P. Placide Deseille: Il problema del male

Come conciliare la presenza del male nel mondo con l’esistenza di un Dio onnipotente e buono?

            Il problema è stato posto in ogni tempo; ma nei nostri giorni si rivela particolarmente angosciante, quando abbiamo conosciuto il nazismo coi suoi campi di morte, l’arma atomica, i gulag stalinisti e post-stalinisti, la miseria del terzo mondo. Il problema, o piuttosto lo scandalo del male, è una delle cause dell’ateismo moderno.

            All’inizio del IV secolo, lo scrittore cristiano Lattanzio lo formulava con parole che ancora oggi non hanno perduto di forza e di attualità:

“O Dio vuole sopprimere i mali, e non può. O lo può, e ingenuamente non lo vuole. O non lo può e non lo vuole. Se lo vuole e non lo può, è impotente, cosa contraria alla sua natura. Se lo può e non lo vuole, è cattivo, cosa ugualmente contraria alla sua natura. Se non lo vuole e non lo può, è insieme cattivo e debole, e dunque non è Dio. Ma se lo vuole e lo può, sola cosa che si addice a ciò che egli è, da dove viene il male, e perché non lo elimina?” [1].

            I filosofi che hanno voluto discettare sulla maniera in cui Dio regge il mondo, hanno messo in risalto due argomenti:

·         Innanzi tutto, Dio non è l’autore del male. Non lo è, per la semplice ragione che il male non esiste come realtà autonoma. Il male non è una cosa tra le altre, non è una delle creature. È negazione, assenza, privazione di ciò che una realtà dovrebbe avere per essere pienamente se stessa.

·         In secondo luogo, Dio permette il male, in un universo creato, come condizione inevitabile di un bene maggiore:

–          permette il male fisico (sofferenza, calamità di vario genere, catastrofi e distruzioni) perché inevitabile in un universo creato, dunque imperfetto, composto di molteplici esseri il cui bene proprio può non coincidere sempre con quello degli altri:

–          l’esistenza dell’universo e l’armonia globale prevalgono però sui mali che contiene;

–          permette il male morale per rispetto della libertà di cui ha dotato le creature ragionevoli.

            Questa risposta non è falsa. Se ci si attiene ad un punto di vista puramente razionale, facendo astrazione di ciò che Dio ci ha rilevato del suo disegno sull’uomo e l’universo, è l’unica possibile. Ma alla visione chiusa della filosofia, la rivelazione divina sostituisce una visione dinamica, storica, che ci apre orizzonti infinitamente più vasti.

            Un universo puramente “naturale”, che Dio non trasfigura impregnandolo delle sue energie increate, comporta necessariamente la sofferenza e la morte. Esso è l’unico a cui la mente umana, lasciata sola alla sua luce, possa pensare . Dio, però, ci ha rivelato, con la sua Parola, che non ha creato il mondo perché resti chiuso nei limiti della natura. Essa esiste per essere trasfigurata con una partecipazione gratuita alle energie increate della Divinità, per risplendere della gloria divina. Lo scopo dell’azione creatrice di Dio è un mondo trasfigurato, nel quale non ci saranno più calamità, né sofferenza, né morte, ma dove Dio sarà tutto in tutti. Questo universo finale, termine del disegno di Dio, ce lo descrive il capitolo 21 dell’Apocalisse:

«Poi vidi un cielo nuovo ed una terra nuova, perché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi; e ora non c’è più mare. Vidi la Città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo appresso a Dio, pronta come una fidanzata vestita per lo sposo. E sentii, proveniente dal trono, una voce potente che diceva: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini: dimorerà con loro ed essi saranno il suo popolo, e Dio stesso sarà con loro. Asciugherà ogni lacrima dei loro occhi; non ci sarà più morte, non ci sarà più lutto, né gemiti, né dolore, perché il primo mondo sarà scomparso.” E Colui che sedeva sul trono disse:“Ecco, rinnovo ogni cosa”» (Ap. 21,1-5).

            Ma perché Dio non ha creato l’universo, sin dall’origine, in questo stato definitivo, in questa condizione deificata, nella quale ogni forma di male sia assente?

