Vita di San Mosè di Optina

La vita del superiore e rinnovatore di Optina Pustyn’, l’Archimandrita Moisej, meravigliosa per l’umiltà, istruttiva per l’ordine che la caratterizzano, per l’incessante ardore spirituale e per la quotidiana sottomissione ai comandamenti, è particolarmente importante non solo come esempio di ascesi personale, ma anche sotto molti altri aspetti. Il nome di questo superiore modello sarà per sempre impresso sulle pagine della storia del monachesimo. Ad esso è collegato il rinnovamento dello “starcestvo” e, di conseguenza, dell’autentica vita monastica ad Optina Pustyn’, che fu la stella luminosa del monachesimo russo. Nelle generazioni future, assieme agli indimenticabili nomi degli startzy di Optina, Ljev, Makarij ed Amvrosij, sarà ricordato e benedetto il nome umile e puro davanti a Dio del padre Moisej. Egli resterà per sempre modello elevato di superiore di un monastero. Padre Moisej presenta una meravigliosa sintesi dell’isolamento ascetico della vita nella cella con l’accessibilità, della durezza con la mitezza, della cura dell’economia con l’estrema povertà, dell’autonomia con la completa sottomissione al principio dello starcestvo, di una vita attiva con l’inesauribile sopportazione di molti e duri affanni. È avvolto da una morbida luce il volto commovente di questo monaco, esigente nei propri confronti ed indulgente con gli altri, il quale nell’amore per i poveri non conosceva limiti, che s’affrettava a consegnare, attraverso le mani dei sofferenti, i tesori terreni a Dio e che, nello stesso tempo consolidò ed abbellì il celebre monastero, e che sofferente sopportò pesi, fatiche ed offese per Optina Pustyn’.

Famiglia e primi anni della vita monastica

L’archimandrita Moisej, al secolo Timofej Ivanovič Putilov, era figlio primogenito del cittadino di Serpuhov Ivan Grigorievič e della moglie sua Anna Ivanovna. Nacque il 15 gennaio 1782 nella città di Borisogliebsk, dove vivevano i Putilov. Erano dieci fratelli di cui quattro morirono in tenera età. Il padre, che lavorava per la raccolta di materiali per la fabbricazione di bevande alcoliche, conduceva una vita pia e si atteneva rigidamente ai precetti della Chiesa. Assisteva alle cerimonie sacre e leggeva i sacri testi. Era un uomo affabile. Tra i parenti della moglie, donna illetterata, ma intelligente, c’erano stati alcuni monaci di vita severa. I Putilov educarono i loro figli nel timore di Dio. I ragazzi studiavano a casa sotto la guida del padre e non frequentavano le scuole, poiché il padre temeva i contatti con i cattivi compagni. Nei giorni di festa egli li conduceva in chiesa e, ritornati a casa, l’interrogava sulla funzione a cui avevano assistito. In chiesa il padre, che aveva una buona voce, cantava nel coro e a casa si occupava del canto di chiesa con i figli. Assai spesso erano ospiti dei Putilov personaggi del clero e perciò i bambini dall’infanzia appresero molti principi edificanti.

La sorella di Timofej aspirava a farsi monaca, ma, per accontentare il padre, si sposò. Morì poco dopo le nozze; il marito si ritirò nel monastero di Saròv. All’età di 19 anni Timofej e suo fratello Jona, che ne aveva quattordici, furono mandati dal padre a Mosca a lavorare dall’esattore Karpysčev. Mosca, con i suoi santuari e le sue chiese, rispondeva alle tendenze spirituali di Timofej, che si erano in lui sviluppate nella casa paterna. A Mosca era facile procurarsi libri di argomento religioso e da essi Timofej non si staccava mai. In ufficio metteva da parte il libro solo quando entravano i clienti, per poi riprenderlo alla loro uscita. I due giovani conoscevano persone profondamente religiose. Tramite la monaca Dosifeja entrarono in contatto con gli startzy del Novospassky Monastyr’ Aleksandr e Filaret, i quali erano legati spiritualmente al celebre archimandrita Paisij Velickovskij.

