Madre Tecla di Normanby: La Trasfigurazione

La storia della Salvezza: Cristo nasce per adempiere alle promesse antiche; Cristo inaugura la nuova storia. E ora Cristo manifesta la sua divinità e accoglie nella propria divinità, dentro il Nuovo, nell’infinito per il suo popolo, i Profeti che amò fin dal principio. Nell’ottica divina, non c’è rottura nella Tradizione; la rottura è frutto del pregiudizio e della stupidità umana. Cristo si manifestò anzitutto al popolo eletto, gli Ebrei, poi si rivolse ai Gentili. Ma fin dall’inizio essi lo rifiutarono con forza (alcuni passivamente). Un aspetto importante della Tradizione ortodossa è il costante legame che viene mantenuto con l’Antico Testamento – il Pentateuco, i Profeti, i Salmi – tutto ciò che era stato custodito nella memoria e negli scritti fino al giorno dell’Incarnazione. Certo, non confondiamo mai l’Antico con il Nuovo Testamento. È chiaro che – se proprio vogliamo fare una valutazione – essi non possono essere messi sullo stesso piano. Ma fu la volontà di Dio a manifestarsi anzitutto al suo popolo, un popolo che lo avrebbe tradito. La festa della Trasfigurazione enfatizza la continuità tra il Vecchio e il Nuovo. La festa ci mostra non solo la gloria di Cristo, l’Uomo vero Dio, ma anzitutto ci mostra il desiderio di estendere questo amore alla storia e a tutti. Nella fede siamo sovente assaliti dal dubbio. Vorremmo vedere, vorremmo ascoltare, vorremmo toccare, vorremmo incontrare dei testimoni, per cominciare a credere. E qui, sul monte Tabor, Gesù mostra se stesso, chi è veramente, nella verità: non un profeta, non un maestro, ma Dio:

Prima della tua crocifissione, o Signore, la montagna divenne un paradiso e una nuvola si aprì e formò un tabernacolo.

E la sua gloria:

I tuoi discepoli, o Verbo Incarnato, cadono tramortiti a terra, incapaci di guardare a quella forma che mai avevano visto.

I discepoli, che non potevano sostenere la luce e la visione di quella Presenza, lo riconobbero come Dio.

Ci si potrebbe chiedere perché Gesù decise di mostrarsi pienamente nella sua gloria divina solo a tre discepoli. Perché non a tutti? Perché non alle folle? Questa divina visione – il “segno” che il popolo aveva sempre chiesto – perché fu mostrato solo a tre persone?

Sembra ancora una volta che Cristo si rifiuti di compiacere la gente con segni grandiosi. Ancora una volta aveva l’opportunità di convincere le folle con una straordinaria manifestazione della sua divinità, ma non volle. Gesù ci mostra la sua diffidenza nei confronti dei numeri, e ci mette in guardia dal pericolo della popolarità e della persuasione occulta. Con il suo esempio Cristo ci mostra che la fede sopravvive solo se patisce la pena del dubbio fino alle estreme conseguenze del pensiero umano. Dio non può essere giudicato dalle sue creature sulla base dei risultati. Dobbiamo basarci su prove parziali e forse non dovremmo neppure chiamarle prove: la testimonianza indiretta di tre discepoli. Non possiamo sapere se gli altri credettero al loro racconto. Ciò che sappiamo è che essi lo ricevettero come testimonianza. I prescelti furono tre: Pietro, Giacomo e Giovanni. Solo tre testimoni, ed erano tre uomini.

Nella sua vita terrena Gesù non allontanò mai le donne né le tratto con sdegno, le donne lo seguivano nei suoi pellegrinaggi, le donne lo servivano e certamente furono presenti alla sua crocifissione. Eppure Cristo permise solo a tre uomini di essere presenti alla Trasfigurazione. Come è possibile che le donne fossero presenti al Mistero della Crocifissione, ma non a quello della Trasfigurazione? Gli ortodossi hanno notato questo particolare. E lo considerano un vero e proprio comando: solo gli uomini – i preti – possono entrare nel Santuario e consacrare il pane e il vino. Furono uomini i primi ad assistere alla sua divina Trasfigurazione.

