Ieromonaco Giuseppe Aghiorita: La Vita di Sant’Efrem di Katounakia (6 dicembre 1912 – 27 febbraio 1998)
Considerato uno dei più grandi padri aghioriti del secolo scorso, padre Efrem di Katounakia (1912–1998) fu discepolo di Gheron Giuseppe l’Esicasta. A differenza degli altri discepoli di Gheron Giuseppe, che assunsero la guida di un monastero aghiorita, padre Efrem scelse l’esichia, rimanendo ritirato nel deserto di Katounakia.

Padre Efrem di Katounakia nacque nel giorno di san Nicola, il 6 dicembre 1912, nel villaggio di Ambelochori presso Tebe, in una famiglia patriarcale. Il nonno Nichita, sacerdote, parroco del villaggio, la presbítera, Giovanni padre dello staretz, Victoria la madre con i figli Epaminondas, Evangelos (nome di battesimo dello staretz Efrem), Elena e Caralambo, e gli altri figli del sacerdote Nichita, tre maschi e due femmine, componevano questa famiglia benedetta. Evangelos nacque mentre il padre era partito per le guerre balcaniche.
Lo staretz trascorse gli anni dell’infanzia ad Ambelochori. Quando si trovava nei primi anni della scuola elementare, i suoi genitori lasciarono il villaggio e i nonni e si stabilirono a Tebe per facilitare gli studi dei figli.
Terminò il ginnasio nel 1930 e fu un buon alunno, un giovane puro e onesto, obbediente ai genitori e paziente nelle difficoltà. Abituato a frequentare la chiesa della Madre di Dio vicina, si legò presto ad alcuni monaci e monache che transitavano per Tebe. In quel periodo conobbe anche i futuri suoi starezt, il vecchio Efrem e il sacerdote Nichiforo, che, essendo anch’essi originari di Tebe, visitavano il loro luogo di nascita.
Imparò a confessarsi e a compiere coscienziosamente la penitenza prescritta dal padre spirituale: prostrazioni, preghiere, lettura di libri spirituali. Il fratello Caralambo racconta che spesso si svegliava di notte a causa del rumore fatto da Evangelos, che batteva il pavimento con le prostrazioni. E questi, rassicurando il fratellino appena svegliato, diceva: «A mezzanotte, Liami, i cieli sono aperti».
L’atmosfera familiare aiutava molto la crescita spirituale di Evangelos.
Nel deserto di Katounakia alla kellion di «Sant’Efrem il Siro»
Carico di tutte queste provviste spirituali e intellettuali, dopo aver terminato il ginnasio, Evangelos cercò di trovare una collocazione nella vita. Ma ovunque incontrò ostacoli insuperabili. Dopo tutto ciò il giovane si convinse che Dio voleva che percorresse la strada verso il Monte Santo. Sua madre Victoria vide in sogno un vecchierello venerando che le diceva: «Là dove tuo figlio va ora, riuscirà».
E in effetti, il 14 settembre 1933, Evangelos Papanikitas si trovò per la festa della Santa Croce nel deserto di Katounakia alla kellion di «Sant’Efrem il Siro». Quando arrivò alla kellion, il vecchio Efrem aveva un’età avanzata (oltre 80 anni), mentre l’ieromonaco Nichiforo e padre Procopio erano di mezza età. Li conosceva già da Tebe, dove si era legato spiritualmente a loro, e per questo era venuto nella loro comunità.
Il vecchio Efrem era un buon monaco, ma testardo. Il giovane Evangelos, istruito e abituato all’amore della famiglia, incontrò inizialmente difficoltà nell’obbedire al suo staretz. Padre Efrem ricorda che lo staretz lo ristorasse molto quando gli manifestava i pensieri, sebbene nelle faccende quotidiane fosse severo e pretenzioso oltre misura.