In questo stato d’animo definitivamente maturò nei due fratelli il desiderio di farsi monaci, ed a questo passo furono spinti quando il loro cognato si ritirò a Saròv. Nel 1804 Timofej, il quale allora aveva 22 anni, s’iscrisse con il padre alla società dei commercianti moscoviti e, ottenuto il passaporto per tre anni, si recò con il fratello Jona a Saròv. Sapendo che il padre non avrebbe consentito a ciò, essi gli scrissero che se ne erano andati dai padroni perché nell’impossibilità di vivere da loro e che essi avevano in vista un altro Padrone, al quale avevano dato la parola che sarebbero entrati al suo servizio. Da Saròv comunicarono apertamente al padre la loro decisione. Ivan Grigovievic s’adirò e comandò ai figli di ritornare subito a casa. Ma essi non si fecero vivi con lui per due anni e mezzo. In questo frattempo Putilov s’ammalò e, quando Timofej si recò da lui per riconciliarsi, il padre, anche se non subito, si decise di acconsentire al proposito del figlio. A distanza di un anno, dopo lunghe trattative, lasciò andare anche Jona. Non passò molto tempo che Ivan Grigorievic morì. Sulla sua tomba, è scritto che essa è opera dei figli: Moisej, igumeno di Optina Pustyn’; Isaija, igumeno della Sarovskaja Pustyn’; Antonij, igumeno del Malojaroslavetzkij Nikolajevskij monastyr’.

Soròv, dove Timofej iniziò la sua vita monastica, era in quel tempo nella sua piena fioritura. Già da 37 anni vi viveva il grande staretz san Serafino; là abitavano lo schimonaco Mark, che s’era imposto la dura croce della pazzia in Cristo, ed a riposo l’igumeno Nazarij, il rinnovatore del monastero di Valaam. Il monaco che aveva edificato Saròv, Isaija, era pure noto per la severità della vita che conduceva. Timofej ebbe la dura obbedienza di assistere nella malattia il costruttore di Saròv. Nei tre anni che trascorse a Saròv egli ebbe la possibilità di trarre vantaggio dagli insegnamenti di quegli Startzy.

È ignota la ragione per cui, congedatosi dal padre, Timofej non ritornò più a Saròv, come fece invece suo fratello, il quale, rimastovi, divenne successivamente igumeno di quel monastero. Timofej entrò come novizio nello Svjenskij Uspenskij Monastyr’ nell’eparchia di Orel. Verosimilmente l’attraeva la vicinanza delle foreste di Roslavl’ e Brjansk, dove in quel tempo lottavano per la loro salvezza spirituale molti eremiti. A costoro si unì nel 1811 anche Timofej Ivanovič.

I boschi di Roslavl’ e l’inizio dell’eremo di Optina

Nei boschi di Roslavl’ Timofej Ivanovič trascorse dieci anni. Si affidò alla guida spirituale dello ieroschimonaco Afanasij. Questo saggio staretz era sempre in stato di lucidità spirituale ed aveva il dono della preghiera mentale. Il suo disinteresse per tutto ciò che era terreno non conosceva limiti. Da questo staretz Timofej Ivanovič ricevette la tonsura monastica con il nome di Moisej. Questo nome gli fu dato, secondo l’intenzione dei monaci, in segno di quell’ospitalità che padre Moisej dimostrava amorevolmente ai pellegrini che venivano dagli eremiti. Infatti il venerabile Moisej Murin[1] amava confortare i viandanti.