Per le donne c’è molto da fare e molto possono fare, ma in nessun luogo nell’insegnamento o nel comportamento di Gesù c’è mai un cenno sul fatto che le donne debbano oltrepassare il confine delle cose che sono consacrate a fare. E perché mai ne avremmo bisogno (dovremmo)? Siamo orgogliose di essere donne. Non chiederemmo mai a un uomo di considerarsi nella linea della più santa delle Madri, perché allora noi dovremmo cercare qualcosa al di fuori della nostra eredità? La Madre di Dio è sempre con noi e dovremo sempre rallegrarci di essere donne.

Mosè ed Elia, vedono Dio sul Tubar, Colui che aveva, preso carne da una Vergine per la redenzione degli uomini.

L’Antico non fu mai smentito né dichiarato superato dall’Incarnazione di Dio. Manteniamo dunque forti legami con l’Antico. Certo ora ci è possibile vedere realizzato nel Nuovo ciò che anticamente era stato profetizzato, ma ciò non ci autorizza a eliminare ciò che è stato. La festa della Trasfigurazione ci richiama proprio a questo concetto. In un certo senso la festa della Trasfigurazione è la più misteriosa delle feste. Ispira timore e meraviglia. Quel bambino nato da donna, che era stato presentato al tempio e che si era fatto battezzare non aveva ancora mostrato di essere una creatura divina. Sì, certo, nel battesimo c’erano stati degli strani segni: «Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto»[1]. Ma oggi, nella Trasfigurazione non ci possono essere più dubbi. Inoltre, in mezzo alle folle rumorose, i segni potevano sfuggire o essere fraintesi. Nei testi liturgici dei vari uffici viene costantemente ripetuto lo stesso concetto, una vera sfida alla nostra fede:

I capi degli Apostoli vennero con te sul Monte Tabor, O santo Verbo incarnato, e Mosè ed Elia erano presenti accanto a te come attendenti di Dio…

Il Mistero è un fatto e bisogna accoglierlo:

Sul Tabor gli apostoli ti riconobbero come Dio e caddero in ginocchio prima di cadere a terra svenuti.

La festa della Trasfigurazione cade in agosto – il tempo dell’uva in Grecia e in Russia delle prime mele. Tradizionalmente si è soliti associare a questa festa l’offerta dei primi frutti – una graziosa combinazione di Divino e umano. Che cosa ci porta la Trasfigurazione? Anzitutto, e soprattutto, essa ci porta la luce della vita eterna; la luce alla quale i cristiani ricorrono per orientare il loro cammino. Ci è chiesto di ricorrere alla luce anche quando siamo spaventati e vorremmo chiudere gli occhi e turarci le orecchie. Dobbiamo diventare cercatori di luce e imparare a scorgere questa luce anche nel prossimo. La luce illumina e trasfigura l’umanità. È il significato ultimo di questa festa. La luce non fa scomparire il male, ma lo trasfigura in una luce nuova. Fissiamo lo sguardo sulla luce del Trasfigurato e nel Mistero solleviamo il male che c’è già nel profondo di noi stessi.

I due inni dell’Apolytikion e del Kontakion parlano entrambi della gloria del Cristo-Dio e del suo infinito amore che acconsentì all’uomo di poterlo vedere e comprendere:

O Cristo nostro Dio, tu che fosti trasfigurato sulla montagna; tu che rivelasti la tua gloria ai discepoli nella misura della loro capacità di comprensione, possa la tua luce brillare anche su di noi peccatori, attraverso le preghiere della Madre di Dio. Datore di Luce gloria a te[2].

La Trasfigurazione ci rivela il grande amore di Cristo per i suoi discepoli e la sua intenzione di dargli un motivo forte a cui appoggiarsi nel momento apparentemente oscuro della crocifissione. La Trasfigurazione è infine la festa dell’opera dell’amore. Nella Trasfigurazione Cristo fu visto contemporaneamente nel suo paradosso di umano e divino, la sua divinità fino ad allora rimasta nascosta fu rivelata.

tratto da: MADRE THEKLA, L’Eternità nell’attimo presente. Introduzione alla spiritualità ortodossa, Milano – Gribaudi 1999, 68-73.

[1] Mt 3, 16-17.

[2] Apolytikion, Tonalità VII.

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