P. Georges Florovskij: Le qualità interiori della cattolicità

            La cattolicità della Chiesa non è un concetto quantitativo o geografico. Essa non dipende affatto dalla diffusione mondiale dei fedeli. L’universalità della Chiesa è la conseguenza o la manifestazione, ma non la causa o il fondamento della sua cattolicità. La sua diffusione nel mondo o l’universalità della Chiesa è solo una caratteristica esteriore, per nulla necessaria. La Chiesa era cattolica anche quando le comunità cristiane costituivano soltanto isole solitarie in un mare di miscredenti o di pagani. E la Chiesa rimarrà cattolica anche alla fine dei tempi, quando il mistero dell’“apostasia” sarà rivelato, allorché ancora una volta la Chiesa si ridurrà ad un “piccolo gregge”. “Quando verrà il Figlio dell’Uomo, troverà la Fede sulla terra?” (Luca 18, 8). Il metropolita di Mosca Filerete si espresse in modo assai adeguato su questo punto: “Se una città o una regione si allontanano dalla Chiesa universale, quest’ultima continuerà a rimanere sempre un corpo integrale, non destinato a perire”. Il metropolita Filerete usa a questo punto il termine “universale”, nel senso di “cattolico”. Il concetto della cattolicità non può essere misurato con la sua diffusione nell’ampiezza del mondo: il vocabolo “universalità” non lo esprime esattamente καθολική, che deriva da καθ’όλω, significa, in primo luogo, l’intera pienezza ed integrità della vita della Chiesa. A questo proposito parliamo di “pienezza”, non solo di “comunione”, e ad ogni modo non di una semplice comunione empirica. Καθ’όλον non è sinonimo di κατά παντός; esso riguarda non il piano fenomenico ed empirico, ma quello ontologico e noumenico; esso descrive la vera essenza, non le manifestazioni esterne. Ci rendiamo conto di questa differenza di significato già nell’uso precristiano di questi termini, a cominciare da Socrate. Se cattolicità significa dunque universalità, non si tratta certamente di una universalità empirica, ma ideale; s’intende la comunione delle idee, non dei fatti. I primi Cristiani, usando l’espressione Εκκλησία καθολική, non hanno mai inteso parlare di una Chiesa che si estende per tutto il mondo. Quest’espressione mette piuttosto in risalto l’Ortodossia della Chiesa, la verità della “Grande Chiesa” in antitesi allo spirito di separatismo e particolarismo settario. Erano le idee di integrità e purezza che vi erano espresse. Questo concetto è stato fissato energicamente nelle ben note parole di S. Ignazio di Antiochia: “Dove c’è un vescovo, lì c’è tutta la moltitudine, così come dove c’è Gesù Cristo, c’è anche la Chiesa cattolica” (Smyrn. 8, 2). Queste parole esprimono quelle stesse della promessa: “Quando due o tre si raccolgono assieme nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18, 19-20). È questo mistero del raccogliersi assieme che è espresso da termine “cattolicità”, che è usato nel Credo, nella maniera tradizionale della sua Chiesa. Esso significa “l’adunarsi di tutti in una unione” e perciò è detto “assemblea” (εκκλησία). La Chiesa è chiamata “cattolica” perché è diffusa per tutto l’universo e sottopone tutti alla sua giustizia. È chiamata cattolica anche perché i suoi dogmi sono insegnati “nella loro pienezza, senza alcuna omissione, cattolicamente e completamente. Infine, la Chiesa è cattolica, poiché in essa ogni genere di peccato è curato e guarito” (Catechesi XVIII, 23; P.G. 33, 1044).