Gli eremiti, presso i quali si sistemò padre Moisej, otto di numero, vivevano in tre celle. L’eremo era situato nei beni del proprietario terriero Bronjevskij, a quaranta verste da Roslavl’, a cinque dal villaggio di Iakimovskij, a sette dal paese di Lugov ed a trenta dal villaggio di Mezov, sulla riva del fiumiciattolo Bogdacevka che scorreva tra i boschi. Gli eremiti leggevano l’Ufficio ogni giorno ciascuno nella propria cella a cominciare da mezzanotte. Le domeniche ed i giorni di festa lo recitavano assieme; a Natale, a Pasqua e nelle grandi feste veniva da loro il sacerdote del villaggio di Lugov con le sacre specie conservate per i malati. Nel tempo libero dalle preghiere gli eremiti attendevano al lavoro manuale; così padre Moisej copiava i libri sacri. L’orto, che essi lavoravano, produceva solo rape. D’estate raccoglievano funghi, bacche per i benefattori, i quali mandavano loro pane, grano ed alle volte una bottiglia d’olio. In mancanza d’altro mangiavano cibi secchi. Durante l’inverno attorno all’eremo si aggiravano lupi e gli orsi s’avvicinavano e devastavano l’orto, ma non toccavano i monaci, soltanto dal bosco si udiva il rumore dei rami secchi spezzati. Una volta mancò poco che fossero massacrati dai briganti; la polizia alle volte si spingeva sino all’eremo. Terribili erano le tempeste che sradicavano alberi secolari. Una volta un enorme albero cadde vicino alla cella di padre Moisej provocando un tremendo fracasso, ma l’albero sfiorò la cella solo con i rami.

Nel 1812, durante l’invasione francese, i monaci abbandonarono l’eremo e padre Moisej si recò a Svjensk e a Bjelyje Berega, per ritornare successivamente nell’eremo. Nel 1816 venne da padre Moisej il fratello minore, Aleksandr con l’intenzione di condurre la stessa sua vita. Quattro anni dopo Aleksandr fu tonsurato monaco con il nome di Antonij dallo ierochimonaco Afanasij e venne affidato alle cure spirituali del fratello, nei cui confronti per tutta la vita manifestò profondo rispetto. Con il fratello nel 1816 padre Moisej fu a Kiev, dove fu accolto dal metropolita Serapion e dal rettore della laura, Antonij. Strada facendo, nei vari monasteri che visitarono, padre Moisej conobbe gli startzy padre Vasilij Kiškin, padre Makarij (il quale poi si trasferì ad Optina) ed il padre Filaret Glinskij.

Nel periodo della vita eremitica padre Moisej si rafforzò e maturò spiritualmente. Egli acquistò il dono della concentrazione della mente e del silenzio, l’attenzione, il dono della preghiera e dell’umiltà. Tutte queste qualità si manifestarono nella funzione, piena di preoccupazioni, di superiore. Tracce di questa continua e costante lotta, che egli combatté nel suo intimo nella quiete dell’isolamento, sono rimaste in alcuni foglietti sparsi, su cui padre Moisej alle volte annotava i suoi pensieri. Eccone alcuni brani:

15 novembre 1819 – Dopo aver recitato la preghiera della confessione ho deciso di guardarmi bene dal cenare, poiché da ciò ho sofferto moltissimo ed ho appreso dall’esperienza che non c’è mezzo migliore per raggiungere l’equilibrio dell’anima del cibarsi una sola volta al giorno. Signore, non abbandonarmi, affrettati di venire in mio aiuto, perché d’ora innanzi possa trattenermi dal cibo serale e di non saziarmi alla mensa quotidiana e di abituarmi a nutrirmi di un solo genere di cibo”.

14 dicembre 1819 (dopo la comunione) – Leggendo il ‘pravilo’[2] mi è venuto il pensiero: mantenendomi fedele al digiuno ed imparando a nutrirmi di un solo genere di cibo semplice, mantenere la custodia della bocca, nella comprensione dei miei peccati e della indegnità di parlare a causa dell’impurità ed incorreggibilità del mio cuore e della mia mente. Insomma di non parlare con nessuno e, nei casi di estrema necessità, spiegarsi per mezzo del fratello con brevi parole scritte con grafia semicorsiva. Signore, aiutami a cominciare questo modo di vita e di portarlo a compimento, convincendomi che è meglio morire che venir, meno o non completare ciò che si è iniziato”.

15 dicembre – Durante il pranzo ho avuto un lampo nella mente riguardo ai miei confratelli, cioè di prendere su di me e pentirmi, come se fossero miei, di tutti i loro peccati, visti da me e confessati, in modo da non giudicarli severamente e di non adirarmi. Gli errori, le colpe ed i peccati dei confratelli siano miei”.

