Archimandrita Sofronio: Appunti di un padre spirituale athonita

 

Parte I

Nato a Mosca nel 1896, Sofronio (Sakharov) vi studia Belle Arti. A motivo della situazione dominante in Russia fugge all’estero, stabilendosi, nel 1922, a Parigi. Nella capitale francese si dedica alla pittura; lì, soprattutto, al contatto con il Dio personale della fede cristiana abbandona il misticismo orientale degli anni della prima giovinezza.

Nel 1925 raggiunge il Monte Athos, dove si fa monaco nel monastero russo di Haghiou Panteleimonos e dove conosce il futuro san Silvano, che lo segna profondamente e di cui diviene discepolo.

Ordinato diacono nel 1930 e prete nel 1941, ritorna in Francia dopo la seconda guerra mondiale, per trasmettere il messaggio del suo padre spirituale (ne pubblicherà la biografia, che, tradotta in varie lingue, in italiano è apparsa con il titolo: Silvano del Monte Athos – 1866-1938. Vita, dottrina, scritti).

Dopo alcuni anni di permanenza in terra francese, si stabilisce nel 1959 in Inghilterra, dove fonda il Monastero d San Giovanni Battista, nella contea dell’Essex.

Muore l’11 luglio 1993 a 96 anni di età.

Devo ringraziare l’inaspettato e incomprensibile disegno della provvidenza divina, se per diversi anni ebbi la possibilità di osservare e conoscere la vita spirituale di molti asceti del Monte Athos. Alcuni di loro erano disposti a rivelare a me ciò che probabilmente non avrebbero comunicato ad altri. Ero ammirato nel vedere quegli eletti di Dio nascosti nel loro aspetto umile e quotidiano. Essi stessi, custoditi da Dio, a volte non sembravano rendersi conto della ricchezza della benedizione che riposava su di loro. Era stato concesso loro di vedere i propri difetti, talora con una lucidità tale che sembravano non osare neppure pensare che Dio dimorasse in loro ed essi in lui. Alcuni erano stati introdotti alla contemplazione della luce increata, ma non se n’erano accorti, in parte perché avevano poca dimestichezza con le opere dei santi padri, che descrivono questo aspetto della grazia. La loro ignoranza li difendeva dalla vanità. Seguendo la regola del padre spirituale ortodosso, non manifestavo la grazia che il Signore inviava loro. Per aiutare un asceta, bisogna parlargli in modo che il suo cuore e la sua mente si plachino, altrimenti un’ulteriore ascesa sarà ostacolata. Mi ricordavo di quello che lo starec Anatolij, allo Staryj Rusik, aveva detto un giorno a Silvano, allora ancora giovane novizio: “Se già ora sei così, che cosa sarai in vecchiaia?”. Queste parole dello starec Anatolij esposero Silvano per lunghi anni alla fiamma di tremende tentazioni, da cui, a dire il vero, egli uscì vincitore, pagando però un prezzo altissimo. La forza che gli veniva dall’aver visto il Cristo vivente gli fece superare il dinamismo degli attacchi nemici: dal suo perso­nalissimo combattimento spirituale Silvano sarebbe uscito arricchito, come pochi in tutta la storia della chiesa, e ci avrebbe lasciato il suo insegnamento sulla differenza tra l’umiltà asceti­ca e l”‘indescrivibile umiltà di Cristo”. Ma anche per lui, come per ogni cristiano, e in genere per ogni uomo, era grande il rischio della rovi­na. La superbia è il tarlo che provoca la caduta spirituale, che rende gli uomini simili ai demoni. L’amore che viene da Dio è l’amore umile, la cui fiamma porta la redenzione agli uomini caduti, per introdurli nel regno del Padre celeste. Un padre spirituale deve sentire il ritmo del mondo interiore di coloro che si rivolgono a lui; per questo prega, affinché lo Spirito di Dio lo guidi, gli dia la parola necessaria per ognuno.

Il ministero del padre spirituale è terribile e affascinante, un opera dolorosa ma ispirante. Il padre spirituale è “collaboratore di Dio” (1Cor 3,9), è legato alla creazione più alta e all’onore impareggiabile di creare degli dèi per l’eternità nella luce increata. Naturalmente è Cristo il suo esempio in ogni cosa:

Io vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13,15).