            “Cattolicità” è intesa come una qualità interiore. Solo in Occidente, durante la lotta contro i Donatisti, l’aggettivo “cattolico” fu usato nel senso di “universale” in antitesi al provincialismo geografico dei Donatisti. Più tardi, in Oriente, l’aggettivo “cattolico” fu interpretato come sinonimo di “ecumenico”. Ma in tal modo se ne limitò il concetto, rendendolo meno vivo, in quanto richiamava l’attenzione sulla forma esterna, non sui suoi contenuti esteriori. Tuttavia la Chiesa non è cattolica per la sua estensione esterna, o, ad ogni modo, non solo a causa di essa. La Chiesa è cattolica non solo perché è un’entità che abbraccia tutti, non solo in quanto unisce tutti i suoi membri, tutte le Chiese locali, ma perché lo è intimamente, in ogni sua piccola parte, in ogni atto ed evento della sua vita. La “natura” della Chiesa è cattolica, il vero tessuto della Chiesa è cattolico. Essa è cattolica perché è l’Unico Corpo di Cristo; essa è l’unione in Cristo, l’unità nel Santo Spirito, e questa unità è il più alto grado di pienezza e di completezza. Il criterio dell’unità cattolica risulta dal fatto che “la moltitudine di quelli che credettero, costituiscono un solo cuore ed una sola anima” (Atti 4, 32). Quando ciò non si verifica, la vita della Chiesa è limitata e ristretta. La mescolanza ontologica di persone è e deve essere resa perfetta nell’unità con il Corpo di Cristo. I singoli individui cessano di essere esclusivi ed impenetrabili. Scompare la fredda separazione tra ciò che è “mio” e ciò che è “tuo”. La crescita della Chiesa riguarda la perfezione della sua pienezza interiore, della sua cattolicità interiore, nella “perfezione della pienezza”; “che essi possano essere perfetti nell’unità” (Giovanni 17, 23).

            Il principio della Chiesa Ortodossa secondo cui il “custode” della tradizione e della pietà è tutto il popolo, cioè il Corpo di Cristo, non diminuisce né limita in alcuna maniera il potere di insegnare dato alla gerarchia. Questo principio significa soltanto che la potestà d’insegnare della gerarchia, è una delle funzioni della pienezza cattolica della Chiesa: c’è il potere di rendere testimonianza, di esprimere la fede e l’esperienza della Chiesa, potere che è stato mantenuto in tutto il Corpo. L’insegnamento della gerarchia è, per così dire, il portavoce della Chiesa. “De omnium fidelium ore pendemus, quia in omnen fidelem Spiritus Dei spirat” (San Paolino da Nola, Epist. 23, 25; P.L. 61, 281). Solo alla gerarchia è stato concesso di insegnare “con autorità”. Essa non ha ricevuto questo potere d’insegnare dai fedeli, ma dal Sommo Sacerdote Gesù Cristo, nel mistero (sacramentum) del sacerdozio. Ma questo insegnamento trova i suoi limiti nell’espressione di tutta la Chiesa. Essa è chiamata a testimoniare questa esperienza, che è un’esperienza inesauribile, una visione spirituale. Un vescovo nella Chiesa deve essere un maestro. Solo il vescovo ha ricevuto la pienezza del potere e l’autorità di parlare a nome del suo gregge. Quest’ultimo ha il diritto di parlare attraverso il vescovo. Ma per agire così il vescovo deve abbracciare la Chiesa nel suo intimo: egli deve rendere manifesta l’esperienza e la fede di quest’ultima. Egli non parla in nome proprio, ma in nome della Chiesa, ex consensu ecclesiae. È proprio il contrario della formula del Vaticano I: “ex sese, non autem ex consensu ecclesiae”.

            Non è dal suo gregge che il vescovo riceve la pienezza del potere d’insegnare, ma da Cristo attraverso la successione apostolica. Ma gli è stato concesso pieno potere di testimoniare dell’esperienza cattolica del Corpo della Chiesa. Il vescovo perciò è limitato da questa esperienza e in questioni di fede il popolo deve giudicare il suo insegnamento. Il dovere di obbedire cessa, quando il vescovo devia dalla norma cattolica ed il popolo ha il diritto di accusarlo ed anche di deporlo.

Da “Bible, Church, Tradition; An Eastern Orthodox View”, 33-42; 53-54. trad. A. S.

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