Questi appunti, che si sono salvati per l’ammaestramento e la comprensione di tutti, rappresentano tratti caratteristici della vita di padre Moisej. Quale immagine, piena di severa bellezza spirituale, balza da essi, di una lotta incessante e sanguinosa per l’adempimento della legge Evangelica! Nelle foreste di Roslavl’ padre Moisej, grazie ad una assidua lettura, raggiunse una profonda conoscenza della dottrina della Chiesa e delle opere dei Santi Padri. Qui cominciò anche a guidare spiritualmente altre persone. Per l’obbedienza, egli era in rapporti con dei proprietari terrieri che si prendevano cura degli eremiti. Ed essi si rivolgevano a lui per consigli. Quando padre Moisej crebbe spiritualmente sino a raggiungere la misura di un esperto maestro di vita spirituale, il Signore decise di chiamarlo ad un servizio più elevato e di affidargli una opera difficile e fruttuosa.

Nel 1820 padre Moisej, proveniente da Mosca, visitò Optina Pustyin’ e dall’igumeno di questo monastero fu presentato al vescovo Filarete di Kaluga. Questo celebre asceta (che terminò la vita come metropolita di Kiev e con il santo e grande abito monastico) amava con tutto il cuore già dalla giovinezza il monachesimo. Il denso bosco di abeti, che circondava Optina Pustyn’, gli aveva ispirato il pensiero di costruire ad Optina un eremo. Egli aveva sentito parlare degli eremiti di Roslavl’ e proprio a loro desiderava affidare la costruzione dell’eremo. La conoscenza con padre Moisej lo confermò nel suo proposito. Dopo uno scambio di corrispondenza padre Moisej con il fratello Antonij e con altri due monaci il 6 giugno 1821 arrivarono ad Optina e si sistemarono nei pressi dell’alveare del monastero. Ad una certa distanza dal monastero, dove si trovava una cella isolata in mezzo a secolari abeti, noccioli e tigli, fu scelto il luogo per l’eremo, fu preparato il piano per la costruzione e si iniziarono i lavori. Con grande fatica gli eremiti dovettero liberare il luogo dagli abeti, abbatterli e sradicarli. In questo lavoro li aiutarono pochi operai ingaggiati per quest’opera. Con il legname abbattuto costruirono una cella non grande, circondarono il luogo con un recinto e costruirono la chiesa di san Giovanni Battista. In seguito il numero delle celle cominciò ad aumentare. In dicembre padre Moisej si recò a Mosca per la questua e ritornò su un carro da trasporto così pieno che non aveva posto per sedersi.

All’inizio di dicembre la chiesa fu consacrata ed il vescovo Filarete subito dopo giunse ad Optina. Padre Moisej gli chiese l’autorizzazione di rivestire il grande abito angelico. Ma la risposta fu: “Non è venuto ancora il tempo”. Dopo la partenza del vescovo, padre Moisej rinnovò per iscritto la domanda. Ma il vescovo gli rispose proponendogli il sacerdozio, che l’eremita decisamente rifiutò. Resosi conto delle eccezionali doti spirituali di padre Moisej, il saggio vescovo non cedette; il contrasto durò sei settimane. Alla fine il vescovo gli disse: “Se tu non acconsenti, sarò giudicato con te al tremendo tribunale del Signore”. Solo a questo punto padre Moisej tacque ed il 22 dicembre fu ordinato ieromonaco e fu destinato quale padre spirituale di Optina.

Nel frattempo egli continuava a costruire l’eremo, piantava e seminava quegli alberi che adesso l’adombrano con tanta amenità. Dio mandò anche aiuti; ma le notevoli spese per le costruzioni ed i debiti richiesero nel 1825 un viaggio di padre Moisej a Mosca per ottenere aiuti. Ed a Mosca ricevette la notizia che era stato nominato superiore di Optina.

L’attività di superiore

All’età di 43 anni padre Moisej assunse la carica di superiore di Optina e per 37 anni la resse. In questo periodo, grazie alle sue fatiche, Optina si rinnovò completamente. Il numero dei confratelli si accrebbe, furono costituite grandi riserve di cibo, fu quasi raddoppiato il terreno del monastero, furono piantati frutteti, fu iniziato l’allevamento del bestiame, fu organizzata la grande biblioteca del monastero, venne ampliata la cattedrale, furono elevate due chiese, vennero costruite le locande per i pellegrini, il refettorio per i monaci, sette ordini di celle ed il mulino. L’ufficio divino cominciò ad essere celebrato con solennità e, quel che più conta, si elevò il livello spirituale dei monaci. Tutte queste grandiose costruzioni furono erette senza denaro, nella fiducia dell’aiuto divino e sia per la comunità, come per aiuto ai poveri che in tal modo ricevevano un salario.

