San Basilio il Grande: A Nettario che ha perso il figlio.

Epistola 5: A Nettario[1] che ha perso il figlio

1. Ancora non erano passati tre o quattro giorni da quando mi aveva colpito la notizia della insopportabile sventura; ero ancora in dubbio, perché chi mi aveva raccontato del doloroso evento non aveva potuto espormi i fatti con chiarezza e perché io desideravo che non fosse vero, riuscendomi difficile accettare quanto si diceva, quando ricevetti una lettera del vescovo che annunciava con esattezza l’esecrata notizia. Dopo questa lettera, quanto gemetti e quante lacrime versai c’è bisogno di dirlo? E infatti chi sarebbe così duro di cuore[2], o così totalmente alieno dalla natura di uomo da tollerare senza soffrire ciò che è avvenuto, oppure da aver l’anima in preda soltanto a una misurata emozione?
Erede di una casa illustre, sostegno di una stirpe, speranza della patria, rampollo di pii genitori allevato con mille preghiere, se ne è andato proprio nel fiore dell’età, strappato dalle braccia paterne. A quale natura di diamante queste sventure non basteranno a addolcirla e a indurla alla compassione? Cosicché non c’è nulla da stupirsi, se la disgrazia ha toccato nel profondo anche noi, che siamo da sempre completamente attaccati a voi e che teniamo come nostre le vostre gioie e le vostre pene. E certo mi sembra che fino ad oggi siano pochi gli eventi che vi hanno recato dolore e che nella maggior parte delle circostanze le vostre vicende si siano svolte felicemente: ma, d’un sol colpo, per l’invidia di un demone, tutta la prosperità e la serenità di quella casa sono state distrutte, e la nostra vita è diventata una storia piena di tristezza. Ma se noi volessimo gemere e piangere sull’accaduto, non ci basterebbe la durata della vita, e tutti gli uomini, gemendo insieme a noi, non potrebbero far sì che il lamento sia pari alla sventura; ma se anche il corso dei fiumi si mutasse in lacrime, non basterebbe a portare a compimento il canto funebre per ciò che è avvenuto.
2. Tuttavia, se volessimo fare buon uso ora del dono di Dio che egli ha riposto dentro i nostri cuori, voglio dire la ragione saggia che sa sia nei giorni felici fissare delle misure alle nostre anime, sia nelle circostanze più tristi condurle al ricordo della umana condizione, sia suggerirci (cosa che abbiamo e visto e udito) che è piena la vita di tali sventure e che molti sono gli esempi delle disgrazie umane e, sopra tutto il resto, che è un comandamento di Dio che coloro che hanno fede in Cristo non si dolgano per quelli che si sono addormentati, in grazia della speranza della resurrezione[3], e che per la grande forza di sopportazione grandi corone di gloria[4] sono deposte presso il giudice delle gare; qualora permettessimo alla ragione di ripeterci queste considerazioni, potremmo forse trovare un poco di sollievo al male.
Perciò ti esorto, come un atleta generoso, a restare saldo di fronte alla violenza del colpo e a non soccombere al peso del dolore, e a non permettere che la tua anima ne venga assorbita, nella persuasione che, se anche le ragioni di ciò che ci viene dispensato da Dio ci sfuggono, tuttavia in ogni caso quello che ci viene dispensato da Colui che è saggio e che ci ama deve essere accettato, anche se è fonte di dolore. Egli infatti sa come ha distribuito a ciascuno ciò che gli è utile e per quale motivo pone mète diseguali alla nostra vita. C’è infatti una causa incomprensibile agli uomini, per la quale alcuni vengono portati via più in fretta di qui, altri invece vengono lasciati per più tempo a soffrire in questa vita dolorosa. Cosicché, soprattutto, noi dobbiamo prostrarci dinanzi alla sua filantropia e non mostrarci intolleranti, tenendo bene a mente quelle grandi e famose parole che il grande atleta Giobbe fece udire quando vide alla stessa tavola dieci figli schiacciati in un breve rivolgimento di sorte: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come al Signore è piaciuto, così è avvenuto[5]. Facciamo nostre queste mirabili parole; uguale è la ricompensa fissata dal giudice giusto[6] per quelli che fanno mostra di uguali opere di virtù. Non siamo stati privati del giovane, bensì l’abbiamo reso a Colui che ce lo aveva prestato; e la sua vita non è stata cancellata, ma è cambiata per il meglio; non è la terra che ha ricoperto colui che amavamo, ma è il cielo che lo ha accolto. Attendiamo per un breve periodo e saremo insieme a colui che rimpiangiamo; poiché, se anche egli ha compiuto più in fretta il cammino, tuttavia noi tutti procediamo per la stessa via e tutti ci attende la stessa dimora. Solo voglia il cielo che noi, grazie alla virtù, possiamo essere simili alla purezza di tuo figlio, affinché con la schiettezza dei costumi possiamo ottenere il medesimo riposo che godono i piccoli in Cristo[7].