In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole (Gv 5,19-21).

Non è una fatica piccola trovare le parole per dire gli stati del nostro spirito. E’ necessario che il padre spirituale, nella sua esperienza personale, conosca prima, se possibile, tutta la scala dei diversi stati che lo spirito attraversa e dei quali egli ha l’audacia di parlare ad altri. Nel Sermone al pastore san Giovanni Sinaita (l’autore della Scala) a questo proposito dice:

Il padre spirituale, la guida, è colui che ha ricevuto da Dio e attraverso la sua ascesi una tale solidità spirituale che … può salvare anche dall’abisso l’anima che scalpita … Il vero maestro è colui che ha ricevuto direttamente da Dio il libro della ragione spirituale, disegnato nella mente dal dito divino, attraverso l’azione della luce, e non ha bisogno di altri libri…

Non è bene che i maestri trasmettano insegnamenti tratti da opere di altri … Insegnando agli inferiori impara dapprima dall’alto … Poiché ciò che è terreno non può salvare le cose terrene.

Io stesso ho ricevuto questi insegnamenti quando intrapresi il difficile compito del padre spirituale. In effetti, in questo caso si intende la nascita nel cuore di una parola proveniente da Dio dopo la preghiera. Così quando qualcuno disse che il beato Serafim di Sarov era perspicace e intuitivo, lui rispose che non era per nulla così, ma che durante il colloquio con una persona pregava, e il primo pensiero che dalla preghiera gli sorgeva in cuore doveva considerarsi scaturito da Dio.

Se alle persone, che vengono dal prete con la speranza di ascoltare con chiarezza la volontà divina, egli dà invece un’indicazione derivante da un suo ragionamento, che può essere sgradito a Dio, li porta sulla strada sbagliata e causa loro del danno. Il beato Serafim diceva che quando parlava “con la propria mente, c’erano degli errori”. E il beato Silvano una volta, in una discussione su questo argomento, aggiunse che gli “errori” potevano non essere terribili, ma anzi molto importanti, come lui stesso aveva avuto modo di sperimentare all’inizio della sua vita monastica.

Riconoscendo d’essere lontano dalla perfezione dovuta, ho pregato a lungo e con il dolore nel cuore il Signore di non lasciarmi sbagliare, di mantenermi entro la via della sua vera volontà, di infondermi parole utili ai fratelli. E quando avevo un colloquio con qualcuno, cercavo di tenere l”‘udito” della mia mente sul cuore per cogliere il pensiero divino e spesso anche le parole da dire.

L’osservanza del sacro principio della tradi­zione ortodossa nella pratica si incontra con in­credibili difficoltà. Le persone colte si attengo­no saldamente a un altro principio, e cioè alla propria ragione. Ogni parola del prete per loro è semplicemente umana, e quindi da sottoporre a discussione critica. Seguire l’indicazione del padre spirituale senza riflettere per loro sarebbe una follia. Ciò che l’uomo spirituale vede e in­tende non è recepito ed è negato dall’uomo psichico, perché questi vive su un altro piano (cf. 1Cor 2,10.13). Quando vengono a me persone guidate dai propri impulsi, che si sono allonta­nate dalla parola che il prete ha ricevuto per loro nella preghiera, mi rifiuto di ottenere da Dio di svelare loro la sua volontà sacra e perfetta. Non voglio mettere queste persone in una situazione di lotta con Dio, e se dico loro solo il mio pare­re, anche se confermato da un rimando alle opere dei santi padri o alle sacre Scritture, evito loro di dover lottare con Dio, lasciandole quasi in diritto di respingere, senza commettere peccato, il mio consiglio, poiché proveniente solo da un uomo. Naturalmente tutto questo è lontano da ciò che cerchiamo nei misteri della chiesa.