“Avete, batjuška, denaro?”, gli chiedevano le persone vicine all’inizio dei lavori.

“Certo, certo!”…, e mostrava 15 o 20 rubli.

“Ma questi non sono soldi, si tratta di migliaia”. Ma padre Moisej sorrideva e rispondeva:

“Ho dimenticato Dio; io non ne ho, ma li ha lui”.

E questa fede non era infondata. Accadeva spesso che i lavoratori chiedessero il salario, mentre il superiore aveva solo pochi centesimi. Egli li pregava di aspettare e uno o due giorni dopo per posta arrivavano i soldi. Quando non arrivavano i soldi, egli li prendeva a prestito e li restituiva per intero alla prima occasione.

Le sale da pranzo in pietra, per costruire le quali sventrarono la montagna e trasportarono la terra nei laghi, e l’ampio muro di cinta furono edificati in un anno di fame, quando un pud di farina costava 5 rubli. Anche i confratelli avevano poco pane; il monastero era pieno di gente affamata proveniente dai dintorni e proprio in questo periodo di tempo padre Moisej era impegnato nelle sue costruzioni e nutriva il popolo. La miseria di quest’ultimo colpì profondamente il suo cuore. Una volta, allorché cercarono di convincerlo di interrompere la costruzione in tali circostanze, dalla profonda commozione aprì le sue labbra sempre silenziose e piangendo rispose: “Eh fratello, perché portiamo l’abito angelico? Perché il Cristo Salvatore ha sacrificato la sua anima per noi? Perché ci ha insegnato parole d’amore? Perché solo a parole ripetessimo al nostro prossimo il suo grande insegnamento sull’amore? La gente deve morire di fame? Essa ci chiede aiuto in nome di Cristo. Lavoreremo finché il Signore non chiuderà anche per noi la sua mano generosa. Egli non ci manda i suoi doni, perché noi li si nasconda sotto il moggio, ma perché li si restituisca in un’annata così pesante a quella gente da cui li riceviamo”.

        In genere l’amore per i poveri di padre Moisej non conosceva limiti. Egli alle volte acquistava ad un prezzo maggiore di quello richiesto per aiutare un venditore bisognoso, comperava provviste andate a male e si nutriva di esse, manteneva orfani perché spaventassero i corvi e per la caccia delle talpe. Già all’epoca sua cominciarono affluire pellegrini al monastero. Essi tutti ricevevano un’accoglienza affettuosa. L’Archimandrita stesso visitava i refettori, era cordiale con tutti e riceveva i visitatori nella sua cella. Aveva la capacità di parlare con tutti secondo le loro capacità d’intendere. Nel refettorio dei pellegrini non era fissato alcun prezzo, ma ciascuno deponeva sul piatto secondo le sue possibilità. Un ricco commerciante chiese a padre Moisej se egli non temesse che nessuno pagasse e che vivessero gratis.

“Non pagheranno 99, ma Dio manderà il centesimo, il quale pagherà per tutti” – rispose padre Moisej. Dopo questo episodio il commerciante divenne un benefattore di Optina.

Padre Moisej non si stupiva di fronte alle grandi donazioni. Una famiglia, che aveva dato molto ad Optina, ebbe a lagnarsi per qualcosa nei riguardi del locandiere e fece menzione dei benefici da essa fatti.

“Noi credevamo – rispose padre Moisej – che voi aveste fatto del bene per Dio e che da lui aspettaste un compenso, ma noi miseri e pieni di difetti, in che modo vi ricompenseremo?”. Ma padre Moisej non rispondeva con aridità di cuore ai benefici sinceri, bensì con preghiere ardenti.