            La risposta è che la deificazione delle creature dotate di intelligenza, gli angeli e gli uomini, attraverso la cui intermediazione risplenderà la gloria divina sulle creature non razionali, è una unione d’amore, una compenetrazione della volontà divina increata e delle volontà create, in un amore personale reciproco. Ciò implica, da parte delle creature, angeli e uomini, una risposta libera, una cooperazione della loro libertà con la grazia di Dio. Perché la deificazione della creatura si compia, perché essa sia veramente una comunione totale nell’amore reciproco, occorre che questa creatura possa donarsi liberamente all’amore o rifiutarglisi.

            Lo stato attuale del mondo è provvisorio; nel disegno di Dio costituisce uno spazio in cui la libertà umana può esercitarsi come scelta tra Dio e l’egoismo, l’autosufficienza della creatura. Questa condizione attuale della creazione comporta, concretamente, due caratteristiche:

·         Da un lato, il mondo materiale e umano è sottoposto a ciò che i Padri chiamano “corruzione”, cioè la sofferenza e la morte. Esso ancora non è trasfigurato dalle energie divine, poiché l’uomo non lo è. Si trova in uno stato provvisorio, che avrà compimento con la Parusia. Questo stato non è unicamente conseguenza del peccato delle creature razionali prima della creazione di Adamo e del suo peccato, l’universo materiale non era trasfigurato. Ma è certo che il peccato degli angeli, quello dei nostri progenitori, e quelli di tutta la discendenza, hanno aggravato questo stato di “corruzione” dell’universo materiale e del mondo animale.

·         Dall’altro lato, creature dotate concretamente di libertà, una parte di angeli, alla sequela di Lucifero, e la totalità degli uomini, dopo Adamo loro progenitore, su istigazione del demonio hanno fatto cattivo uso della loro libertà ed hanno peccato, separandosi così volontariamente da Dio, Fonte della Vita.
 

            Gli angeli decaduti, a motivo della perfezione della loro natura, si sono irrimediabilmente fissati nell’odio di Dio e del suo disegno d’amore, e sono divenuti demoni.

            L’uomo, immagine di Dio, che il Creatore non aveva sottoposto alla morte e alla sofferenza e che avrebbe potuto evitare per sempre, se fosse rimasto in comunione di volontà con Dio, si è allontanato da Lui, e si è così collocato sul livello degli animali, diventando come loro “corruttibile”, sottomesso alla sofferenza e alla morte.

            Così ci dice il capitolo 3 della Genesi:

«Alla donna, Dio disse: “Moltiplicherò le pene delle tue gravidanze, partorirai i figli nel dolore. La bramosia ti spingerà verso tuo marito ed egli avrà dominio su di te.” All’uomo, disse: “Poiché hai ascoltato la voce della donna ed hai mangiato dell’albero da cui ti avevo proibito di mangiare, maledetto sia il suolo a causa tua! Da esso con fatica ricaverai nutrimento tutti i giorni della tua vita. Produrrà per te spine e cardi e mangerai l’erba dei campi. Ti procurerai il pane col sudore della fronte, fino a quando ritornerai al suolo, poiché da esso sei stato tratto. Sei argilla, infatti, e argilla ritornerai.” L’uomo chiamò la sua moglie “Eva”, perché fu la madre di tutti i viventi. Dio fece all’uomo e a sua moglie delle tuniche di pelle e con esse le vestì. Dio poi disse: “Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, per conoscere il bene e il male! Ora non stenda la mano, né colga pure dall’albero della vita, non ne mangi e non viva in eterno!” E Dio lo cacciò dal giardino dell’Eden per coltivare il suolo da cui lo aveva tratto. Cacciò l’uomo e davanti al giardino dell’Eden pose a guardia i Cherubini con la fiamma della spada folgorante per sorvegliare l’accesso all’albero della vita» (Gn. 3, 14-24).

            Al capitolo 2 del Libro della Sapienza leggiamo:

“Si, Dio creò l’uomo incorruttibile, ne fece un’immagine della sua stessa natura; per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo”.

            E l’apostolo Paolo ci dice al capitolo 5 dell’Epistola ai Romani:

“Ecco perché, come per un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e con il peccato la morte, e così la morte si è trasmessa a tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato.”