Nella nostra epoca di esodo in massa dal cristianesimo, il compito del presbitero è sempre più difficile. Nel suo tentativo di tenere lontani gli uomini dall’inferno creato dalle loro passioni contraddittorie, egli si imbatte costantemente nella morte che li ha colpiti. La percezione stes­sa del tempo acquista una strana caratteristica: ora è noioso e monotono, ora svanisce, come se non esistesse, perché manca una vera ricerca di senso.

E’ impossibile comprendere gli uomini. Sono ciechi e “non sanno quel che fanno” oppure soffrono di un daltonismo spirituale e mentale. Spesso vedono le cose sotto una luce diametralmente opposta, come con il negativo di una foto… E’ impossibile così conoscere la realtà effettiva della vita. In una situazione di questo gene­re non c’è posto per le parole. Recepiscono in modo ostile i moti del sacro amore, l’umiltà paziente sembra loro ipocrisia e la disponibilità a servire frutto di un interesse meschino. E’ sin­tomatico peraltro che lo stesso spirito della non violenza cristiana li renda smisuratamente irriverenti: offendono a torto i preti, attribuiscono intenzioni alle quali essi stessi non pensavano as­solutamente, umiliandoli impietosamente li accusano di essere superbi, ne rendono imbarazzante la presenza e nel contempo li accusano di rifuggire i rapporti… E così senza fine.

Benedico Dio che ci ha svelato il mistero di quest’inimicizia. Il Signore ci ha avvertito con la sua parola e ci ha ammaestrato con il suo esempio. E se così non fosse, sarebbe impossibile non diventare vittime di una disperazione totale. Un vescovo, che si era dato con zelo e fervore a servire chi soffriva, e aveva salvato molti da catastrofi interiori ed esteriori, un a volta mi scrisse: “Ho cominciato a temere l’amore”. Più tardi intesi così le sue parole: coloro che da lui avevano ricevuto del bene gli si erano attaccati e inizialmente lo avevano aiutato nella sua santa opera; ma in seguito, dopo che ne avevano conquistato la fiducia e gli erano diventati necessari, avevano attentato alla sua libertà, mettendo ovunque ostacoli se per caso lui si concedeva ai nuovi che giungevano. All’epoca in cui ricevetti la sua lettera non capivo ancora il significato terribile delle sue parole, che mi si è rivelato negli anni del mio servizio in Europa. Ho ricordato più di una volta e ancor oggi continuo a ricordare queste parole paradossali: ho cominciato a temere l’amore…

Ma nel contempo si può individuare anche un altro aspetto del nostro ministero. Gli uomini si rivolgono al prete come fanno anche con Dio: lo respingono con terribile leggerezza, come qualcosa di inutile, con la sicurezza che, non appena questi servirà loro, potranno chiamarlo, senza che egli si rifiuti di accorrere. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Dopo il mio arrivo in Francia dalla Grecia (dalla Santa Montagna) incontrai di nuovo un tipo di persone, alle quali mi ero disabituato nei ventidue anni trascorsi sull’Athos, in particolare negli ultimi anni, quando ero diventato padre spirituale di qualche centinaio di monaci, che rappresentavano tutti i tipi di vita ascetica dell’Athos. Non nascondo che ero del tutto “diso­rientato”. La psicologia dei monaci, la loro pazienza e resistenza superavano a tal punto la tipologia di tutti quelli che incontravo in Europa, che semplicemente non potevo trovare né parole né forme esteriori di contatto. Ciò che i monaci accoglievano con gratitudine, in Europa depri­meva gli animi. Molti si staccavano da me con­siderandomi talmente rigido da travisare lo spi­rito evangelico dell’amore. E io accettavo que­sti giudizi rendendomi conto che le “norme” dei monaci e quelle di uomini di cultura occi­dentale sono diverse. Non c’è dubbio che il più “anormale” di tutti, per gli uomini dell’epoca del “Grande Inquisitore” come per i nostri con­temporanei, sarebbe Cristo. Chi può ascoltare Cristo o, ancor più, seguirlo? Ciò che i monaci ottengono con decenni di pianto, i contempora­nei pensano di acquisirlo in un breve lasso di tempo, talvolta in qualche ora di piacevole colloquio “teologico”. Le parole di Cristo, ogni sua parola è giunta in questo mondo dall’alto, ap­partiene a un’altra dimensione e si assimila solo con una lunga preghiera accompagnata dal pianto. Senza questa condizione, le sue parole ci rimarranno sempre incomprensibili, indipenden­temente dalla nostra “formazione”, anche dal punto di vista teologico.

