Antonio e le origini del monachesimo

Estratto da  “Storia dei poveri in occidente”, Vincenzo Paglia, Rizzoli, Milano 1994.

Alle origini del monachesimo cristiano (il termine deriva dal greco monos, “solo”), sorto nel III secolo, vi era la scelta della povertà, secondo il dettato di Cristo. La rinuncia ai beni terreni si accompagnava all’isolamento dal mondo, al fine di condurre una vita ascetica: la forma più originaria di monachesimo fu quella degli anacoreti, che vivevano in completa solitudine nei deserti dell’Egitto e della Siria. L’esempio di sant’Antonio è emblematico della scelta di monachesimo anacoretico, di cui egli è considerato il fondatore: figlio di contadini egiziani, risponde al richiamo del Vangelo assumendo la povertà e la fuga dal mondo a fondamento della propria scelta evangelica e della vita monastica. Tale esempio influenzò fortemente la chiesa cristiana: altri adottarono il monachesimo come ideale di vita, isolandosi nel silenzio dei luoghi deserti e praticando l’ascesi individuale. Molto presto monaci anacoreti si riunirono, facendo esperienza di vita comunitaria: fu l’eremita Pacomio il primo a introdurre una regola monastica, fondando il primo cenobio, da cui sarebbe sorto il monachesimo cenobita, basato sulla preghiera, la pratica della penitenza e il lavoro finalizzato al sostentamento della comunità e all’assistenza dei poveri.

Verso il 305, nella regione desertica del delta del Nilo, Antonio, un fellah semi illetterato, nato verso il 251 a Qeman nel Sud di Menfi, aveva raccolto attorno a sé alcuni eremiti cristiani. A vent’anni, mentre ascoltava una predica nella chiesa del suo villaggio, fu colpito dalle parole rivolte da Gesù al giovane ricco: “Vendi tutto quello che possiedi, poi vieni e seguimi!”. Questa frase, che forse aveva udito tante altre volte, quel giorno la sentì rivolta prepotentemente a se stesso. Le interpretazioni accomodanti che aveva dato Clemente d’Alessandria probabilmente non erano in voga in quel villaggi, e comunque Antonio prese quelle parole assolutamente alla lettera. Vendette le poche terre che i genitori gli avevano lasciato, affidò sua sorella ad alcune pie donne e si ritirò presso un vecchio maestro spirituale, dividendo il tempo tra preghiera, lavoro manuale (forse cesti di vimini) e lettura assidua delle Scritture (già tradotte in copto). Dopo vent’anni di questa vita, si incamminò ancora più all’interno del deserto stabilendosi tra le rovine di un fortino romano. Qui era completamente solo (monos, da cui viene ‘monaco’). Paradossalmente, questo uomo solitario attirò numerose folle e non pochi discepoli. Il desiderio della solitudine lo spinse ad addentrarsi da solo ancor più profondamente nel deserto, tra i monti Qlzum, presso il Mar Rosso, dove permetteva ai discepoli di fargli visita una sola volta al mese. Egli fece due uscite dal suo ritiro: una per andare a confortare i martiri di Alessandria durante la persecuzione di Diocleziano, e l’altra per portare appoggio al vescovo di Alessandria, Atanasio, nella lotta contro glia riani.

Il 13 giugno, all’età di 105 anni, Antonio morì. Era diventato “padre di monaci”. Egli, in verità, si inseriva in una tradizione più antica, radicata nella stessa chiesa primitiva. Gli asceti prima di lui avevano già assunto la povertà come elemento essenziale della loro scelta evangelica: fuggivano dalle città esponendosi ad ogni disagio, testimoniando di appartenere ad una altra città, quella dei cieli, ove i beni della terra non contano. Antonio, timido figlio di contadini egiziani, che non era voluto andare a scuola per seguire radicalmente il Vangelo, giunse ad influenzare la chiesa cristiana in tutte le città dell’Impero.