            La condizione di sofferenza e di mortalità a cui l’uomo è soggetto, è dunque una conseguenza del peccato. Ciò non significa però che ogni malattia che colpisce un uomo sia causata da peccati personali; bensì è una conseguenza del fatto che ciascun essere umano partecipa della natura decaduta. Ed ogni colpa individuale, non solo colpisce chi la commette, ma in qualche modo ha una ripercussione universale. Come ha espresso col suo genio di poeta e profeta, lo scrittore francese Lèon Bloy:

La nostra libertà è solidale con l’equilibrio del mondo……Ogni uomo che compie un atto libero proietta la sua personalità nell’infinito. Se dà malvolentieri una moneta ad un povero, questa buca la mano del povero, cade, fora la terra, perfora le stelle, attraversa il firmamento e compromette l’universo. Se compie un atto impuro, forse oscura milioni di cuori che non conosce, che misteriosamente corrispondono con lui e che hanno bisogno che quest’uomo sia puro, come un viandante che muore di sete ha bisogno del bicchiere d’acqua del Vangelo. Un atto di carità, un gesto di vera pietà canta per lui le lodi divine, da Adamo alla fine dei secoli; guarisce gli ammalati, consola i disperati, calma le tempeste, riscatta i malvagi, converte i fedeli e protegge il genere umano”.

            Tutta la filosofia cristiana risiede nell’importanza inesprimibile dell’atto libero e nella nozione di una avviluppante e indistruttibile solidarietà. Ogni responsabilità, certamente, è personale. Ma ogni atto personale contribuisce ad accrescere il bene o il male nel mondo.

Come già precisava sant’Ireneo di Lione, la malattia e la morte non sono castighi arbitrari inflitti da Dio all’uomo colpevole, ma conseguenze logiche, che derivano organicamente dal peccato:

La comunione di Dio, è vita, luce e godimento dei beni che vengono da Lui. Invece, a coloro che si allontanano volontariamente da Lui, infligge l’allontanamento che essi hanno scelto. Ebbene l’allontanamento da Dio, è la morte; l’allontanamento dalla luce, significa le tenebre; l’allontanamento da Dio, significa perdere tutti i beni che vengono da Lui. Perciò coloro che, con la loro apostasia, hanno perduto ciò che abbiamo detto, essendo privati di tutti i beni, sono immersi in ogni sorta di castigo, non che Dio proceda per castigarli, ma il castigo consiste nel fatto stesso che sono privati di ogni bene”[2].

            Per quel che riguarda le creature non razionali, la loro condizione “corruttibile”, così come oggi si presenta, ha un rapporto innegabile con il peccato dell’angelo e con quello dell’uomo.

            Gli angeli hanno certamente un legame con il mondo fisico. J. H. Newman, che conosceva bene la teologia dei Padri della Chiesa ed aveva pure allo stesso tempo un acuto senso della realtà del mondo invisibile, vedeva negli angeli “non soltanto i ministri impiegati dal Creatore nei suoi rapporti con gli uomini”, ma pure gli agenti che effettuano l’ordine del mondo visibile.

“Li consideravo – ci dice – come se fossero le cause reali del movimento, della luce, della vita e di quei principi fondamentali dell’universo fisico che, quando le loro applicazioni cadono sotto i nostri sensi, ci suggeriscono la nozione di causa ed effetto e di quella pure che chiamiamo Leggi della Natura” . In un sermone per la festa di San Michele, diceva degli angeli: “Ogni soffio d’aria, ogni raggio di luce e di calore, ogni fenomeno di bellezza è, se così si può dire, la frangia del loro abito, l’ondeggiarsi dell’abito di coloro che vedono Dio direttamente…”.

            Se è questo il ruolo degli angeli verso il mondo creato e le sue leggi, si capisce che la caduta del Principe di questo mondo e dei suoi angeli abbia potuto introdurre profondi turbamenti. Mi chiedo talvolta se non ci sia un legame tra questo ed i comportamenti “perversi”, “diabolici”, di certi insetti, di certi virus e di altre creature che, tuttavia, non sono né intrinsecamente cattive, né di per sé peccatrici.