Una volta qualcuno mi disse: “Se vivi sotto il peso di ciò che non comprendi, soffochi”. Sì, noi uomini inevitabilmente ci tormentiamo per capire con tutte le nostre forze la parola di Cri­sto. Il Signore ha detto: “Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (Mt 21,44). Incontrando questa forza della parola di Cristo, comprendia­mo gradatamente che essa ci apre le sfere eterne dello Spirito che non ha inizio. E tutto ciò che in noi si oppone alla parola di Cristo, lo viviamo come se la morte fosse presente dentro di noi. E così ci troviamo in una condizione di profonda duplicità: da un lato la gratitudine che con un coltello dolce ci lacera il cuore, dall’altro la vergogna insopportabile per noi stessi e il terrore per come il fine si trova lontano.

Ogni cristiano deve continuamente tendere alla luce di Cristo ed essere deciso a sopportare tutte le conseguenze di questa aspirazione. Solo così si arriva a comprendere la parola evangelica, e ciò ha luogo senza che vi sia la possibilità di “osservare” come accade, dal momento che Dio è realmente e indescrivibilmente con noi.

In ogni altra sfera della cultura umana è pos­sibile osservare il progresso, ma non nella nostra vita. Spesso lo Spirito santo si allontana da noi per qualche moto del nostro cuore o dei nostri pensieri, ma forse anche perché ci vede tranquilli e soddisfatti di ciò che abbiamo già ricevuto o raggiunto, e rinuncia quindi a mostrarci quanto siamo ancora lontani da come dovrem­mo essere…

Non è affatto semplice per un monaco portare il peso d’essere un padre spirituale. Da un lato gli è personalmente utile, quando gli uomini hanno di lui un’opinione molto negativa, dal momento che il loro biasimo lo aiuta a diventare umile. Dal cuore dolente si alza a Dio una preghiera più profonda. E’ più facile rivolgere a Dio il grido per la salvezza di tutto il mondo, se si vive una sofferenza simile a quella di una gran quantità di uomini in terra. D’altra parte, se qualcuno accoglie il ministero di padre spirituale, ogni parola cattiva su di lui suscita sfiducia nei suoi confronti da parte di chi ha biso­gno di insegnamento, conforto, sostegno. Non prestare ascolto alla parola dei padri spirituali è come rifiutare la parola di Cristo stesso: “Accogliendo voi accoglie me, e respingendo voi respinge me”.

E’ così importante che tra i presbiteri e i vescovi regnino il rispetto, l’onore e la stima au­tentici e reciproci, che si spengano le accuse, la lotta per il potere, l’invidia nei confronti di coloro che eccellono per le proprie qualità. Anche se vi sono dei difetti in un servitore della chiesa (e chi tra gli uomini è perfetto?), è meglio infondere nei fedeli fiducia verso i preti. La fiducia dei cristiani nei confronti dei padri spirituali sa­rà per loro fonte di ispirazione per dire una parola di verità. Dalle parole del Signore sappiamo che “sul trono di Mosè” sedevano uomini indegni, e tuttavia Cristo invitava il popolo a obbedire ai propri pastori, a osservare ciò che era stato loro ordinato, senza imitarne il modo di vivere o le azioni.

Silvano non ha mai avuto un confessore particolare nel corso di tutta la sua vita monastica. Si rivolgeva a chi era più vicino e libero per riceverlo, e pregava perché il Signore fosse benevolo con lui e attraverso il confessore gli rimettesse i peccati e salvasse la sua anima.

