Cantato alla fine dell’Orthros (Mattutino) nel Mercoledì della Grande e Santa Settimana bizantina
Signore, la donna caduta in molti peccati, avvertendo la tua divinità, assumendo il rango di mirófora, ti porta il myron fra i lamenti, prima della tua sepoltura.
Ohimè! dice, per me è notte — frenesia d’incontinenza, amore del peccato tenebroso e senza luna.
Accogli le sorgenti delle mie lacrime, tu che conduci nelle nubi l’acqua del mare; piegati ai gemiti del mio cuore, tu che hai chinato i cieli nel tuo indicibile svuotamento.
Bacerò intensamente i tuoi piedi immacolati e di nuovo li asciugherò con i riccioli del mio capo — quei piedi il cui calpestio, risuonato alle orecchie di Eva nel Paradiso al tramonto, la fece nascondere per timore.
La moltitudine dei miei peccati e gli abissi dei tuoi giudizi — chi potrà scrutarli, o Salvatore delle anime, Salvatore mio? Non trascurare la tua serva, tu che possiedi misericordia senza misura.
Il Tropario di Cassiana: note storiche e letterarie
I. Cassiana e il suo tempo
Cassiana (c. 810 – c. 865) è la prima donna compositrice della storia di cui ci siano pervenuti testi e musica. Nata a Costantinopoli da famiglia aristocratica, ricevette un’educazione raffinata e crebbe in un ambiente culturalmente vivo, nel pieno della seconda fase dell’iconoclasmo. Le cronache bizantine la ricordano come partecipante alla cosiddetta “sfilata delle spose” (νύμφη) indetta dall’imperatrice Eufrosine per il giovane Teofilo: il futuro imperatore, colpito dalla sua bellezza, si avvicinò a lei con la battuta tagliente «Attraverso una donna vennero al mondo le cose peggiori», alludendo alla caduta di Eva. Cassiana rispose prontamente: «E attraverso una donna vennero le cose migliori», indicando la Theotokos e l’Incarnazione. Teofilo scelse un’altra e Cassiana, secondo la tradizione, fondò nel 843 un monastero sul settimo colle di Costantinopoli, di cui divenne prima igumena. Lì trascorse il resto della vita dedicandosi alla composizione liturgica.
II. Il Tropario nella liturgia bizantina
Il Tropario di Cassiana è tecnicamente un idiomelion — un canto con melodia propria, non derivata da un modello preesistente — composto nel tono plagale quarto (ἦχος πλ. δ΄), il più grave e introspettivo dell’oktoechos, il sistema modale della musica sacra bizantina. Viene cantato una sola volta l’anno, come doxastikon degli aposticha dell’Orthros (Mattutino) del Mercoledì della Grande Settimana, ma nella pratica parrocchiale greca è eseguito la sera del Martedì Santo. La sua durata, in esecuzione solistica, può raggiungere i venti minuti: è considerato uno dei pezzi più impegnativi dell’intero repertorio del canto bizantino, per estensione vocale richiesta e densità espressiva.
Il testo si radica nel racconto evangelico della peccatrice che unge i piedi di Gesù (Lc 7,36–50 e Mt 26,6–16), ma la tradizione liturgica lo associa a Maria Maddalena nella sua funzione di mirófora (μυροφόρος), portatrice di unguenti. Cassiana intreccia la figura della peccatrice penitente con quella di Eva nel Paradiso, creando uno straordinario montaggio tipologico in cui la colpa originale e la redenzione individuale si specchiano l’una nell’altra.
III. La leggenda dell’imperatore e il verso aggiunto
La tradizione — di incerta storicità ma di grande fortuna letteraria — narra che Teofilo, negli ultimi anni di vita, volle rivedere Cassiana e si recò al monastero. Trovatala sola nella cella intenta a scrivere, Cassiana fuggì per nascondersi, lasciando il componimento incompiuto sul tavolo. L’imperatore lesse i versi, e aggiunse di suo pugno la frase: «quei piedi il cui calpestio Eva udì nel Paradiso al tramonto e per timore si nascose». Quando Cassiana tornò, trovò l’aggiunta. Riconobbe la mano di Teofilo, colse il doppio senso dell’immagine — Eva che si nasconde da Dio, e lei che si era nascosta dall’imperatore — e la tenne, portando a compimento il poema.
Indipendentemente dall’autenticità del racconto, il verso interpolato si inserisce con tale naturalezza nel tessuto del testo che la critica moderna fatica a individuarne la cesura stilistica. Esso è oggi parte integrante del canone liturgico del Tropario.
IV. La lingua: tra koiné e greco classico
Il greco del Tropario è il greco tardo-antico della liturgia bizantina, fondamentalmente attico nei costrutti ma con influenze della koiné neotestamentaria. La densità del lessico è notevole: termini come οἶστρος (frenesia, pungiglione del tafano), ἀσέληνος (privo di luna), κένωσις (svuotamento teologico dell’Incarnazione) e ψυχοσῶστα (salvatore delle anime) appartengono a registri diversi — poetico-classico il primo, astronomico-lirico il secondo, teologico-tecnico il terzo, innodico il quarto — e la loro compresenza in pochi versi è indice di una cultura letteraria straordinaria.
La struttura del testo alterna narrazione in terza persona (l’incipit e la presentazione della peccatrice) e monologo in prima persona (il lungo discorso diretto della donna), con una fluidità che non ha equivalenti nell’innografia del periodo. Cassiana è l’unica imnografa del canone ortodosso ad aver scritto un inno penitenziale in voce femminile.
V. Fortuna e ricezione
Il Tropario di Cassiana ha conosciuto una vitalità ininterrotta nei secoli. In Grecia, la sera del Martedì Santo è popolarmente chiamata «sera della Cassiana», e la sua esecuzione rappresenta uno degli eventi liturgici più attesi dell’anno. I cantori che la eseguono in solo si preparano con cura, ed è tradizione che nella chiesa greca quella sera si radunino in gran numero anche persone normalmente lontane dalla pratica religiosa.
In età moderna il testo è stato riscoperto come opera letteraria autonoma. Kostis Palamas ne ha lasciato una celebre riscrittura poetica in greco demotico (musicata poi da Dimitri Mitropoulos nel 1919). Nel Novecento il compositore canadese Christos Hatzis ha costruito attorno al Tropario un’ampia composizione per soprano e coro che ha circolato in numerose esecuzioni internazionali. Il testo ha alimentato anche riflessioni teologiche sulla voce femminile nell’innografia cristiana e sul rapporto tra penitenza, eros e kenosi.
Nota sul testo e sulla traduzione
La traduzione italiana proposta in questo articolo è stata condotta sull’originale greco, con attenzione a restituire non solo il contenuto semantico ma anche la struttura sintattica e la gamma lessicale del componimento. Tra le scelte traduttive principali: οἶστρος è reso con «frenesia» (piuttosto che «furore»), per conservare il senso etimologico di impulso irresistibile; κένωσις con «svuotamento», termine teologicamente appropriato; κρότον con «calpestio», per recuperare la specifica immagine acustica del greco; παρίδῃς con «non trascurare» (e non «disprezzare»), in accordo col significato del verbo παροράω.