Accettando nel monastero, egli non richiedeva un deposito di denaro; accoglieva persone gracili, malati, ciechi, i quali non potevano in nessun modo compensare la comunità. Nei confronti dei confratelli padre Moisej teneva un atteggiamento insolitamente saggio. Impetuoso per natura, egli aveva cambiato completamente carattere ed aveva acquisito una meravigliosa dolcezza. Se l’ira s’impadroniva di lui, egli si affrettava ad uscire, si calmava con la preghiera e ritornava sereno. Sebbene non amasse far mostra di autorità, tuttavia reggeva con mano ferma il monastero. Per quanto la sua attività non conoscesse limiti, in lui non c’era traccia di vanità; tutto, così sembrava, procedeva da sé, retto invisibilmente da una sola volontà. Non si perdeva in inutili particolari nell’imporre l’obbedienza. Nei confronti degli insuccessi altrui egli dava prova di calma assoluta e li nascondeva con la carità. Pur osservando tutto, padre Moisej spesso rimandava l’ammonizione per un lungo periodo di tempo ed allora appena ricordava la colpa. Un simile modo di correggere aveva un effetto efficace. Prima di ammonire un monaco, padre Moisej pregava per lui ed osservava sempre se fosse tranquillo colui con il quale doveva parlare.

Memore delle parole di san Giovanni Crisostomo che si deve dubitare della salvezza solo di colui che si trova nell’inferno con i demoni, padre Moisej aveva un’immensa fiducia nella coscienza umana. Un fornaio, che più volte lo aveva ingannato, e più volte era stato perdonato, gli promise di correggersi. Non aveva addosso neppure la camicia, ma un caftano e padre Moisej provava pietà per lui.

“Macché, egli non si correggerà, batjuska – cercava di convincerlo l’economo – è una canaglia!”.

“Come? – gli rispose padre Moisej – quello vuole correggersi e tu dici che è una canaglia. Sei tu una canaglia, vattene!”.

Misure brusche e severe padre Moisej non adoperava mai e soleva dire che bisogna attendere finché il Signore tocca il cuore dell’uomo. In genere egli si adattava al carattere ed al livello spirituale di ciascuno.

Siccome aveva ricevuto in vita grande vantaggio dalla lettura di opere di carattere spirituale, padre Moisej amava acquistarle. Molte ne portava da Kaluga e si abbonava a riviste religiose. Dopo aver letto un libro, lo passava alla biblioteca del monastero. Al tempo di padre Moisej, Optina Pustyn’, sotto la direzione dello staretz padre Makarij, pubblicò 16 volumi di carattere ascetico, traduzione delle opere degli antichi. Questi volumi padre Moisej spediva gratis in varie parti della Russia. Cercava dappertutto l’utilità spirituale e diceva: “È nostra opera seminare; se Dio vorrà, un giorno verranno i frutti”. Quando mandava i monaci alla questua, raccomandava loro di pregare il “Padre nostro” quando entravano in una casa, per ammorbidire i cuori; nell’attraversare i fiumi consigliava di invocare l’aiuto di san Nicola.

Così, penetrando in tutti i rami della vita monastica, padre Moisej adempiva al suo dovere di monaco, ma il suo più grande merito consiste nell’aver sostenuto lo “starcestvo” ad Optina. Dopo avervi accolto gli startzy Leonid e Makarij, egli stesso piegava la sua volontà dinanzi a loro; senza il loro consiglio, non tonsurava alcuno nel monachesimo né affidava incarichi. Pur possedendo in alto grado il dono del ragionamento, padre Moisej, il quale ben sapeva che uno solo deve essere la guida nella vita spirituale, per tutta la vita si astenne dal guidare con la parola i confratelli e con essi aveva rapporti solo nelle questioni dell’obbedienza. Non solo, ma nascondeva davanti a tutti le sue doti di staretz. Molti, ascoltando le sue conversazioni di carattere genericamente edificante, non s’accorgevano della sua altezza spirituale. Solo una volta, in presenza di padre Makarij, toccò a padre Moisej di parlare. Le sue parole, piene di energia, uscivano abbondanti dalle sue labbra e tutti si meravigliavano non tanto delle sue parole, quanto del continuo suo silenzio pur avendo tali doni. Così padre Moisej, che tanto si era impegnato per il progresso spirituale di Optina, sapeva mostrarsi alla maggioranza un monaco semplice e buono, capace di occuparsi solo delle necessità esteriori della comunità, e nascondeva l’altezza della sua comprensione spirituale che aveva raggiunto con la sua vita ascetica.