Quando ho a che fare con dei malati, la mia attenzione è concentrata sulla loro condizione spirituale, se conoscono Dio e sperano in lui. Le sofferenze, i dolori e anche le catastrofi della vita passano in secondo piano. Per quanto ne sembri futile la causa, non si possono disprezzare le sofferenze dell’uomo. Spesso, molto spesso, fonte di pena è la ricerca insoddisfatta di passioni peccaminose. Anche in questi casi il padre spirituale pensa a una cosa sola, e cioè a come sia possibile salvare l’uomo. Negli uomini sfiniti dalla povertà e dalle fatiche anche un pic­colo motivo può causare un grande dolore, e la preghiera del padre spirituale è diretta alle pro­fondità del dolore. La compartecipazione a ogni pena umana suscita naturalmente nell’anima del padre spirituale la preghiera. Il servitore di Cristo riesce a discernere la colpa all’origine di tutte le sciagure e i penosi destini dell’universo. Le pene di tutto il mondo trovano spazio nel suo cuore, ed egli prega con un cuore che geme per tutti e per tutto.

Mi era molto più facile incontrarmi con i monaci malati sul Monte Athos, che con i malati che incontravo dopo il mio rientro in Europa. I monaci erano interiormente rivolti a Dio, e tutto era portato su un piano spirituale. In Europa prevalgono le tensioni psichiche, perciò al confessore si chiede di manifestare compartecipazione sullo stesso piano, per portare aiuto a chi è nella sofferenza. Al capezzale di questi malati capitava che io mi unissi alle loro sofferenze con lo spirito, l’anima e il corpo, in modo che anche quest’ultimo pregava per loro. Anche se raramente, accadevano casi in cui Dio accettava le mie preghiere ed esaudiva ciò che gli avevo chiesto. Non mi è chiaro perché talvolta, nonostante una minor tensione della mia preghiera, il decorso della malattia migliorasse, mentre in altri momenti, pur essendo la preghiera più profonda, lo stato del malato evidentemente non migliorava.

Ho notato che se durante la preghiera d’intercessione la pena del cuore si trasformava in tranquillità e gioia, questo era sempre un segno sicuro del fatto che la preghiera era stata ascoltata e la persona aveva ricevuto la guarigione.

Non ho cercato il dono di guarire le malattie del corpo. Nella preghiera per il malato, affidavo tutto alla volontà di Dio, che sa che cosa è necessario a ognuno per la sua salvezza. Non sono del tutto sicuro che la scelta di fuggire l’arte del guaritore sia stata la causa della sterilità di molte mie preghiere. Non ho voluto in alcun modo diventare un “taumaturgo”, il solo pensiero mi spaventava. E tuttavia, nonostante tutto, quando la preghiera rimaneva senza risultato e il credente restava nella tristezza, si faceva strada l’idea che Dio dovesse testimoniare a chi intercede presso di lui che egli ascolta le loro preghiere e soddisfa le loro richieste… Anche il Signore ha pregato il Padre: “Padre … glorifica tuo Figlio, perché tuo Figlio glorifichi te” (Gv 17, 1).

Accade spesso, nella preghiera per i vivi, che il nostro cuore sperimenti la trasformazione della pena in gioia. Ma qualcosa di simile avviene anche nella preghiera per chi è già morto, persino molto tempo fa. Questa comunione con i santi del cielo e della terra avviene in modo particolare nella preghiera, nello Spirito santo, e testimonia dell’eternità personale di ogni uomo nel Dio nostro. Il nostro amore si incontra con quello di coloro che nella nostra mente, durante la preghiera, “ci consegnano un dono spirituale per il nostro consolidamento” (cf. Rm 1,11-12).

Gli uomini amano la tenebra, in cui è la morte, e respingono la luce, che è la vita, temporale ed eterna. Se il padre spirituale ama il po­polo di Dio, il cuore gli si riempie di profonda compassione, quando si accorge di non essere in condizione di trasmettere agli altri la luce della vita. Più di una volta mi sono fermato meditando su questo aspetto paradossale della paternità secondo lo Spirito, ed è naturale, poiché questo paradosso accompagna il padre spirituale per tutti i giorni della sua ascesi: “In noi opera la morte, ma in voi la vita”, ha scritto l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto (2Cor 4,12). Ma c’è di più: molti odiano i servitori di Cristo perché portano la luce della vita, come prima di noi hanno odiato il Signore stesso: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra” (Gv 15,18.20).