I vecchietti erano persone semplici. Ma il giovane Evangelos, con il fervore della sua giovinezza e con gli studi ginnasiali che aveva, aspirava a qualcosa di più alto. Sul retro della porta della sua cella aveva abbozzato a matita una tomba e alcune parole caratteristiche: obbedienza, pazienza, preghiera e altre. Ogni ora del giorno e ogni luogo della casa avevano le loro preghiere, di solito tropari dei santi. Così cercava di tenere continuamente la mente occupata con la preghiera. In seguito vi aggiunse anche l’umiltà. Sempre, senza farsi notare, sia alle funzioni, sia al lavoro manuale, sia altrove, si sforzava verso l’umiltà. Più tardi diceva: «Ero arrivato a piangere quando volevo e quanto volevo. Una volta, mentre un altro fratello leggeva in chiesa e io ero preso dall’umiltà, ho visto la mia anima uscire davanti alle rocce e chiamare tutta la creazione a glorificare Dio». «Cosa succede ora? A chi chiedo?», pensava. In seguito fu istruito dal vecchio Giuseppe a praticare la preghiera: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me».
Nell’anno 1934, nella quarta domenica di Quaresima, di san Giovanni Climaco, Evangelos fu tonsurato rasoforo con il nome di Longino.
Il vecchio Efrem era già malato di un forte raffreddore, che evolvette in doppia polmonite. Così due giorni dopo la tonsura, il vecchio cedette alla malattia e partì per il Signore.

Il nuovo staretz della kellion divenne l’ieromonaco Nichiforo, che alla festa di sant’Efrem il 28 gennaio 1935 tonsuró il rasoforo Longino come monaca della grande schema e lo nominò Efrem, dandogli il nome di colui che si era addormentato pochi mesi prima. Con padre Nichiforo, il suo staretz, padre Efrem visse fino al settembre 1973.
Vedendo l’obbedienza, l’ascesi e l’umiltà del monaco Efrem, padre Nichiforo decise di ordinarlo diacono, per averlo come aiuto nelle sante funzioni. Nell’estate del 1936, quando secondo la sua consuetudine scese a Tebe, portò con sé anche il giovane monaco. Padre Efrem fu ordinato diacono dal vescovo Germano delle Cicladi, che vedendo il giovane monaco alto, serio e pio, insistette per ordinarlo anche sacerdote, nonostante la sua giovane età. E così il 20 agosto 1936, padre Efrem divenne ieromonaco.
«Tu cercavi me e io cercavo te!»
Nei suoi primi anni di vita monastica, prima di diventare sacerdote, saliva a volte con il suo staretz, padre Nichiforo, per celebrare la Santa Liturgia alla kellion dell’anziano Giuseppe (Natività di san Giovanni Battista), dello Skete di San Basilio. E così conobbe il l’anziano Giuseppe l’Esicasta.
Quando lo staretz Efrem conobbe il vecchio Giuseppe, questi aveva già cessato le grandi ascesi e abitava allo Skete di San Basilio, sopra Katounakia, ad un’altitudine di quasi 600 metri. La loro piccola chiesa, coperta di lamiera, era dedicata a san Giovanni il Precursore. Le loro cellette, distanti l’una dall’altra per avere maggiore silenzio, erano molto piccole, con pareti fatte di pietre e fango e tetto di lamiera. Ai loro piedi, molto in basso, c’era una piccola superficie di terreno sulla riva del mare, dopo la quale si estendeva l’Egeo di un colore blu scuro. E il loro piccolo eremo sembrava un nido appeso al cielo.
L’anziano Efrem, lo staretz di padre Giuseppe, si era già addormentato nel Signore, e questi era rimasto insieme a padre Arsenio, al monaco Giovanni e al monaco Atanasio, che era suo fratello di sangue. Intagliavano piccole croci di legno, che padre Atanasio vendeva per il Monte Santo, procurando il necessario per la vita.

