornavo al monastero, mi ricordai che ero malato, o meglio, che ero stato malato. Non avvertivo più alcun sintomo della malattia. La malattia e la morte si erano nascoste da me in una direzione sconosciuta. Allora ricordai le parole del geronda: “Non temere la morte, avanzale contro, e lei fuggirà da te!”

SUL MONTE ATHOS (sulla preghiera)

Quando arrivai a Docheiariou, vidi all’inizio solo lavoro fisico e nessuna ascesi di preghiera. Le usuali veglie notturne, come in tutti i monasteri del Santo Monte Athos. Allora ero molto interessato alla Preghiera di Gesù e cercavo un maestro, ma non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Solo dopo un anno e mezzo di vita nel monastero scoprii che là si prega non meno di quanto si lavori.

Ogni monaco aveva la sua regola di preghiera cella. Col tempo il geronda mi benedisse 60 inchini con la Preghiera di Gesù, poi 100, poi 150. I monaci di Docheiariou ne facevano migliaia ogni giorno. Chi trovava tempo li faceva di giorno, per quanto riusciva, ma per lo più dopo cena e dopo la benedizione del geronda.

Una volta vidi per caso come un novizio greco, mentre tutti noi riposavamo a mezzogiorno dopo un lavoro molto pesante, si nascose tra gli alberi e faceva inchini. Questo mi colpì moltissimo. Tu aspetti quei trenta minuti per sfuggire al sole e riposare almeno un po’, e lui – fa inchini. Io mi stancavo durante il giorno per i vari lavori tanto che a fatica arrivavo alla cella. A volte non avevo neanche la forza di slegare i lacci delle scarpe. Quei 150 inchini prima di dormire per me erano come un ultimo assalto in battaglia. Sapevo che non potevo coricarmi finché non li avessi fatti. Naturalmente li facevo allora con fatica, eseguendo l’obbedienza al mio geronda. E non riuscivo proprio a capire come fosse possibile fare quegli inchini per mille o duemila volte al giorno. Non volevo crederci.

Ma una volta lavoravamo nell’orto con un monaco greco. A quel punto avevo già imparato più o meno a comunicare nella loro lingua. E durante una conversazione sortii da quel fratello come loro, i monaci anziani, eseguivano questa regola con la Preghiera di Gesù. Non ricordo più quanti inchini facesse lui, ma non meno di mille, questo è certo. Disse che tutti fanno così, eccetto noi, che eravamo appena arrivati in monastero. Allora, ricordo, mi stupii e chiesi quando mai dormissero. Disse che per il sonno ormai non restava quasi tempo. Dopo questo tacqui a lungo e aspettai che finisse il lavoro, per andare dal geronda e chiedere se fosse vero. Mi spaventai sul serio per la mia salute. Quando chiesi al geronda quante ore dovessi dormire, lui sorrise, fece un gesto distratto con la mano e disse di cacciare del tutto dalla testa questi pensieri sul sonno. «Affida questo a Dio, non pensarci. Se dormirai anche solo due ore, Dio farà in modo che sia come se avessi dormito otto ore. Tutti noi viviamo così da più di quarant’anni e nessuno è finito in manicomio. Caccia questo pensiero.»

Con questa risposta fui “ucciso” sul colpo. Ma il fatto che tutti vivessero così e che ciò non avesse danneggiato per nulla la loro salute era per me un argomento, certamente, molto forte. Allora capii che là non era tutto come sulla terraferma: là vigevano altre leggi. Perciò ascoltai il consiglio del geronda e non mi preoccupai più del sonno. Al massimo dormivo quattro ore al giorno e mi bastavano. Capitava che il lavoro fosse leggero. Allora rimanevano molte forze per gli inchini. E dopo aver fatto i miei 150, volevo ancora pregare. Chiesi al geronda. Egli disse che mi benediceva, quando potevo fare più inchini, di farli. Così fanno tutti in monastero. Alcuni entrano talmente nella preghiera che non riescono a fermarsi e così pregano tutta la notte fino alla funzione. Il corpo può già essere privo di forze e giacere, ma la preghiera non cessa. È impossibile costringersi a smettere di pronunciare il nome del Dolcissimo Gesù. A volte, quando il geronda non arrivava in tempo alla funzione notturna, andavano a svegliarlo e lo trovavano addormentato sul pavimento davanti alle icone. A nessuno è noto se abbia dormito anche solo un’ora.