Il monachesimo, già dalle origini, si presenta come un fenomeno estremamente complesso; varie infatti sono le cause che mossero i primi passi dei monaci. L’esempio di Antonio ci dice che si tratta anzitutto di una risposta libera e generosa al richiamo del Vangelo; ma non è da ignorare l’influsso che ebbero le circostanze politiche, sociali, economiche, culturali e religiose del III secolo per la nascita del movimento monastico. Le comunità cristiane ormai non vivevano più in uno stato di precarietà legale, anzi avevano assunto una notevole rilevanza nelle città, per cui le conversioni, provenienti ora indistintamente da tutti i ceti sociali, se da una parte aumentavano con un ritmo vertiginoso, dall’altra non di rado erano segnate da interesse. La fine stessa delle persecuzioni, fece scomparire il martirio inteso come coronamento della vita cristiana e portò un attutimento nella pratica del Vangelo.

Insomma, un senso di tiepidezza e di mediocrità stava penetrando nella vita delle comunità. La “fuga dal mondo” (l’abbandono della città per recarsi nel deserto) prese il posto del martirio e si presentò come la via della perfezione evangelica. Antonio pose questa scelta a fondamento della vita monastica, poiché con essa i monaci manifestavano la rinuncia assoluta a tutto ciò che il mondo (la città) aveva in onore: i piaceri e le ricchezze, ma anche la vita di famiglia e la dignità di cittadino.

Le origini del monachesimo vanno però collegate anche alla crisi del III secolo, uno dei periodi più tormentati e violenti della storia dell’impero, pieno di calamità e sofferenze, di crimini impuniti e di corruzione morale. Una burocrazia senza spina dorsale tiranneggiava i cittadini e precludeva ogni sorta di sviluppo politico e sociale. Un impoverimento generale e progressivo poneva ostacoli insuperabili allo spirito di iniziativa. Insomma, gravava sugli spiriti più sensibili una cappa pesante. La religione senza dubbio rappresentava un orizzonte di libertà e di speranza. Tutto ciò diede spazio ai numerosi culti orientali i quali esercitavano un forte fascino sia sul ceto intellettuale che sul popolo minuto. Si moltiplicarono le sette gnostiche, comparve il manicheismo e l’encratismo si diffondeva. In questo contesto si crearono anche gruppi di cristiani che scelsero il monachesimo come ideale di vita. Per loro, l’esempio offerto dalla comunità apostolica di Gerusalemme fu determinante. La fede radicale, il fervore e l’entusiasmo, la comunione tra i discepoli, la comunità dei beni, la perseveranza nella preghiera della Chiesa primitiva, rappresentavano una serie di valori che mancavano o erano molto attutiti nelle città e nelle comunità cristiane di quel tempo.

Tutto ciò spinse questi monaci a separarsi dalle città e dal tumulto della vita urbana per costruirsi un proprio mondo, un mondo interiore e raccolto, separato dal mondo esterno. Inevitabilmente, il modo di organizzarsi di questi uomini, la cultura cui davano origine, i modelli di comportamento da essi predicati, perfino le località in cui preferivano radunarsi, tutto in loro segnava la rottura con la vita precedente. Il fascino e l’ondata del movimento monastico, che spazzò il mondo romano del IV secolo, sta precisamente nella radicalità della decisione di questi uomini: fuggivano la città, privandosi di tutto, per ricominciare da capo la vita. In una civiltà che si identificava con la vita cittadina, essi rappresentavano l’“anticultura”.

Non solo. In un mondo in cui si credeva che la razza umana fosse insidiata da potenze diaboliche invisibili, i monaci conquistarono la fama di vincitori del demonio: ne tenevano a bada la cattiveria ed erano in grado di ridergli in faccia, cosa che l’uomo comune, con tutti i suoi amuleti, non era mai riuscito a fare. Spesso, inoltre, i monaci mostrarono la sola forza nella società romana d’Oriente capace anche di arrestare il corso della giustizia dell’imperatore. Un esempio: quando nel 387 i cittadini di Antiochia si aspettavano una severa punizione in seguito ad una rivolta, i messi imperiali, in viaggio verso la città condannata, si ritrovarono improvvisamente sbarrata la strada da un gruppo di monaci che parlavano in siriaco. Mentre questi strani personaggi intercedevano in favore della città e i loro discorsi venivano tradotti dal siriaco in greco i messi – racconta un testimone –, circondati, “tremavano”.