Per completare l’elenco delle sue doti spirituali, va detto che padre Moisej ebbe a soffrire una dura e lunga persecuzione da lui non meritata, accompagnata da affanni e preoccupazioni, e la sopportò con umiltà inesauribile. Tanto pesante fu per padre Moisej la persecuzione a causa dello “starcestvo”, che ebbe fine per l’intervento del metropolita di Kiev Filarete (Amfiteatrov).

La vita in cella di padre Moisej – La sua dormizione

La vita che conduceva in cella padre Moisej era una continua coercizione di se stesso. Dormiva poco, senza spogliarsi, e si levava verso mezzanotte. Immancabilmente assisteva al mattutino e diceva che alla liturgia si offre per noi la vittima incruenta, mentre al mattutino offriamo in sacrificio il nostro riposo. Così pure non mancava mai alla Liturgia ed al Vespro. Durante le funzioni stava dritto, non si appoggiava ai gomiti ed alle volte era talmente immerso nella preghiera che non notava nulla attorno a sé. Così pure alle volte, camminando, era talmente immerso in sé che non si accorgeva né udiva coloro che gli si avvicinavano e le lacrime, che gli bagnavano il viso, esprimevano il suo stato d’animo. La preghiera, che continuamente recitava, lo sosteneva; grazie ad essa, egli, che era di carattere focoso, conquistava la dolcezza.

Ogni momento libero padre Moisej consacrava alla lettura e, quando era costretto ad allontanarsi da un libro, segnava il punto dov’era rimasto, per riprendere la lettura appena avesse adempiuto l’impegno. Al refettorio non mancava mai e prendeva un po’ di cibo e nella cella mangiava cibi semplici e spesso, per umiltà, guasti. Grazie all’incessante controllo su se stesso, padre Moisej raggiunse la dolcezza ed il silenzio e nei momenti di preoccupazione si chiudeva nella preghiera interiore.

Una volta ad Optina scoppiò un grave incendio nella locanda dei pellegrini. Padre Moisej, sapendo che erano state prese tutte le misure, osservava tranquillo le fiamme, che furono spente quando di fronte ad esse portarono l’icona della Madre di Dio di Kazan’.

Sempre silenzioso, egli era particolarmente riservato quando qualcuno cercava di sapere da lui notizie sulla sua vita e sulla sua attività interiore. A questo proposito non si poteva apprendere nulla da lui. Quando qualcuno parlava a padre Moisej dei suoi meriti, egli incredulo sorrideva. Una volta visitò Optina un vescovo e, dopo aver visitato l’eremo, chiese a padre Moisej chi l’avesse costruito. Egli elusivamente gli rispose che esso era stato costruito poco a poco in quel luogo.

“Io stesso vedo – rispose il vescovo – che è stato costruito in questo luogo, ma chi l’ha costruito?”.

“Il superiore con i confratelli”.

“Si dice che lei ha costruito tutto questo”.

“Io pure ero presente al lavoro…”.

Dopo queste risposte l’ospite non continuò con le domande.

Padre Moisej parlava lentamente, misurando ogni parola e, mentre ascoltava gli altri, recitava la preghiera di Gesù muovendo tra le dita i granelli del četki.

Indossava abiti semplici, ma puliti. Nascondeva alle volte con una battuta scherzosa i suoi digiuni ed i suoi sacrifici. Un commerciante gli chiese di acquistare un barile di aringhe che, secondo lui erano di ottima qualità e gustose, ma che s’erano guastate per il caldo. Il Kelejnik[3] osservò che le aringhe non valevano nulla e non c’era posto dove metterle.

“E dove deve metterle lui? Da noi tutte si consumeranno”. Ed ordinò di dargli per cena ogni sera un’aringa e le mangiò tutte. Così pure alle volte ammoniva apparentemente scherzando.

L’estrema povertà, che colpiva in padre Moisej, egli cominciò a praticare dalla giovinezza.