Quando incontra persone che si mettono a parlargli delle proprie visioni, il padre spirituale si preoccupa in primo luogo di individuarne correttamente la fonte, per discernere se siano davvero visioni mandate dall’alto oppure solo il parto di una fantasia esaltata o malata. Talvolta il compito è difficile e di estrema responsabili­tà. Se quanto è dato da Dio lo attribuiamo a una forza che si oppone a Dio, rischiamo di denigrare lo Spirito santo (cf. Mt 12,28-31). E, al contrario, se prendiamo per divina un’azione dia­bolica, induciamo in errore la persona che ci si affida nella confessione. E’ dunque necessario che tutti i padri spirituali e i confessori, senza esclusione, preghino sollecitamente e continuamente il Signore, in generale e per ogni caso singolo, affinché li preservi dal commettere errori nei propri giudizi.

Quando il padre spirituale non ha chiara la realtà delle cose, gli rimane a disposizione il “procedimento psicologico”, che consiste nel proporre a chi si confessa la diffidenza nei confronti di eventi particolari di qualsiasi genere. Se la visione proveniva effettivamente da Dio, nell’anima di chi si confessa prevarrà l’umiltà, e questi accoglierà con tranquillità il consiglio di essere ragionevole. In caso contrario, possono verificarsi una reazione negativa e il tentativo di dimostrare che la visione non poteva che essere da Dio. E allora c’è ragione di dubitarne. Naturalmente questo metodo non è più che un ripiego, e non vi si deve ricorrere avventatamente. L’esperienza ha dimostrato che quando qualcuno tenta il fratello, lo spinge senza volere verso il risentimento e il dispiacere.

A tutti noi sono stati dati gli stessi comanda­menti; ne consegue che agli occhi del Signore tutti gli uomini sono uguali. A nessuno è preclusa l’ascesa fino agli ultimi gradi, alla “pienezza della statura di Cristo”. Nel secolo futuro la gerarchia terrena, sociale ed ecclesiastica, potrà spesso essere capovolta: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per disonorare i sapienti, e ciò che nel mondo è debole … per disonorare ciò che è forte, e ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato … per annientare ciò che è importante” (cf. 1Cor 1,26-28; 15,24-28).

Gli starcy, gli uomini spirituali, non necessa­riamente sono presbiteri o monaci, come ha mo­strato la storia della chiesa russa nel XVIII e XIX secolo, quando intere schiere di asceti e di padri pneumatofori, portatori dello Spirito, evitavano il ministero ordinato e persino la tonsura monastica, per conservare la libertà dell’ascesi al di fuori del soffocante controllo degli organi ufficiali. Questo esodo di uomini spirituali dalle strutture ecclesiastiche, triste e distruttivo per tutta la vita della chiesa, non sempre era deter­minato da orientamenti anarchici diretti contro il principio stesso della gerarchia; se leggiamo i libri che ci parlano di questi uomini di Dio, si vede subito che molti di loro erano in effetti sinceramente timorati di Dio, dotati di un alto spirito, chiaramente meritevoli di benedizioni e doni dall’alto. La loro vita non suscitava il favore né della gerarchia ecclesiastica né delle autorità statali. Il rifiuto dell’ordinazione e del monachesimo, da parte di alcuni di loro, lo si può spiegare anche con il fatto che, non appena indossavano la tonaca, chiunque si considerava in diritto di giudicare questi servitori di Cristo. Nella maggioranza dei casi, il giudizio era ingiusto, malevolo e calunnioso. I più dotati dovevano spesso subire rozze persecuzioni, perché il loro stile di vita superava la capacità di comprensione di coloro che detenevano il potere. La storia della nostra chiesa è piena di casi simili, e non c’è bisogno di enumerarli.