La fuga di questi cristiani dalla città era anche fuga dalla sua chiesa. I monaci cercavano la perfezione evangelica fuori delle strutture ecclesiastiche; non necessariamente contro; comunque, fuori. In effetti, la gerarchia inizialmente sentì il monachesimo come un periodo. L’allarme avvertito da alcuni membri dell’episcopato risultava evidente nei Canoni del Concilio di Gangra (341 circa) che si interessarono del caso di un certo Eustazio, monaco della provincia del Ponto. L’elenco delle accuse contro di lui è lungo e consistente; viene accusato di sciogliere matrimoni, da lui ritenuti un impedimento alla salvezza; di costringere le donne a vestirsi con vestiti maschili e a tagliarsi i capelli; di stornare a proprio vantaggio le offerte; di incoraggiare gli schiavi ad abbandonare il proprio padrone; di costringere i ricchi a rinunciare a tutte le loro proprietà; di incitare al disprezzo del fasto della Chiesa e di avere in abominio il consumo alimentare di carne. Il concilio tuttavia non lo condannò come eretico, anche se sovvertiva il normale ordine sociale; qualche anno più avanti fu persino consacrato vescovo e divenne maestro di Basilio. Fu Atanasio, vescovo di Alessandria, con il suo prestigio, ad appianare l’opposizione tra la gerarchia ecclesiastica e il monachesimo, servendosi in particolare della “vita di Antonio” scritta da lui stesso (360), ove sottolinea il rispetto nutrito dall’eremita nei confronti del clero secolare.

Il monachesimo, tuttavia, non veniva considerato una vocazione particolare. Il monaco era un cristiano come tutti; più precisamente, un laico che sceglieva di vivere il Vangelo nella sua integralità. Accadeva spesso che i modelli ideali proposti ai monaci non erano necessariamente dei “professionisti” del monachesimo, bensì dei laici pii che vivevano nel mondo, ma a tal punto distaccati dalle ricchezze da essere totalmente disponibili alla carità. È un tema addirittura banale, negli Apoftegmi, quello del buon novizio che desidera sapere qual è il monaco più edificante della contrada: una visione lo rinvia a un laico, non monaco, che vive però come tale dentro la città. In effetti la primissima forma di vita “monastica”, intesa come pratica di ascesi individuale non implicava la separazione dalla casa e dalla famiglia, né la separazione dalla comunità ecclesiale e dalla vita della città. Si trattava di una “fuga dal mondo” all’interno della città.

Non c’è dubbio, tuttavia, che il movimento monastico prese corpo soprattutto quando i monaci si allontanarono dalle città. Il silenzio e la solitudine dei luoghi deserti erano il clima ideale per realizzare il distacco totale dalla vita mondana. Molto presto, però, il radunarsi spontaneo e senza regole di numerosi uomini creò non pochi problemi di convivenza. Cosciente dei danni e delle contese, talora violente, che si creavano in tale disordinata effervescenza di esperienze, Pacomio creò a Tabennisi la prima comunità monastica. Egli, di origine pagana, si incontrò con i cristiani a Tebe, ove poté osservare la loro carità. Terminato il servizio militare, si fermò nel villaggio cristiano di Cenoboskion (oggi Kares-Sayad) ove ricevette il battesimo nel 307 e incontrò un eremita. Dopo sette anni, sentì prepotente una voce che gli diceva di porsi al servizio degli altri. Pacomio interpretò questa voce interiore nell’impegno di trasportare la scelta radicale di povertà anacoreta verso quella cenobitica: creò il primo monastero ponendo in rilievo la vita comune dei monaci. L’esperienza si estese in brevissimo tempo per tutto l’Egitto, coinvolgendo più di cinquemila monaci, oltre a due case di monache. Questo tipo di vita monastica, concepita sull’esempio della prima comunità cristiana e chiamata “vita vere apostolica”, praticava la povertà nella prospettiva della comunione dei beni. Cibo, vestiti, oggetti erano dati a ognuno sotto il controllo del superiore, ma nessuno poteva possedere qualcosa personalmente; la stessa regola del lavoro, introdotta da Pacomio, era finalizzata al sostentamento della comunità e all’assistenza ai poveri.

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