“Quando ero a Saràv – disse una volta – osservai come i singoli monaci vivevano e che cosa avevano e dissi a me stesso: Morrò di fame, ma non possiederò mai nulla nella mia vita. Ecco, tutta la mia vita vado con il sacco”. Come diceva il suo Kelejnik, egli era “avido di denaro”, ma era ricco, come egli stesso diceva, solo di povertà.

Quando, dopo la morte di padre Moisej, aprirono la cassetta dove egli teneva i soldi, vi trovarono un centesimo, impigliato tra il fondo ed una parete.

“Certo il batjuska non l’aveva notato – disse suo fratello padre Antonij – perché altrimenti l’avrebbe speso”.

Nel 1856 l’igumeno Isaija venne ad Optina per rivedere i fratelli Moisej, che non vedeva da 38 anni, ed Antonij, il quale da Optina era stato scelto come igumeno del monastero Malojero-Slavetzkij, donde era ritornato a riposo a Optina. Intanto il numero dei suoi coetanei diminuiva. Nel 1860 morì padre Makarij, di 6 anni più giovane di lui. Padre Moisej s’avvicinava alla fine dell’ottava decade di vita. Ed anche in quell’età avanzata, per dare un esempio di costrizione su se stesso, rinunciò al thè del mattino e cominciò ad osservare in modo ancora più severo la regola. E nello stesso tempo, giungendo al fondo della umiltà, egli diceva: “Ora mi sono accorto che in realtà sono il peggiore di tutti”.

Il 15 maggio 1868, all’età di 81 anni, padre Moisej si ammalò di carbonchio sulla spina dorsale e, pur in queste condizioni, si recò a Kaluga. Qui provò una profonda amarezza a causa di una denuncia contro di lui presentata da alcuni confratelli. Il 26 maggio si recò nella biblioteca del monastero da lui organizzata ed in silenzio, come se si congedasse, la osservò a lungo. Ben presto al carbonchio si aggiunse l’idropisia. Padre Moisej si comunicava ogni giorno; soffriva molto, ma alle volte, facendosi forza, si levava dal letto per occuparsi delle faccende del monastero. Giacendo sul letto egli parlava ad alta voce dell’utilità dello “starcestvo”, benedicendo i monaci che venivano a congedarsi da lui. Ed anche nella malattia rifiutava ogni aiuto.

Il 6 giugno padre Moisej, conservando il suo nome, prese il grande abito angelico ed in tale occasione il suo aspetto fu di straordinaria pietà. Nel frattempo, alla notizia della grave malattia di padre Moisej da tutte le parti accorrevano pellegrini a congedarsi da lui ed il paziente distribuiva a tutti piccole icone di carta; ne furono distribuite 4000. Il 14 giugno ordinò che ogni cosa fosse tolta dalla sua cella e si pose davanti a lui l’icona di san Tichon di Zadonsk, che rimase dinanzi a lui sino al momento della sua morte, che avvenne il giorno della festa di questo Santo. Il 15 dal movimento della mano del morente si comprese che egli benediceva gli assenti. Nello stesso tempo, come si venne a sapere da una lettera ricevuta più tardi, una persona a Pietroburgo, affezionata allo staretz, in un lieve sonno vide padre Moisej che benediceva per ordine i membri della sua famiglia.

Il 16 giugno alle 10 del mattino, mentre si leggevano le parole dell’Evangelo di Matteo: “Il Figlio dell’Uomo deve venire… ed allora darà a ciascuno secondo i propri meriti”, padre Moisej serenamente si spense. Fu sepolto nella chiesa della Madre di Dio di Kazan’ nel monastero di Optina Pustyn’. Accanto a lui riposa il fratello, igumeno Antonij.

Moisey di Optina 2

Ie. Posjeljanin, “Russkije Podvizniki 19g. vjeka”, S. Peterburg 1910, pp. 201-218.

trad. di A.S. In: “Messaggero Ortodosso”, Roma febbraio-marzo 1985, pp. 5-21.

[1] Si tratta di san Mosè l’Etiope.

[2] Le preghiere giornaliere.

[3] Giovane monaco addetto ad assistere nelle preghiere e nella attività di un monaco anziano.

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