San Giuseppe l’Esicasta in mezzo alla sua comunità
Essendo sacerdote, lo staretz Efrem di Katounakia ricevette l’invito di Gheron Giuseppe di celebrare la Divina Liturgia alla sua kellion di San Basilio. Dopo la Divina Liturgia, padre Efrem chiese al vecchio Giuseppe di essere ricevuto per manifestare i propri pensieri. E per questo fissarono una certa notte. Nella notte stabilita, padre Efrem salì a San Basilio, si sedette su una piccola terrazza fuori dall’archondarikion e avendo ai piedi il mistero della natura selvaggia notturna, pregò fino a mezzanotte, attendendo che il vecchio Giuseppe terminasse la sua preghiera. «Cinque ore intere, diceva poi lo staretz, le lacrime non cessarono mai di scorrere dai miei occhi». Nello stesso tempo il vecchio Giuseppe pensava tra sé, oppresso da pensieri di scoraggiamento: «Perché voglio occuparmi di padre Efrem? Anche lui deve essere come gli altri!». Alla fine mandò padre Atanasio, suo fratello, a chiamarlo.
Lo staretz gli confessò tre stati spirituali elevati che aveva vissuto. Quando finì, il vecchio Giuseppe gli disse soddisfatto: «Tu cercavi me e io cercavo te!». E da quel momento ebbe inizio la storia di un profondo legame spirituale. D’ora in poi padre Efrem avrebbe chiamato il vecchio Giuseppe suo staretz. Spesso confessava: «Non ho amato e temuto nessun altro essere umano al mondo quanto lui».
E così cominciò a salire regolarmente a San Basilio per celebrarvi la Santa Liturgia. Ogni martedì, giovedì, sabato e domenica, verso mezzanotte appendeva alla cintura una piccola lanterna a olio, prendeva il bastone nella mano destra e il rosario nella sinistra e saliva per mezz’ora fino a San Basile.
Rinunciò alle preghiere che recitava prima, per trovarsi in una continua vigilanza spirituale, e cominciò a praticare la preghiera di Gesù: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me». Con questa preghiera compiva tutte le funzioni, come lo aveva insegnato il Maestro (così lo chiamavano tutti per rispetto e stima). A questo riguardo, padre Nichiforo non si opponeva affatto, ma di buon grado lo mandava dal Maestro.
Il programma di San Giuseppe era il seguente: mangiavano all’ora nona e dormivano tre ore fino al tramonto del sole, poi dopo aver preso un caffè, iniziavano il veglio con la preghiera di Gesù, che durava fino a mezzanotte. A mezzanotte iniziavano la Divina Liturgia nella piccola chiesa. Come erano piene di grazia quelle Sante Liturgie! Quanto si commuoveva lo staretz quando le ricordava! Dopo la Santa Liturgia si riposavano fino all’alba, quando iniziavano il lavoro manuale per procurarsi il necessario per il sostentamento.
L’anziano Giuseppe teneva a questo tipico come alla pupilla degli occhi. Non accettava che fosse cambiato per nulla, perché avrebbe provocato un cambiamento anche nella preghiera. A un visitatore tardivo aveva gridato: «E anche se fossi un angelo, a quest’ora non ti ricevo».
Padre Efrem si consegnò con tutto il cuore all’obbedienza verso il vecchio Giuseppe e riceveva con gioia il suo consiglio. Gli disvelava i pensieri e il suo stato spirituale con precisione.
Gheronda Giuseppe mostrava sempre benevolenza a padre Efrem, lo consigliava, lo sosteneva con i fatti e con le parole, lo rassicurava con la sua presenza piena di grazia, ma non gli mostrava mai il cammino spirituale della sua anima. Gli diceva invece: «Avanza e io ti sorveglierò e presterò attenzione a te. Con le lacrime hai trovato la grazia, con le lacrime continua». Il vecchio Giuseppe, come grande operatore della preghiera della mente che era, non spiegava nel dettaglio a padre Efrem come praticare la preghiera della mente, perché vedeva il suo discepolo molto avanzato nella grazia. A questo riguardo padre Efrem diceva che non era giunto alla misura della preghiera del vecchio Giuseppe, sebbene avesse avuto alcune esperienze elevate di preghiera.