Una volta io e un monaco eseguivamo insieme un’obbedienza nel giardino del monastero. Verso l’ora del pranzo si lamentò con me, indignato, che non riusciva in alcun modo a liberarsi di una canzone che gli cantava nella testa. Gli chiesi quale fosse. Scoprì che anche a me, dalla mattina, cantava in testa quella stessa canzone. E per quanto mi sforzassi, per quanto pregassi, la canzone non se ne andava. Poi, dopo quella canzone, cominciarono a venirmi in mente varie musiche, vari pensieri inutili. Alla fine tutto questo mi stancò abbastanza e chiesi a un ieromonaco se sapesse come liberarsene, perché la Preghiera di Gesù non mi aiutava. Lui mi chiese come pregassi. “Nella mente?” Dissi di sì. Nella mente. Allora disse che la testa è per i demoni un passaggio aperto. Entrano ed escono liberamente. La preghiera va nascosta nel cuore – va diretta lì. Il cuore è come una porta verso un altro mondo. Del resto non è forse per questo che Gesù Cristo disse di non cercare il Regno di Dio da qualche parte fuori, perché esso è dentro di noi?

Per me questa scoperta fu come un fulmine a ciel sereno. Avevo letto tante volte queste parole della Sacra Scrittura e, a quanto pare, non ne capivo il senso. Era dunque per questo che il Signore aveva detto così del Regno dei Cieli!

La conversazione con questo ieromonaco cambiò tanto il mio atteggiamento verso la preghiera, che già aspettavo la sera, quando sarebbe finito il lavoro, per cominciare la mia regola. Dirigevo le parole della preghiera verso la regione del cuore, perché credevo che là abitasse Gesù Cristo. Là abita un intero Paese Celeste, in cui vivono la Madre di Dio, gli Angeli e tutti i Santi che hanno compiaciuto Dio. Là è il Regno dei Cieli. E il cuore è come una finestrella attraverso cui bisogna parlare per essere uditi.

Avevo letto molto in passato sulla Preghiera di Gesù e sapevo che quando la mente si trasferisce nel cuore, questa è già preghiera del cuore e si compie già senza pronuncia ad alta voce. Ma là bisognava pronunciarla ad alta voce e dirigere le parole al cuore. Era incomprensibile. Ma quando provai alcune volte, il risultato fu semplicemente indescrivibile. Non si può spiegare. Capivo chiaramente che il Signore udiva ogni mia parola e, per questa certezza che Egli mi udiva, volevo chiedere e chiedere, ancora e ancora, che il Signore avesse misericordia di me. Temetti che quel miracolo, quella preghiera meravigliosa si interrompesse all’improvviso e non tornasse mai più. Mi sembrava che Dio me l’avesse donata per un tempo. Soltanto per mostrarmi come si fa correttamente. La mia gioia, dentro di me, era inesprimibile. Allora volavo come sulle ali e aspettavo la sera per chiedere ancora e ancora a Dio misericordia.

Già capivo perché i monaci di Docheiariou non riescono a fermare la loro preghiera. Essi vivono di essa. «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» Amen.

SUL MONTE ATHOS (sull’amore)

Volendo parlare d’amore, non intendo l’amore umano ordinario. Voglio raccontare di quell’amore sacrificale che ci ha insegnato Gesù Cristo.

Una volta il geronda Gregorio diceva: “Se hai capito che cos’è l’amore e vivi in questo amore, adempiendo il primo comandamento che Dio ci ha dato, allora non potrai più contristarlo violando gli altri comandamenti. Ne soffrirai, perché agirai contro te stesso. Del resto penserai di fare del male a Colui che ami più di ogni cosa al mondo”.

