P. A. Schmeman: L’Umiltà (Domenica del pubblicano e del farise)

  La successiva domenica è chiamata “Domenica del pubblicano e del Fariseo”. Il sabato che la precede fa la sua apparizione al vespro il libro liturgico per la Quaresima, il “Triodion”, e brani da questo testo vengono aggiunti ai soliti inni e preghiere propri dell’Ufficio della Risurrezione. Essi sviluppano un altro aspetto importante della penitenza: l’Umiltà.

         Il brano Evangelico che si legge in questa domenica (Luca 18, 10-14) ci presenta un uomo che si è sempre compiaciuto di se stesso e che ritiene di adempiere a tutte le disposizioni della religione. Egli è sicuro e superbo di sé. In realtà, tuttavia, egli ha falsificato il significato della religione, in quanto lo ha ridotto all’osservanza esterna dei suoi precetti e misura la sua pietà secondo la somma di denaro che dà al tempio. Per quanto riguarda il pubblicano, questi umilia se stesso e la sua umiltà  lo giustifica davanti a Dio. Se c’è una qualità morale quasi completamente trascurata ed addirittura oggi negata, questa è l’umiltà. L’ambiente in cui viviamo costantemente istilla in noi il senso dell’orgoglio, dell’autoglorificazione e della propria giustizia. Esso è fondato sul principio che si può compiere da sé ogni cosa ed addirittura rappresenta Dio come uno che sempre dà credito per le nostre gesta e le buone azioni. L’umiltà, sia essa individuale o di gruppo, etnica o nazionale, è considerata come un segno di debolezza, come qualcosa che non si addice ad una persona reale. Anche le nostre chiese non sono forse imbevute dello stesso spirito del fariseo? Non abbiamo bisogno che ogni nostro contributo, ogni nostra buona azione, insomma tutto ciò che facciamo “per la chiesa” sia conosciuto, lodato e pubblicizzato?

         Ma che cosa è l’umiltà? La risposta a questa domanda può sembrare paradossale, poiché è racchiusa in una strana affermazione: “Dio stesso è umile!”. Tuttavia per chiunque conosca Dio, che lo contempli nella sua creazione e nei suoi atti salvifici, è evidente che l’umiltà è veramente una qualità divina, l’autentico contenuto ed irradiazione di quella gloria che, come cantiamo durante la divina liturgia, riempie il cielo e la terra. Nella nostra mentalità umana tendiamo ad opporre “gloria” ad “umiltà”, poiché quest’ultima indica per noi un difetto o una deficienza. Per noi è la nostra ignoranza o incompetenza che ci fa o deve farci sentire umili. È quasi impossibile far comprendere all’uomo moderno, nutrito di pubblicità, di autoaffermazione ed orgoglio senza fine, che tutto ciò che è genuinamente perfetto, bello e buono è nello stesso tempo naturalmente umile. Infatti proprio a causa della sua perfezione, non ha bisogno di “pubblicità”, di gloria esteriore o di esibizionismo di qualsiasi genere. Dio è umile perché perfetto: la sua umiltà è la sua gloria e la sorgente di ogni autentica bellezza, perfezione e bontà e chiunque si avvicini a Dio e lo conosce, immediatamente diviene partecipe della divina umiltà e ne è abbellito. Questo è vero di Maria, la Madre di Dio, la cui umiltà l’ha resa la gioia di tutta la creazione e la più grande rivelazione della bellezza sulla terra, è vero per tutti i Santi e di ogni essere umano nei vari momenti dei suoi contatti con Dio.

         Come si diventa umili? La risposta per un Cristiano è semplice: contemplando Cristo, la divina umiltà incarnata, l’unico essere in cui Dio ha rivelato una volta per tutte la sua gloria come umiltà e la sua umiltà come gloria. “Oggi – disse Cristo nella notte della sua estrema umiliazione – il Figlio dell’Uomo è glorificato e Dio è glorificato in Lui”. L’umiltà è appresa contemplando Cristo, il quale dice: “Apprendete da me, poiché io sono mite ed umile di cuore”. Ed infine la si apprende misurando alla sua stregua ogni cosa, riferendo a lui ogni cosa. Infatti senza Cristo la vera umiltà è impossibile, poiché con il Fariseo anche la religione diventa orgoglio nelle opere umane, il che è un’altra forma di autoglorificazione farisaica.

         La Quaresima comincia con una richiesta, con una preghiera per l’umiltà che è l’inizio di una vera penitenza. Infatti quest’ultima, in particolar modo, è un ritorno all’ordine naturale delle cose, il ristabilimento di una retta visione. Perciò, essa è radicata nell’umiltà e quest’ultima – la divina e bella umiltà – è il suo frutto e il suo fine. “Evitiamo il tronfio linguaggio del fariseo – dice il Kondàkion di questa domenica – ed apprendiamo la maestà delle umili parole del pubblicano…”. Siamo alle porte della penitenza ed al più solenne momento della veglia domenicale. Dopo che è stata annunciata la Resurrezione e l’Apparizione di Cristo, dopo che abbiamo contemplato la Resurrezione, cantiamo per la prima volta i Tropari che ci accompagneranno durante tutta la Quaresima:
 

Aprimi le porte della penitenza, o tu che dai la vita,

poiché il mio spirito si solleva presto

a pregare rivolto al tuo tempio,

portando il tempio del mio corpo contaminato;

ma per la tua comprensione purificami

con l’amabile benevolenza della tua grazia.

 

Guidami sui sentieri della salvezza, Madre di Dio,

poiché ho profanato la mia anima con peccati vergognosi

ed ho sprecato la mia vita nell’indolenza.

Ma per la tua intercessione liberami da ogni impurità.

 

Quando penso alle numerose cattive azioni da me compiute,

disgraziato che sono, tremo al pensiero del tremendo giorno del giudizio.

Ma confidando nella tua benevolenza amorevole, come David ti grido:

“Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua grande misericordia!” .

 da A. Schmemann, Great Lent, St. Vladimir’s Seminary Press 1974;

trad. A. S. in Messaggero Ortodosso, Roma 1986 n. 2-3, 8-11

ALLA LITURGIA
2 Timoteo 3, 10-15; Luca 18, 10-14.

 Tropario Fuggiamo il parlare altezzoso del fariseo
e impariamo la profonda umiltà
delle parole del pubblicano,
gridando nella penitenza:
Salvatore del mondo,
sii misericordioso verso i tuoi servi.
 

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