S.Giorgio di Cernica: Istruzioni ai monaci dello starets Paisij Velickovskij

 

Riporto qui alcuni dei numerosi consigli del nostro starec Paisij per la nostra utilità comune e a ricordo di lui.

Padri e fratelli, il fondamento di tutti i comandamenti di Dio è l’obbedienza. Dio ha stabilito per prima cosa l’obbedienza tra gli angeli, in cielo; quelli che non hanno obbedito, inorgogliendosi, sono caduti e sono diventati demoni. Pensiamo poi ad Adamo nel paradiso terrestre: il Signore gli ha comandato di non mangiare dell’albero della conoscenza e per aver disobbedito si è ritrovato nella morte e nell’inferno, con tutta la sua stirpe.

Pensiamo ancora all’obbedienza del Signore nostro Gesù Cristo, il quale si è reso obbediente al Padre fino alla morte di croce. Allo stesso modo anche i santi apostoli hanno obbedito al Signore nostro Gesù Cristo fino alla morte. Giuda il traditore, invece, che non ha custodito l’obbedienza, è perito miseramente. Dagli apostoli l’obbedienza si è estesa a tutta la chiesa, a tutti i credenti. Quanto possedevano lo portavano e lo deponevano ai piedi degli apostoli e nessuno osava dire sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune (cf. At 4,32-35). Ma ecco che Anania, con la moglie Saffira, nascondono e trattengono per loro parte dell’importo della vendita e subito cadono a terra morti tutti e due.

L’obbedienza è poi diventata caratteristica dell’ordine monastico e della vita cenobitica dei santi padri, i quali hanno custodito l’obbedienza rinunciando fino alla loro morte alla volontà propria, al proprio giudizio e al proprio parere, senza mormorazioni o proteste. Uno dei santi padri, per aver detto per sbaglio che una cosa era sua, si è visto imporre per lungo tempo la penitenza canonica di non accostarsi all’eucaristia e di prostrarsi sulla soglia della chiesa e del refettorio per chiedere perdono a quelli che entravano e uscivano. La vera obbedienza consiste in questo: nel non pensare che si servono gli uomini, bensì il Signore. Ché anzi, se nello svolgere il proprio servizio uno penserà di servire gli uomini, non riceverà nemmeno una ricompensa.

Dall’obbedienza nasce l’umiltà e l’umiltà è il fondamento di tutti i comandamenti, così come l’amore ne è la sommità. Perciò sforzatevi, nei limiti delle vostre possibilità, di compiere tutti i comandamenti del Signore, financo quello riguardante ogni parola infondata di cui ci verrà chiesto conto nel giorno del giudizio, secondo la parola del Signore Gesù Cristo (cf. Mt 12,26).

Guardatevi dall’impertinenza nel parlare e nel ridere perché allontana dall’uomo la grazia del Signore. Nessuno osi comportarsi in modo impertinente di fronte a chicchessia. Soprattutto i giovani si guardino dal parlare l’uno con l’altro senza permesso e dal mettersi le mani addosso. Guardatevi e rifuggite dall’essere anziani negli anni, ma giovani e immaturi nella mente.

Se qualcuno avesse bisogno di recarsi da un fratello per qualcosa, chieda il permesso al suo o a un altro padre spirituale e così ci vada, senza però indugiare in chiacchiere oltre un quarto d’ora e senza parlare d’altro se non del bisogno che ve l’ha condotto.

A mensa non si parli in alcun modo, se non per stretta utilità. Mentre si mangia si mediti sui tormenti dell’inferno, sul giudizio finale, sulla morte, sul biasimo di noi stessi che stiamo mangiando e bevendo indegnamente. Riflettiamo sui beni che in questo mondo ci procurano delizie e che in quello futuro sa­ranno ripagati con tormenti nell’inferno. Oppure, si preghi.

Si custodisca sempre il silenzio con sapienza, ci si reputi cioè indegni di parlare. Umiliamoci, accusiamo e rimproveriamo noi stessi come i peggiori peccatori fra tutti, incapaci di ogni opera buona. Onoriamo tutti con totale rispetto, reputandoli santi, come angeli del Signore e apostoli di Cristo. Riteniamo invece noi stessi indegni di vivere con i fratelli, i più indegni di tutti, accettati per compassione.