            Checché si dica, è certo che, peraltro, Satana ha trasformato le creature innocenti in strumento di tentazione per l’uomo, e questi, utilizzandole per soddisfare il proprio egoismo e la propria sete di godimento, le ha assoggettate, aggravando ancora la “corruzione” che caratterizza la loro condizione attuale, in contrasto col dinamismo segreto che anima tutta la creazione, poiché, secondo l’Apostolo Paolo:

“La creazione in attesa aspira alla rivelazione dei figli di Dio: se essa fu resa soggetta alla vanità, non fu per sua volontà propria, ma a causa di colui che ce la sottomise, con la speranza di essere liberata anch’essa dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutto il creato fino ad allora soffrirà le doglie del parto” (Rm 8, 19-22).

            I mali di cui soffriamo quaggiù sono dunque conseguenze del peccato. Il loro artefice non è Dio. Egli non potrebbe farli scomparire senza sopprimere l’esercizio della nostra libertà di scelta, che è il nostro bene più prezioso, la condizione della nostra deificazione.

            Forse questi mali sfuggono a Dio e non sono sottomessi al governo della sua provvidenza? Sicuramente no. Questi mali che non ha voluto, Dio li fa rientrare in certi limiti e li mette al servizio del vero bene degli uomini, proporzionando il soccorso della sua grazia all’intensità della prova. San Paolo scriveva ai Corinti:

“Nessuna tentazione vi è sopraggiunta, superiore alla misura umana. Dio è fedele; non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze. Con la tentazione, vi darà il mezzo di uscirne e la forza per sopportarla. (1 Cor 10, 13).

            E, secondo una variante del testo del versetto 28 del capitolo 8 dell’ Epistola ai Romani:

“Sappiamo che per coloro che amano Dio, tutto concorre al loro bene.”

            Solo in questo senso si può dire che le sofferenze e le prove che ci capitano “vengono da Dio” , “sono mandate da Lui”, e che si devono accettare con fiducioso abbandono. Permesse da Dio, commisurate da Lui alle forze che ci dà e ordinate per il nostro bene, non sono, secondo l’espressione di San Giovanni Crisostomo, veri mali maggiori di quanto non lo siano le cure dolorose che ci può prescrivere il medico. Non c’è vero male se non il peccato, quando lo commettiamo.

            Il male? Questa parola è equivoca e, potendo l’ambiguità dell’espressione farvi confondere la natura delle cose, voglio spiegarvene i due significati, onde evitare che cadiate nel blasfemo.

            Il male, il vero male, è la fornicazione, l’adulterio, l’avarizia e tutti gli altri innumerevoli peccati che meritano condanna e castighi supremi. Il male, in secondo luogo, quello definito impropriamente male, è la fame, la peste, la morte, la malattia e tutte le altre calamità dello stesso genere. Davvero questi non sono mali reali, gli se ne dà semplicemente il nome.

            Perché non sono mali? Se lo fossero, non sarebbero per noi cagione di tanto bene: abbassano l’orgoglio, scuotono l’indifferenza, ispirano l’energia, ravvivano l’attenzione e lo zelo.

Quando li colpiva coi castighi – dice il Profeta – allora lo cercavano; si rivolgevano a Lui, già dall’alba ritornavano a Dio” (Ps 77, 34).

            Dunque si tratta qui del male che corregge, che ci rende più puri e insieme più diligenti, che ci insegna la divina filosofia, e non dell’altro male, che merita biasimo e condanna. Quest’ultimo non è certo opera di Dio, proviene dalla nostra propria volontà, che esso anzi tende a distruggere.

            Se la Scrittura designa col nome di male l’afflizione che ci è cagionata dalla sofferenza, non significa che quello sia naturalmente un male, si può chiamare così solo parlando col sentire degli uomini. Nel nostro linguaggio, infatti, chiamiamo male non solo l’adulterio o il rubare ma anche la disgrazia; a questa usanza si conforma lo scrittore sacro. Ecco cosa intende il Profeta quando dice: “Non esiste male nella città che il Signore stesso non abbia fatto”. Isaia, parlando in nome del Signore, aveva detto la stessa cosa: “Sono io, Dio, che produco la pace e creo i mali (Is 45, 7); i mali, sono qui le disgrazie. È lo stesso genere di male che Cristo indica pure nel Vangelo quando si esprime così: “A ciascun giorno basta il proprio male” (Mt 6, 34), la sua afflizione, la sua miseria. È evidente che designa così le pene e i dolori che egli stesso ci dà e che sono, lo ripeto, la più alta manifestazione della sua provvidenza e della sua bontà.