Epistola 6: Consolazione alla moglie di Nettario

1. Ero sul punto di mantenere il silenzio di fronte alla tua dignità, pensando che, come a un occhio infiammato anche il più delicato dei calmanti causa dolore, così anche all’anima rovinata da una pena tremenda sembra che le parole, anche se recano grande conforto, siano quasi moleste, giungendo nel dolore vivo. Ma dopo che mi venne in mente che le mie parole erano destinate a una cristiana, da lungo tempo educata alle cose divine e ben preparata di fronte a quelle umane, non ritenni fosse giusto trascurare il mio dovere. Io so bene come sia fatto il cuore materno e, se considero in particolare la tua bontà e la tua dolcezza nei riguardi di tutti, comprendo quanto grande debba essere oggi il tuo dolore. Perdesti un figlio che, quand’era in vita, tutte le madri benedissero e fecero voti che i propri figli fossero come lui: ma quando morì lo piansero come se ciascuna avesse sepolto nella terra un figlio suo. La morte di lui è stata un colpo per due patrie, la nostra e la Cilicia; Con lui la grande e illustre stirpe cadde, crollata come se le fosse venuto a mancare il sostegno. Oh, l’incontro con un demone malvagio quanto male ebbe il potere di compiere. O terra, costretta a soggiacere a una tale sventura. Ebbe forse un fremito di orrore anche il sole, se ha una qualche facoltà di percezione, di fronte a quello spettacolo doloroso. E come si potrebbe esprimere tutto ciò che l’impotenza dell’anima suggerisce? 2. Ma le nostre vicende non sono sottratte alla provvidenza, come abbiamo appreso dall’Evangelo, che neppure un passero cade senza la volontà del Padre nostro[8], cosicché, se qualche cosa avviene, avviene per volere di chi ci ha creati. E alla volontà di Dio chi può opporsi[9]? Accettiamo umilmente ciò che è avvenuto: poiché, se ci indigniamo, senza porre rimedio a ciò che è successo perdiamo noi stessi. Non mettiamo sotto accusa il giusto giudizio di Dio[10]. Siamo troppo ignoranti per giudicare le sue ineffabili decisioni[11]. Ora il Signore mette alla prova il tuo amore verso di Lui[12]; ora ti viene offerta l’occasione di Ricevere, grazie alla tua forza di sopportazione[13], la parte dei martiri. La madre dei Maccabei vide la morte di sette figli, e non gemette né emise lacrime vili, ma poiché rese grazie a Dio per il fatto che li vedeva con il ferro, il fuoco e le terribili torture sciolti dai vincoli della carne, venne giudicata degna da una parte d’onore presso Dio, degna dall’altra di essere ricordata presso gli uomini[14].
Grande è la sventura, lo dico anch’io, ma grandi sono anche le ricompense riservate dal Signore a coloro che hanno la capacità di sopportare. Quando divenisti madre e vedesti tuo figlio e rendesti grazie a Dio, sapevi perfettamente che, dal momento che tu sei mortale, era mortale anche colui al quale avevi dato la vita. Che cosa c’è dunque di strano, se il mortale è morto? Ma ci addolora che non sia avvenuto al tempo giusto. Non è certo se non fosse il momento giusto, perché noi non sappiamo scegliere ciò che è utile all’anima, né stabilire dei limiti alla vita umana.
Osserva intorno a te il mondo in cui vivi, e considera come ogni cosa visibile sia mortale e come tutto sia soggetto alla corruzione. Alza lo sguardo verso il cielo, anch’esso un giorno si dissolverà; verso il sole: neppure quello potrà durare[15]. Tutti quanti gli astri, gli animali terrestri e acquatici, le bellezze sparse sulla terra, la stessa terra, tutto è corruttibile, tutto fra breve cesserà di esistere[16]. Il pensiero di ciò sia una consolazione per quanto è avvenuto. Non commisurare il dolore al dolore medesimo, perché così ti sembrerà intollerabile: ma giudicalo in paragone di tutte le cose umane, e ne trarrai consolazione. Meglio di tutte queste considerazioni, ho questa da aggiungere, che ha la sua forza: risparmia tuo marito; siate la consolazione l’una per l’altro; non rendergli più grave la sventura consumandoti nel dolore. Insomma, non credo che le parole bastino a dare conforto, ma ritengo che in questa circostanza sia necessaria la preghiera. Prego dunque il Signore medesimo di toccare il tuo cuore con la sua ineffabile potenza e di illuminare la tua anima con i buoni pensieri, affinché tu trovi in te stessa i motivi di consolazione.

Trad. di M. Forlin Petrucco

[1] San Nettario, originario di Tarso in Cilicia, di illustre famiglia senatoria. Nel 381 venne scelto come successore di san Gregorio il Teologo sul trono Ecumenico di Costantinopoli, pur non essendo ancora battezzato, ed analogamente alla vicenda di sant’Ambrogio di Milano, venne subito battezzato e consacrato vescovo, cominciando la sua non facile opera pastorale col presiedere il secondo Concilio Ecumenico. La sua memoria è l’11 ottobre.

[2] Cfr. Ezechiele 11, 19.
[3] Cfr. I Tessalonicesi 4, 13.
[4] Cfr. I Pietro 5, 4.
[5] Giobbe 1, 21.
[6] Cfr. II Timoteo 4, 8.
[7] Cfr. I Pietro 2, 2 e Matteo 11, 25 e 29.
[8] Cfr. Matteo 10, 29.
[9] Cfr. Romani 9, 19.
[10] Cfr. II Tessalonicesi 1, 5.
[11] Cfr. Romani 11, 33; II Corinti 12, 4.
[12] Cfr. Romani 5, 4.
[13] Cfr. Luca 21, 19.
[14] Cfr. II Maccabei 7.
[15] Cfr. Matteo 24, 29.
[16] Cfr. Matteo 24, 35.

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