Similmente, sentitevi in obbligo con tutti nello zelo per acquistare questa grande virtù, il biasimo di se stessi, tramite cui si formano e si custodiscono tutte le altre virtù. Senza il biasimo di se stessi, come dicono i santi padri, molto difficilmente si può arrivare a vivere nella virtù; anzi, dubito che ci si possa arrivare, pur impegnandosi con fatica. Perciò abbiate sempre pre­sente, come il respiro, il biasimo di voi stessi. Se non vi farete violenza in questo modo non otterrete mai più l’umiltà e nemmeno la crescita nelle anime, ma soltanto illusione, vanagloria e superbia.

Custodiamo il biasimo di noi stessi nel segreto del cuore e nei nostri pensieri davanti al Signore. Diamo prova di non conoscere nessuno se non il Signore soltanto, ritenendoci i peggiori peccatori fra tutti gli uomini, dall’inizio fino alla fine del mondo. Reputiamoci polvere e cenere sotto i piedi di tutti, sottoposti a ogni creatura, peggiori di ogni essere creato e passibili dei tormenti eterni.

Più ancora, sforzatevi e bramate di raggiungere l’amore perfetto: è la sommità di tutti i beni, anzi, è lo stesso Signore, come sta scritto: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16). L’amore vero consiste in questo: amare tutti allo stesso modo, il grande come il piccolo, il giovane come l’anziano, senza distinzione; amare l’uomo famoso come l’uomo povero, chi è onorato e chi è disprezzato, chi ricopre una carica e chi no; in una parola, amare tutti con uguale amore.

Non allo stesso modo invece vanno onorati gli uomini, ma secondo la dignità e l’età di ciascuno. Va onorato l’anziano più del giovane, chi ricopre una carica più di un semplice monaco, ognuno secondo la sua condizione.

Onorate i vostri padri spirituali e mostrate nei loro riguardi piena obbedienza, rispetto e devozione, perché sono i miei occhi e le mie orecchie. I sacerdoti e i diaconi, solo Iddio sa quanto li veneri nel mio cuore: li reputo come angeli di Dio, come i serafini che servono il Signore e il Santo; pure voi sentitevi in obbligo di onorarli nella misura in cui anch’io li venero. Lo stesso nei confronti del vescovo: non faccio alcuna distinzione tra lui e Cristo, lo considero e venero come Cristo, nostro Salvatore. Il Signore sa che non mento. Così fate anche voi, fratelli.

Tre cose danno buona testimonianza di un uomo. Senza queste non possiamo salvarci. La prima è avere una retta fede, cioè credere nella santa Trinità, in un Dio unico e in tre persone ugualmente venerate e adorate, Dio vero. Come Dio è uno, così una è la vera e retta fede cristiana, nella quale si trova la speranza della salvezza. Nelle altre fedi non c’è assolutamente speranza di salvezza. La seconda consiste nella custodia e nella pratica dei divini comandamenti evangelici e delle virtù, degli insegnamenti dei santi padri. La terza è la grazia di Dio che salva colui che ha retta fede e che pratica le virtù. La grazia di Dio non ci viene data se non pensiamo che a mangiare, bere, dormire, scherzare e a desiderare di interessarci di cose vane. Ci viene elargita se ci sottoporremo alle fatiche dell’ascesi con tutte le nostre forze, con zelo e con amore, con il timore di Dio e con l’afflizione del cuore, custodendo tutti i comandamenti di Dio e gli insegnamenti dei santi padri. In realtà, senza queste cose la fede è morta, come del resto senza la fede queste cose sono morte.

Quando invece la fede si accompagna con i comandamenti e gli insegnamenti dei santi padri, allora abbiamo la speranza di ottenere la salvezza e prima di morire potremo anche ricevere nelle nostre anime i segni della misericordia del Signore, vale a dire la contrizione, le lacrime nella preghiera, la mansuetudine, la compassione, la pazienza, l’umiltà, il timore di Dio, l’amore, la gioia spirituale. Tali doni, per chi si renderà degno di ottenerli in questa vita, sono segni di salvezza, indicano che si è ricolmi della grazia di Dio. Il Signore è giudice giusto e non respinge quanti lottano per la virtù con l’afflizione del cuore, con tutte le forze, con il timore di Dio e con zelo. Egli li visita con la sua buona grazia.