Chi prega molto e con fervore passa spesso da uno stato all’altro, da una sofferenza acuta a una profonda gioia, dalla disperazione alla contemplazione e alla speranza ispirata, da un lungo pianto a una pace dolce e imperturbata. Le preghiere frequenti e prolungate e una completa astinenza raffinano la percezione dei sensi spirituali: l’anima diventa simile all’apparecchio acustico più sensibile, che reagisce prontamente a suoni appena percettibili, persino a movimenti dell’aria non più udibili. Non è se non quando il nostro spirito abbia attraversato centinaia e centinaia di volte innalzamenti e cadute, che esso avrà assimilati gli uni e le altre, al punto da conoscere in sé costantemente il cielo e l’inferno. A molti sembrerà paradossale, ma questo è in realtà il segno dell’amore che si dilata e si av­vicina alla somiglianza con Cristo. L’apostolo Paolo scrive di sé: “Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?” (2Cor 11,29). E similmente esortava i cristiani di Roma: “Gioite con chi è nella gioia e piangete con chi è nel pianto” (Rm 12,15).

Secondo il principio dei padri, nessuno deve invitare il proprio gregge a compiere azioni che egli stesso non abbia compiuto. Non penso che l’apostolo Paolo sia stato in questo senso meno severo dei padri. I tempi in cui accogliere persone oppresse da esperienze gravose non possono essere disciplinati od organizzati ad arbitrio; è impossibile stabilire ore di ricevimento per chi soffre e altre per chi gioisce. Ogni pastore, quindi, deve essere sempre in condizione di piangere con chi piange e gioire con chi gioisce… di essere sfinito con chi è disperato e di ristabilire nella fede chi è stato sedotto. Anche qui, come in tutta la nostra vita, il primo esempio è il Signore. Nella sua vicenda narrata dagli evangeli, in particolare nei suoi ultimi giorni e ore, vediamo che lui viveva contemporaneamente una pienezza per noi irraggiungibile, e cioè le sofferenze e i trionfi della vittoria, la morte e la gloria divina da lui imprescindibile: “Voi sapete che tra due giorni sarà Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” (Mt 26,2), “Da ora non berrò dal frutto della vigna fino al giorno in cui berrò con voi un vino nuovo nel Regno del Padre mio” (Mt 26,29); “Dio mio, Dio mio! Perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46); “In verità ti dico: ora sarai con me in Paradiso” (Lc 23,43); “E il suo sudore, come gocce di sangue, cadeva a terra” (Lc 22,44); “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34); “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,38); “‘Sei tu Cristo, Figlio di Dio?’. Gesù gli dice: ‘Tu lo hai detto; e vi dico anche: ora vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della Forza e venire sulle nuvole del cielo”‘ (Mc 14,61-62).

Anche noi, se veramente osserviamo la parola di Cristo, ripercorreremo la sua stessa via, la sua stessa esperienza, anche se con minor forza. La profondità delle sofferenze di Cristo è insondabile. Entrandovi avremo la possibilità di conoscere le altezze del disegno divino su di noi e la perfezione dell’amore. Dopo la nostra morte, le sofferenze cesseranno di essere mortali, come accade ora per il nostro “corpo” terreno: non potranno più arrecare danno alla nuova vita, riversata su di noi in abbondanza quale eredità inalienabile. Lo spirito dell’uomo conserva la capacità di soffrire con tutti coloro che sono privi della gloria divina – di compatire autenticamente -, ma anche questo non sarà che una delle molteplici manifestazioni dell’amore che tutto comprende: la morte non ha in effetti alcun po­tere su chi è stato salvato in Cristo. Quando le pene spirituali ci portano sulla soglia della morte, in risposta al nostro grido di preghiera scende su di noi l’energia dello Spirito a ristabilire ciò che è stato distrutto, a volte accrescendo in noi la forza della vita. Se fossimo capaci, sia pur per poco, di penetrare nell’afflizione smisurata della Madre di Dio sotto la croce, vedremmo chiaramente che, senza un intervento dall’alto, il corpo terrestre non potrebbe sostenere simili pene. Ma l’amore dello Spirito santo, sceso su Maria dal giorno dell’Annunciazione, ha vinto il dolore mortale: la Madre del Signore è rimasta viva, ha veduto nella fede il figlio risuscitato salire in cielo e lo Spirito santo mandato dal Padre scendere sulla chiesa nata dal sangue di Cristo.

fonte: https://digilander.libero.it/esicasmo/ESICASM/appunti.htm

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