S. Cirillo d’Alessandria: E il verbo si fede carne

Quello che segue è una parte di un dialogo, composto tra il 434 e il 437, tra A (che rappresenta Cirillo stesso) e B che rappresenta un interlocutore fittizio che cerca di controbattere all’ortodossia sul mistero dell’Incarnazione con la dottrina degli eretici (principalmente Nestorio ma anche Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia e Apollinare). A si fa portavoce dell’ortodossia dell’Incarnazione e ribadisce ciò in cui crede la Chiesa.

A – [Il Cristo] era come Dio, coeterno con il Padre che l’ha generato, ed è stato generato da lui in maniera ineffabile secondo la sua natura. Per quelli che vogliono sapere chiaramente come e in che modo egli è apparso in forma simile alla nostra ed è divenuto uomo, il divino evangelista Giovanni lo spiega loro con queste parole: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14).

B – Ma, essi dicono, se il Verbo è divenuto carne, non è rimasto Verbo, ma piuttosto ha cessato di essere quello che era.

A – Ma queste sono frottole e ciance, invenzioni di gente spostata e nient’altro. Pensano infatti, a quanto sembra, che la parola “divenne” significhi inevitabilmente e necessariamente un mutamento, un cambiamento.

B – Sì, lo dicono, e sostengono la loro argomentazione fondandosi sull’autorità della Scrittura ispirata. Infatti, essi affermano, in qualche luogo si dice della moglie di Lot che «divenne una statua di sale» (Gen 19,26), e del bastone di Mosè che «lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente» (Es 4,3). In realtà, in questi casi vi è stato un mutamento di natura.

A – Allora, quando si canta nel salmo: «Il Signore divenne per me un rifugio» (Sal 93,22), e ancora: «O Signore, ti sei fatto nostro rifugio di generazione in generazione» (Sal 89,1), cosa vogliono dedurne? Forse che Dio che qui è magnificato, cessando d’essere Dio, si è cambiato, trasformandosi, in un rifugio, ed ha scambiato la sua natura con un’altra che all’inizio non aveva?

B – E come ciò non è assurdo e sconveniente, trattandosi di Dio che è tale per natura? Essendo infatti immutabile per natura, rimane assolutamente ciò che era e sempre è, anche se si dice che egli “è divenuto” rifugio per alcuni.

A – Tu parli benissimo e in maniera molto giusta. Dunque, quando si fa menzione di Dio, se si adopera la parola “divenne” è assurdo ed empio pensare che questa parola significhi mutamento: non è meglio piuttosto sforzarsi d’intenderlo in altro modo e di adattarlo sapientemente a ciò che soprattutto conviene e si addice al Dio immutabile?

B – In che modo dunque diciamo che il Verbo è divenuto carne, rispettando sempre l’immutabilità e l’inalterabilità che gli sono proprie, essenziali e innate?

A – Il sapientissimo Paolo, dispensatore dei suoi misteri, ministro della predicazione evangelica, ce lo spiegherà dicendo:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,5-8)

Difatti, benché Dio e nato da Dio per natura, il Verbo Unigenito di lui, «splendore della gloria e impronta della sostanza» (Ebr 1,3) di colui che l’ha generato, divenne uomo, non cambiandosi in carne o subendo un rimescolamento o un miscuglio o altra di cose siffatte, ma sottoponendo piuttosto se stesso all’annientamento, «in luogo della gioia che gli era proposta, disprezzando l’ignominia» (Ebr 12,2) e non sdegnando la miseria dell’umanità. Egli volle, come Dio, che la carne sottomessa alla morte e al peccato riuscisse manifestamente vittoriosa sulla morte e sul peccato, e volle riportarla allo stato originale, facendola sua, e non sprovvista d’anima come pensano alcuni [1], ma vivificata anzi da un’anima intellettiva. Non segnando di percorrere una via conveniente alla circostanza, si è assoggettato, come si dice, alla nascita simile alla nostra, pur restando quel che era. Infatti egli è stato generato, in modo miracoloso, da una donna secondo la carne: giacché non gli era possibile, essendo Dio per natura, di rendersi visibile agli abitanti della terra in altro modo che sotto un aspetto simile al nostro, lui invisibile ed incorporeo. Non gli era possibile tranne che decidendo di incarnarsi e di mostrare in se stesso e in sé solo la nostra natura arricchita degli onori divini. Egli stesso era infatti Dio e insieme uomo, e simile all’uomo in quanto egli era Dio con il comportamento esteriore dell’uomo. In effetti, egli era Dio sotto un aspetto simile al nostro ed era Signore sotto la forma di schiavo. In questo senso diciamo che egli divenne carne. Per questa ragione asseriamo che la Vergine santa è anche Madre di Dio.[1] Apollinare, per salvare l’intima unione fra la divinità e l’umanità nel Cristo e impedire d’interpretare le due nature nel senso di una doppia personalità, insegnò che in Cristo si trovavano il corpo umano e l’anima irrazionale, mentre l’anima razionale era sostituita dal Verbo divino. Il Cristo perciò, secondo Apollinare, possedeva una divinità perfetta, ma un’umanità incompleta. Apollinare fu condannato nel concilio di Costantinopoli nel 381.

S. Cirillo di Alessandria
tratto da: Perché Cristo è uno, Città Nuova, pp. 28-31

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