Il geronda affrontò il discorso del primo comandamento con me quando in monastero accadde un caso in cui dovevo prendere una decisione giusta. O agire per amore del prossimo, ma violare uno degli altri nove comandamenti, cioè dire una bugia; oppure dire la verità, ma allora quel fratello, molto probabilmente, avrebbe lasciato il monastero, il che in quel caso avrebbe significato una manifestazione del mio non-amore verso di lui. La situazione per me era molto difficile. Il geronda allora disse che, siccome io potevo capirlo, me lo diceva, ma in generale non si può dire questo a tutti. Ciò che udii allora mi parve in qualche modo sbagliato. Non lo sapevo, e perciò mi mise in allerta e mi lasciò perplesso. Ma quando il geronda cominciò a confermare ciò che aveva detto con esempi concreti dalla vita dei santi, tutta la mia diffidenza si dissipò rapidamente. Ed egli disse allora queste parole: “Se bisogna agire per amore, per salvare una persona, a volte si può peccare, se non si può fare altrimenti. Cioè si può violare uno dei nove comandamenti, se hai già imparato il primo – l’amore”. Il geronda mi raccontò un esempio che ricordai bene. Da un abate di un monastero vennero i fratelli e cominciarono a lamentarsi di un monaco, accusandolo del peccato di fornicazione con una donna del villaggio vicino. Affermavano di averla vista entrare nella cella di quel monaco e chiamarono l’abate perché andasse là a cogliere il monaco sul fatto. L’abate rifletté un poco e disse loro che prima sarebbe entrato lui da solo, e poi avrebbe chiamato gli altri a entrare nella cella. Quando l’abate entrò, vide il monaco spaventato, che continuamente guardava un barile coperto da un telo. L’abate capì subito dove si era nascosta la donna. Prese una tavoletta, la pose sul barile, vi si sedette sopra lui stesso e gridò ai fratelli di entrare e di fare una perquisizione. Naturalmente non trovarono nessuno e se ne andarono confusi e perplessi. Del resto avevano visto con certezza che la donna era entrata in quella cella. L’abate rimase con il fratello e gli disse queste parole: “Io oggi ho agito con te come una volta agì Gesù con la peccatrice che volevano lapidare. Egli non la condannò. E neanch’io ti condanno. Ma Egli le disse di non peccare più. Io ti dico lo stesso. Io ho ingannato i fratelli per amor tuo. Perciò guarda, fratello: sei sull’orlo della rovina, correggiti!” Dopo questo quel monaco si corresse, e l’abate custodì nel segreto tutto ciò che era accaduto.

Naturalmente non si può insegnare tali trasgressioni a persone che non hanno ancora imparato a vivere in modo sacrificale. A vivere come viveva il geronda Gregorio. Sono certo che egli coprì i peccati di moltissimi. Il Signore, per questo, copra anche i suoi peccati. Il geronda è l’esempio di quel grano che fu gettato in terra e quel grano diede frutti bellissimi. Vidi come l’amore del geronda passava ai fratelli del monastero. Questo non si poteva non vedere, perché egli vi impiegava tutte le sue forze. Non risparmiava affatto se stesso. Così non può fare chiunque. Egli si donava completamente, ogni giorno, non lasciandosi tempo neppure per il sonno. Spesso lo trovavano addormentato sul pavimento, perché, sfinito dagli inchini e dalla preghiera per tutti noi, già non riusciva più a salire sul suo giaciglio.

Posso ricordare molti esempi in cui novizi e monaci ci stupivano con il loro sacrificio e il loro amore, imitando il loro geronda. Una volta, quando ci portarono in un orto per estirpare le erbacce in una delle celle, notai un caso del genere. Dall’automobile scaricarono le zappette e le posero perché le prendessimo e cominciassimo a lavorare. Noi ci precipitammo per primi a scegliere le zappette più leggere, più affilate, più dritte. Insomma, quelle migliori. Poi i greci si avvicinarono con calma e presero ciò che restava. Forse nessuno vi fece caso, ma io lo vidi. E vidi che lo fecero apposta. E soprattutto ciò che mi colpì e mi fece vergognare fu che si rallegravano che a noi fossero capitate zappette così buone. Allora cominciavo appena a conoscere questa alta scienza dell’amore sacrificale e rimasi semplicemente stupito: quanto ero ancora un bambino in questo. Allora fui molto grato al Signore di essere capitato proprio in quel monastero. Là imparavo non dal fatto che qualcuno mi raccontasse come si deve fare, senza che io lo facessi. Là imparavo guardando come facevano loro.

Quando il sole saliva già molto in alto e il caldo diventava insopportabile, i greci spingevano noi slavi a lavorare all’ombra, sotto gli ulivi, mentre loro si mettevano al sole. Là non servivano più prediche sull’amore. Là tutto era chiaro senza parole. Si rivolgevano a noi come un fratello maggiore verso il suo fratello minore – ancora molto piccolo. Ci amavano e avevano compassione di noi. Gestì così ne vidi molto spesso. Probabilmente quei monaci non potevano più agire diversamente. Se portavi qualcosa di pesante – ti aiutavano. Se sollevavi – ti porgevano. Persino a tavola: non facevi in tempo a stendere la mano per prendere qualcosa, che già qualcuno te lo porgeva. Io in passato non mi ero mai posto l’obiettivo di imparare questo, perché non l’avevo nemmeno mai visto. Ma ora per me è uno dei compiti principali. Ho capito che così è giusto.

Per imparare l’amore, bisogna compiere queste opere d’amore.