Nell’andare per strada ognuno cammini meditabondo e compostamente. Quando cioè si viaggia in gruppo, ognuno tenga il capo chino, le mani una sull’altra alla cintura, non libere, penzoloni, agitandole come fanno quelli che vivono nel mondo, che girano il capo ora qua ora là come trottole. Similmente, non gettate lo sguardo di qua e di là, ma tenete gli occhi rivolti in basso e badate soltanto a guardare dove andate. Al monaco si confà un tal modo di camminare, imitando chi viene condotto a morte.

Nelle proprie celle non si stia seduti oziosi e pigri, ma ci si mantenga occupati o nello scrivere o nel leggere i libri dei santi padri o nel lavoro manuale, con il pensiero della morte, dei tormenti e delle ricompense che ognuno riceverà secondo le proprie opere. L’ozio è il padre di tutti i mali. Rimanendo oziosi, visto che non si può sempre dormire, il pensiero ci suggerisce di andare a fare quattro chiacchiere con qualcuno, perdendoci in parole vane. La parola vana è quella che viene proferita senza necessità, che non risponde a un bisogno del corpo o dell’anima Agendo così non potremo evitare di peccare, perché dovremo rendere conto di ogni parola vana. Dato poi che per fare qualche chiacchiera ci rechiamo da uno o dall’altro, senza permesso, l’amore per il Signore, il quale richiede di amare tutti, anziani e giovani, allo stesso modo, tende ad affievolirsi e a trasformarsi in amore mondano, ispirato dalla natura e dal demo­nio, limitato a due o tre persone soltanto. Se ti attardi, di giorno o di notte, a ridere e scherzare senza vergogna con parole vane – cosa, questa, che allontana dall’uomo la grazia di Dio – anche campassi cento anni non otterrai così alcun segno della miseri­cordia di Dio prima della morte. E proprio questa la via larga e spaziosa che conduce alla perdizione. La stretta è quella che abbiamo indicato sopra: custodire i comandamenti del Signore e gli insegnamenti dei santi padri. Dubito dunque che si possa ottenere misericordia dopo la morte se non si ottiene in vita qualche segno di salvezza. Ma come sarà possibile ciò se vivi come morto, dimorando nel corpo come in una tomba?

Ancora vi esorto: siate assidui agli uffici liturgici celebrati in chiesa. Non mancate a nessuno; partecipate alle funzioni comunitarie, quanto più potete. Con quale tremore dovranno rendere conto quanti non si sforzano di partecipare agli uffici liturgici per disprezzo e indolenza! Quelli invece che per un buon motivo non intervengono alla celebrazione comunitaria – mi riferisco a quanti sono impegnati nella panetteria, nella cucina o in altri servizi del monastero oppure a quelli che sono assolutamente impossibilitati e malati – non subiranno la condanna; anzi, riceveranno piuttosto una ricompensa maggiore.

Il mercoledì e il venerdì, giorno di digiuno, siano osservati come in quaresima. Ai monaci conviene inoltre osservare anche il lunedì insieme agli altri due giorni. Io non approvo quelli che osano permettere l’olio il lunedì, a meno che uno non si senta molto debole e del tutto privo di forze.

Anche per la confessione abbiate grande sollecitudine. Confessatevi bene e spesso. Ci sono di quelli che non si confessano bene. Di solito vanno dal padre confessore solamente per abitudine. Sembra loro di essersi confessati perché chiedono perdono delle mancanze commesse, ma non dicono i loro veri peccati e non accettano la relativa penitenza. Persone come queste renderanno conto nel giorno del giudizio e non ricaveranno utilità alcuna per essersi confessati in quel modo. E necessario confessare i peccati con precisione. I più deboli, cioè i più esposti al peccato, vengano a confessarsi tutti i giorni, se è loro possibile; i più forti, almeno ogni tre giorni. Se a uno capitasse di non avere peccati – cosa che è impossibile, quand’anche la durata della nostra vita fosse di [in sol giorno – vada dal suo padre confessore per devozione e per deferenza e gli dica: “Il Signore mi ha tenuto al sicuro per le tue preghiere, padre e per quelle della comunità”.