            Il medico merita elogi non solo quando porta l’ammalato nei giardini e nei prati, quando gli permette le delizie del bagno, ma pure quando e soprattutto l’obbliga ad osservare il digiuno, quando lo tormenta con la fame e la sete, quando lo stende nel suo letto e trasforma la sua casa in prigione, quando lo priva della luce e lo chiude con tende fitte, quando prova sul suo corpo il ferro e il fuoco, quando gli dà bevande amare, perché egli è sempre il medico. Orbene, se tanti dolori che ci causa non gli impediscono di portare un tale nome, non fa rivoltare la ragione vedere che si bestemmia contro Dio, che non si riconoscono più i benefici della sua provvidenza universale, quando ci impone dolori simili, come la fame e persino la morte? Tuttavia è Lui, soltanto Lui il vero medico delle anime e dei corpi. Spesso, quando vede che la nostra natura si compiace e si inorgoglisce nella prosperità, che si lascia invadere dalla febbre del vizio, egli usa l’indigenza, la fame, la morte, ogni altra sofferenza, come altrettanti rimedi a lui noti, per liberarla dalla malattia che la divora[3].

            San Giovanni Crisostomo pone così un principio che si applica universalmente. Ma non pretende tuttavia che l’uomo possa distinguere, in ogni caso, le ragioni ed i motivi della prova. La Parola di Dio ci assicura che tutto ciò che Dio permette è per il bene dell’uomo, ed è come un “sacramento” del suo amore infinito. “Tutto ciò che Dio permette è così adorabile come ciò che vuole”, diceva Léon Bloy. Ma ciò non dissipa il mistero delle vie di Dio e della sua “economia”. Non spetta a noi cercare il perché Dio vuole questo o quello.

            Nel Trattato sulla Provvidenza divina, San Giovanni Crisostomo pone la domanda: Perché viene permessa in questo mondo l’azione degli uomini malvagi, dei demoni e dei diavoli? E risponde così:

“Se cerchi perché queste cose si sono prodotte, se non ti affidi alle ragioni profonde e inspiegabili dei suoi piani, ma pensi solo a fare domande indiscrete, andando sempre oltre, continuerai ad interrogarti su tante altre cose, come ad esempio: perché è stato dato campo libero alle eresie, perché il diavolo, perché i demoni, perché gli uomini cattivi che ne fanno traboccare a mai finire e perché, la cosa più grave, l’Anticristo è chiamato a comparire, con una tale potenza ingannevole al punto che i suoi atti, come dice Cristo, saranno capaci di confondere, possibilmente, anche gli eletti?”

            Ebbene, non bisogna cercare tutto ciò, ma affidarsi all’incomprensibilità della saggezza di Dio. Il santo aveva detto già un po’ prima nella stessa opera:

Quando vedi volare i Serafini intorno a quel trono alto e sublime, proteggendo gli occhi con le ali, coprendo i piedi, il dorso, il volto e mandando un grido di stupore… non fuggirai pure tu, non rientrerai sottoterra, tu che con simile audacia vuoi scrutare la provvidenza di un Dio la cui potenza è indicibile, inesprimibile, incomprensibile alle Potenze dei cieli?… Poiché, tutto ciò che lo riguarda è conosciuto con precisione soltanto dal Figlio e dallo Spirito-Santo, e da nessun altro”[4].