SUL MONTE ATHOS (sull’umiltà)

Una persona non può insegnare a un’altra a nuotare, se lei stessa non ha imparato. Così è anche per l’umiltà. Non puoi insegnare a qualcuno l’umiltà, se tu stesso non la possiedi. Purtroppo, da noi l’umiltà si insegna male. Da noi si “umilia”, non si insegna. E sono cose del tutto diverse. Quando un maestro reprime grossolanamente la volontà del suo discepolo e gli richiede un’obbedienza incondizionata, da parte del maestro non si vede alcuna umiltà da cui si possa imparare. L’umiltà si può imparare solo da un umile. In casi simili ricordo sempre il geronda Gregorio, abate del monastero Docheiariou sull’Athos.

Egli aveva moltissima umiltà. Si umiliava persino quando poteva usare la sua autorità di abate. Se occorreva punire qualche monaco disobbediente, non lo faceva, ma si rivolgeva alla Madre di Dio e diceva: «O Santissima, Tu vedi che le mie osservazioni non hanno effetto su questo fratello. Guarda alla mia umiltà. Adesso vorrei tanto mettere a posto questo monaco. Già immagino come lo farò. Ma mi umilierò. Mi umilierò e chiederò il Tuo aiuto. Tu lo farai mille volte meglio di me. Aiutami, o Madre di Dio!»

Il geronda agiva spesso così. E noi vedevamo che era giusto. Perché vedevamo il risultato. Aspiravamo a diventare come lui e, se non ci riuscivamo, per tali azioni ci vergognavamo. In verità, per insegnare qualcosa, devi prima impararla tu stesso. Da noi dicono il contrario: “Non devi essere umile, ma sei obbligato a umiliare il prossimo”. Tutto è capovolto. Ma, grazie a Dio, esistono ancora luoghi dove sanno che cos’è l’umiltà.

Se entrate a Docheiariou e vorrete individuare dall’aspetto esteriore qualcuno tra i superiori, tutti i vostri sforzi saranno vani. Là tutti vestono allo stesso modo. Tutti in vecchi sottani rattoppati, e tutti occupati in qualcosa. E anche l’abate.

A Docheiariou, per diventare ieromonaco, bisogna diventare il novizio più umile e rimanere tale fino alla morte, anche se da tempo possiedi il grado sacerdotale. Là gli ieromonaci sono i primi novizi. Si alzano prima di tutti e si coricano dopo tutti. Quando di notte entri in chiesa per la funzione, i primi che vedi sono i sacerdoti. Sono loro i primi ad arrivare e a preparare tutto per il servizio. Anche al lavoro sono sempre alle obbedienze più pesanti e responsabili. Spesso ti corrono incontro e ti aiutano nel lavoro, e questo per noi è così insolito che all’inizio semplicemente non riesci a crederci. Questo in qualche modo turba e fa vergognare di non essere come loro. Si desidera cambiare. Del resto siamo abituati che tutti servano i sacerdoti e li onorino in ogni modo, mentre qui – al contrario.

Ma passa il tempo. Vedi questo ogni giorno. E, quasi senza accorgertene, diventi anche tu come loro. Per la prima volta sorge il piacevole desiderio di servire qualcuno. Cominci a percepire tutto in modo diverso. Cominci a comprendere che il sacerdozio non è affatto ciò che te lo eri immaginato prima. Che è un esempio, un modello per gli altri. E tu, proprio tu, devi essere questo esempio. Devi continuamente offrire te stesso in sacrificio per gli altri, perché hai promesso di imitare Cristo. E l’iscrizione sulla tua croce sacerdotale è un ricordo di questo. E le parole… Ricordai allora quelle parole: «Chi tra voi è più grande, sia come colui che serve». E ancora: «Chi avrà servito anche a uno solo di questi miei minimi fratelli, avrà servito a Me».

Questo era detto anche per me. E allora capii perché vivono così i fratelli-sacerdoti di Docheiariou. Hanno rinunciato alla propria vita e l’hanno donata a Cristo, l’hanno donata al servizio del prossimo, perché Cristo ha donato la Sua vita per loro.

Una volta chiedemmo a uno degli ieromonaci perché si affaticassero tanto per la salvezza, dal momento che molti padri scrivono che già negli ultimi tempi ci salveremo con tribolazioni e malattie? Egli ci rispose che leggono i padri antichi, come i grandi asceti egiziani Antonio e Pacomio. I padri attuali non scriveranno più nulla di meglio. E in questo aveva ragione. Avevano preso come esempio i più forti dell’esercito di Cristo e diventavano essi stessi così.

