+Kallistos Ware: Pregare è stare davanti a Dio

Nella preghiera, dice il vescovo Teofane il Recluso (1815-1894), “ciò che conta principalmente è rimanere davanti a Dio con la mente nel cuore, e continuare a rimanere davanti a Lui senza sosta giorno e notte, fino alla fine della vita” (cfr. igumen Chariton of Valamo, The art of prayer: an orthodox anthology, Londra, 1966).

La preghiera, intesa in questo modo, non è più solamente una richiesta, e può sussistere in modo assoluto senza l’impiego di alcuna parola. Essa non è tanto un’attività momentanea, quanto uno stato continuo. Pregare è stare davanti a Dio, entrare in rapporto immediato e personale con Lui, è avere la consapevolezza che, ad ogni livello del nostro essere, da quello istintivo a quello mentale, da quello inconscio a quello supercosciente, noi siamo in Dio e Lui è in noi.

Per affermare e rendere profondo il nostro personale rapporto con gli altri uomini, non è necessario formulare in continuazione richieste o usare parole; meglio ci conosciamo e ci amiamo l’un l’altro, meno v’è bisogno di esprimere verbalmente il nostro reciproco atteggiamento. Così anche nel nostro rapporto personale con Dio.

Queste due prime definizioni pongono dunque l’accento per lo più sull’agire da parte della persona umana, piuttosto che da parte di Dio. Ma nel rapporto che si stabilisce mediante la preghiera è Dio, non l’uomo, che prende l’iniziativa; e questa Sua azione è fondamentale. Questo è quanto emerge dalla terza definizione, esposta da San Gregorio del Sinai (+ 1346). In un passo elaborato, in cui le definizioni si susseguono una dopo l’altra nello sforzo di descrivere la vera realtà della preghiera interiore, improvvisamente San Gregorio conclude con inaspettata semplicità: “Perché parlare a lungo? La preghiera è Dio che opera ogni cosa in tutti gli uomini” (Capitoli, 113).

La preghiera è Dio
: non qualcosa che nasce per mia iniziativa, ma qualcosa a cui io partecipo; non è qualcosa che io faccio, ma qualcosa che Dio sta operando in me: è quanto afferma San Paolo, “non sono io, ma Cristo in me” (Gal 2:20). Il sentiero della preghiera interiore è indicato con precisione dalle parole che San Giovanni Battista rivolge riguardo al Messia: “Egli deve crescere, mentre io devo diventare più piccolo” (Gv 3:30). In questo senso pregare è essere silenziosi. “Voi dovete essere silenziosi in voi stessi; lasciate che la preghiera parli” – più precisamente, lasciate che Dio parli.

La vera preghiera interiore è astenersi dal parlare ed ascoltare la voce silenziosa di Dio dentro il nostro cuore, è cessare di agire per proprio conto, è entrare nella potenza dell’azione di Dio. All’inizio della liturgia bizantina, quando le preparazioni preliminari sono finite e tutto è pronto per iniziare l’Eucaristia, il diacono si avvicina al prete e dice: “E’ il momento che il Signore agisca”. Questo deve essere l’atteggiamento dell’adorante non solo durante la liturgia eucaristica ma in ogni preghiera, sia essa pubblica o privata. […]

Lo scopo della preghiera può essere riassunto nella frase “diventa ciò che sei“. Diventa, consapevolmente e attivamente, ciò che sei già in potenza e nel segreto, in virtù del fatto che sei stato creato secondo la divina immagine e sei rinato nel Battesimo. Diventa ciò che sei: più esattamente, ritorna in te stesso; scopri Colui che è già in te, ascolta Colui che non cessa mai di parlare dentro di te; possiedi Colui che sempre possiede te. Questo è il messaggio che Dio rivolge a chi vuole pregare: “Non cercheresti me, se non mi avessi già trovato”.

Kallistos Ware, La potenza del nome, Il leone verde, pp. 16-20

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