            Ma Dio non si è contentato di sottomettere al suo governo divino le prove e le sofferenze che ci colpiscono. Non si è contentato di regolarle con la sua Provvidenza e così farle servire per la nostra salvezza. Il Padre ha mandato il Figlio per assumere la nostra natura, con tutte le conseguenze del peccato, con la sofferenza e la morte. Assumendole, il Signor Gesù Cristo, poiché era Dio e uomo, ha potuto cambiare radicalmente il loro significato. La sofferenza e la morte erano gli effetti e i segni della separazione dell’uomo da Dio. Accettate da Lui per compiere la volontà del Padre e per amore degli uomini, senza escludere i suoi carnefici, sono divenute segno ed espressione del suo amore filiale per il Padre e della sua divina “filantropia”. Per questo le ha vinte. E, mandando il suo Spirito nei nostri cuori, ci ha dato il potere di fare anche noi della nostra sofferenza e della nostra morte i mezzi privilegiati della nostra rinuncia ad ogni egoismo, del nostro amore per Dio e per gli altri uomini, del nostro perdono verso ogni nemico e ogni avversario.

            Cristo non è venuto per sopprimere la sofferenza e il male quaggiù: ma con la sua morte e resurrezione ci ha dato il potere di vincere la morte con la morte, in attesa del giorno del suo glorioso ritorno, in cui la morte sarà definitivamente assorbita nella vittoria.

    Un contemporaneo, esegeta del Libro di Giobbe, ha scritto:

“Per accettare l’enigma della sofferenza, occorre un certo atteggiamento dell’anima, senza il quale le più belle considerazioni non possono avere presa su di noi o almeno acquietarci pienamente. Questo atteggiamento dell’anima, è l’umiltà del bambino che ammette di non conoscere l’ultima parola sulle cose e in particolare sulla sua esistenza, che accetta sino alle ultime conseguenze la propria condizione di creatura, e che, pertanto, non si meraviglia di essere imbarcato in un’avventura di cui solo l’Autore del suo essere conosce tutti i minimi particolari. Giunge a soffrire in pace soltanto chi cessa di volere capire la propria vita nella sua più intima profondità e si rifugia, invece e nonostante tutto, nel pensiero che questa vita, spezzata talora così inumanamente, è comunque l’opera di un Dio onnipotente ed infinitamente buono. Ancora una volta, tutte le risposte che si possono dare sono subordinate a quell’atteggiamento”[5].

            Per il cristiano, questa sottomissione alle vie di Dio, al suo modo di condurre la nostra vita, prende una forma molto concreta nell’accettazione della Croce come strumento di salvezza, accettazione della Croce di Cristo e della nostra unita alla sua. Quando leggiamo il Vangelo, vediamo quanto sia stato difficile per il Signore fare accettare ai suoi apostoli questa necessità della Croce. Lo stesso per noi. Non basta credere, in maniera teorica, che Cristo ha realizzato la sua opera si salvezza per mezzo della Croce. Occorre pure che comprendiamo realmente, in modo concreto, con lo sguardo del cuore illuminato dallo Spirito Santo, che, per ciascuno di noi, la sofferenza accettata, è l’unico cammino verso la Resurrezione, che la stessa Croce contiene il potere della Resurrezione.

            Nel suo colloquio con san Gregorio il Sinaita, riferito nella Filocalia, San Massimo C. diceva che quando lo Spirito-Santo invade lo spirito dell’uomo, gli fa vedere le cose in modo completamente diverso da quello abituale in cui le vedeva. Il cristiano, essenzialmente non è un uomo che, illuminato dallo Spirito-Santo, vede nella sofferenza, nella morte, in tutte le forme che per noi ha la Croce, una cosa ben diversa da quella che ci vede l’uomo naturale: la gloria della Resurrezione?

Traduzione dal francese del prof. G. M. – Palermo 2005

Opuscolo edito dal Monastero Saint-Antoine-le-Grand

26190 St-Laurent-en-Royans, France.

[1] Lactance,De la colère de Dieu, 13.

[2] Contro le Eresie, 5, 27, 21.

[3] S. Jean Chrysostome, Homélies au peuple d’Antioche, 1, 45.

[4] S. Jean Chrysostome, Traité de la Providence, ch. 12 et 3.

[5] A. Feuillet, L’énigme de la souffrance et la réponse de Dieu, dans Dieu vivant, n. 17 (1950), p. 80

fonte: https://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/insegnamenti/problemadelmaledeseille.htm

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