Mi piacque molto anche la regola introdotta a Docheiariou: non fare nessuna osservazione a nessuno. Osservazioni può fare solo l’abate. Gli altri possono fare osservazioni solo in casi eccezionali – se vedono che sta per accadere qualcosa di brutto, di irreparabile.

Una volta mi addormentai e mancai l’obbedienza. Mi stesi, pensai per cinque minuti, e invece dormii per un’ora e mezza intera. Lavoravamo allora al porto: costruivamo un albergo e una mensa per i pellegrini. Quando corsi giù verso il mare, vidi che il lavoro procedeva a pieno ritmo. Ma quando arrivai al cantiere, per qualche motivo udii solo silenzio. Non c’era nessuno. Entrai per precauzione dal retro. Mi vergognavo di essermi addormentato. Volevo unirmi al lavoro senza farmi notare. Entro piano nella stanza più grande: nessuno. Mi giro indietro, e tutti i fratelli sono seduti dietro e mi guardano. Ero pronto a fuggire per la vergogna chissà dove, ma era già tardi. Pare che allora il cemento fosse finito e tutti si fossero seduti per riposare e mangiare nel frattempo qualche dolce. Lo ieromonaco superiore mi chiamò e disse: “Perché dormi troppo – sei punito. Ecco, ti sono rimasti caramelle e biscotti: mangia tutto. E non tardare più”.

Non potete immaginare come in quel momento gli fui grato per una tale punizione. Mi aspettavo che, come si fa da noi, cominciasse a sgridarmi, mi imponesse inchini, e invece mi punì con i dolci. Come aveva agito giustamente. Del resto ero già addolorato per il ritardo, e se mi avesse anche sgridato, probabilmente sarei caduto nell’accidia. Dopo quel caso decisi che bisogna punire proprio così: con amore, umiliandosi come si umiliava il geronda, per non punire davvero.

Voglio menzionare ancora una bellissima lezione di umiltà che ci diede il geronda Gregorio. Una volta, d’estate, a Docheiariou venne a imparare l’umiltà un abate dall’Ucraina. Ci misero a lavorare nell’orto. Come superiore il geronda nominò un giovane novizio greco, che se ne intendeva di orticoltura. E così quel novizio ci comandava, e noi facevamo tutto ciò che ci diceva. Ma la pazienza del nostro abate per questo “scandalo” durò solo alcune ore. Poi cominciò a mormorare e a esprimere apertamente il suo scontento: come mai un abate così “grande” doveva obbedire a un semplice novizio? Alla fine si rifiutò categoricamente di obbedire e, fino al termine del lavoro, fece ciò che volle. Ora si avvicinava a uno per aiutarlo, ora a un altro, e così fino a sera.

Il geronda venne a sapere di questo caso e decise di dare al nostro abate una piccola lezione. Dopo la funzione serale, quando tutta la fratellanza si avvicinava al geronda per prendere la benedizione, il geronda all’improvviso chiamò il nostro abate e gli chiese: “Sei un abate?” Quello rispose: “Sì”. Allora il geronda disse: “Bene, da noi non possono esserci due abati. Siediti al mio posto”. E ai fratelli disse: “Prendete la benedizione da lui!” L’abate esitò, si confuse e non sapeva cosa fare. Non si era mai trovato in una simile situazione. Dovette ritrattare le sue parole. E poi ci disse: “Ecco una lezione. La ricorderò per tutta la vita”. Sull’Athos, in monastero, abate può essere una sola persona. Tutti gli altri – novizi. Così anche in famiglia: i figli possono essere molti, ma il padre è uno.

Un fratello paragonò l’umiltà a un biglietto d’ingresso per il Regno dei Cieli. Né il digiuno, né la preghiera, né gli inchini, né le opere buone ti aiuteranno ad entrare in Paradiso, se non avrai l’umiltà. Che giova essere un grande digiunatore? I demoni non mangiano affatto. Che giova pregare molto? I demoni ti aiuteranno persino a pregare per tutto il mondo e a considerarti un grande uomo di preghiera. Allo stesso modo, anche gli inchini senza umiltà e le opere buone non hanno alcun valore davanti al Signore. In cielo sono accolti solo gli umili, perché là tutti sono umili. E tutti i superbi soffrono nell’inferno!

L’umiltà è la salvezza. E l’umiltà nasce dall’obbedienza, e l’obbedienza dal recidere la propria volontà. Quando chiesi al geronda Gregorio quale sia l’opera più importante per un monaco, egli disse che è il recidere la propria volontà.

Recidi la tua volontà e diventerai umile!

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