Si renda almeno degno della benedizione e della grazia che proviene dal sentimento di umiltà, che procede ,appunto dalla sua devozione e dal suo atto di deferenza.

Vi consiglio e vi ordino: nessuno abbia qualcosa di sua pro­prietà, nemmeno ago e filo. Con questa regola ho accolto tutti voi che siete venuti da me per vivere nella comunità. Mi riferisco soprattutto a voi che avete la cura dei terreni del monastero. Amministrando i soldi che vi passano per le mani non disponete nulla di tasca vostra perché, se avrete soldi vostri, verrete m no all’obbedienza. A chi si comportasse così non consento nemmeno di ricevere l’eucaristia, finchè non abbia dato tutto alla Comunità. Così mi sono sempre comportato e così mi comporterò, perché tali monaci assomigliano ad Anania e Saffira, sono come Giuda il traditore.

Nessuno si irriti contro il proprio fratello, proprio contro nes­suno, perché ci si irrita contro Cristo. Ho udito una volta un tale adirarsi contro il suo fratello e gli ho detto: “Fratello, non hai ti­more, non ti spaventa il fatto di adirarti contro il tuo fratello? Non sai che ti adiri contro Cristo?”. E lui mi rispose: “Ma io non mi adiro contro Cristo – Dio me ne guardi! – ma solamente contro il fratello”. Ditemi allora, voi che vi adirate contro gli altri: credete nel santo Vangelo? Cosa dice il Cristo nel Vangelo? “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Perciò, chiunque si adira contro il suo fratello e non ritiene di adirarsi contro Cristo, vuoi dire che non crede nem­meno nel santo Vangelo. Di conseguenza stia attento a non venire condannato insieme agli infedeli!

Altre parole di esortazione del nostro starec Paisij in occasione della tonsura di alcuni fratelli

Ecco, fratelli, che con la grazia di Dio vi siete resi degni di abbracciare il santo e angelico genere di vita abbandonando completamente il mondo e tutte le sue concupiscenze. Vi siete accostati con l’intento di servire il Signore nostro Gesù Cristo tramite le promesse che avete proferito davanti all’altare, al cospetto degli angeli e di tutti i santi. Per questo, fratelli, dovete avere sempre nella vostra mente, giorno e notte, queste promesse, che da voi stessi avete sottoscritto senza che alcuno vi abbia costretti. Se non le custodirete in modo puro e immacolato, vi si domanderà ragione nel giorno tremendo del giudizio di Cristo. Sapete cosa avete rigettato e a chi avete aderito. Avete rigettato la tenebra e rivestito la luce. Perciò, camminate come figli della luce, servendo il Signore in modo irreprensibile, in tutta purità e verità. Servite i padri come Cristo stesso, non come uomini, perché possiate essere per tutti lampade accese secondo la parola del Signore quando dice: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). Siate imitatori, nelle opere buone, del Signore nostro Gesù Cristo e di tutti i suoi santi, vivendo in vera obbedienza e nella più completa rinuncia alla vostra volontà (fino alla morte, come avete promesso), servendolo notte e giorno in tutta pazienza, umiltà e mitezza. Di modo che si compia in voi la veritiera promessa che il Signore nostro Gesù Cristo ha proferito nel suo Vangelo con le parole: “Dove sono io, là sarà anche il mio servo” (Gv 12,26). Il Signore per la sua immensa misericordia vi renda degni ditale promessa perché la possiate conseguire in Cristo Gesù, Signore nostro, al quale sia gloria insieme con il Padre e lo Spirito santo, nei secoli. Amen.

Tratto da PAISIJ VELICKOVSKIJ, Autobiografia di uno starec – ed Qiqajon Comunità di Bose, a cui si rimanda per l’approfondimento della vita e degli insegnamenti di Paisij Velickovskij .

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