Poco dopo, padre Efrem cominciò a vivere stati spirituali elevati. La grazia di Dio lo copriva in abbondanza e incessantemente lo elevava là dove solo coloro che hanno gustato possono comprendere.
L’ascesi della preghiera della mente aveva le sue difficoltà. A volte accadeva che, scoraggiato a causa di queste difficoltà, chiedesse al suo maestro il permesso di tornare alla recita delle preghiere liturgiche come facevano la maggior parte dei monaci. Allora ancor di più il conforto di San Giuseppe lo rafforzava, lo rassicurava e lo teneva immobile nell’ascesi della preghiera della mente.
Il 15 agosto 1959, l’anziano Giuseppe si addormentò nel Signore, al Nuovo Skete, dove si era trasferito negli ultimi anni con la sua comunità: l’anziano Arsenio, il suo compagno d’ascesi da sempre, il monaco Giuseppe (guida spirituale del Monastero di Vatopedi), l’ieromonaco Caralambo (staretz del Monastero di Dionisiu), l’ieromonaco Efrem (staretz del Monastero di Filotheu e padre spirituale dei monasteri di Karakalu, Xiropotamu e Costamonitu) e il suo fratello di sangue, padre Atanasio.
La vita all’eremo
Agli inizi degli anni ’60, padre Nichiforo e padre Procopio avevano raggiunto i settant’anni, e padre Efrem si avvicinava ai cinquanta. Compiva trent’anni di obbedienza e servizio instancabile.
Padre Procopio, il secondo nella comunità dopo padre Nichiforo, ebbe la grande benedizione di morire come discepolo, come aveva vissuto tutti gli anni della sua vita. Tra lui e padre Efrem c’era un grande amore e si aiutavano l’un l’altro nel lavoro manuale, nelle faccende della kellion, in chiesa e nelle cose spirituali.
Padre Procopio si addormentò nel 1968 dopo una breve malattia. A partire dal 1963 aveva avuto un meraviglioso, amatissimo e inseparabile compagno, il signor Giovanni, il padre carnale di padre Efrem.

Lo staretz pregava e aiutava spiritualmente anche i suoi fratelli, nonché gli altri parenti, che ne avevano bisogno. Tuttavia non li visitò mai; passarono decenni prima che si ritrovassero a Katounakia.
In tutti questi anni, fino alla morte di padre Nichiforo, lo staretz lottò da solo con le difficoltà della vita di kellion. Di tanto in tanto arrivavano fratelli nuovi che desideravano essere accolti nella comunità, ma che o non restavano o non erano adatti per quel luogo. Inoltre San Giuseppe, prevedendo le difficoltà che padre Efrem avrebbe dovuto affrontare, lo aveva consigliato di non ricevere discepoli fino a quando fosse vissuto padre Nichiforo. Così fece, sebbene negli ultimi anni fossero passati più di dieci giovani che desideravano restare accanto a lui.
Padre Efrem era stato avvertito della malattia dello staretz Nichiforo alcuni anni prima che questa si manifestasse. Molte preghiere fece e molte lacrime versò, ma alla fine non poté cambiare il decreto di Dio. Quando cominciarono ad apparire i primi sintomi della malattia e il vecchio si sentiva sempre peggio, padre Efrem, per il grande amore che sentiva per il suo staretz, pregò Dio di togliere la malattia da padre Nichiforo e di darla a lui. In effetti per due-tre giorni il malato dichiarò di sentirsi molto bene. Ma solo fino a quel punto Dio lo esaudì. Poco a poco la malattia evolvette fino all’amnesia. Padre Nichiforo era diventato come un bambino e non riconosceva più nessuno tranne padre Efrem, senza il quale non poteva stare nemmeno un istante.
Lo staretz Nichiforo si addormentò il 25 settembre 1973. Padre Efrem, dopo tanti anni vissuti nell’obbedienza, rimase solo, solo con i ricordi amari. L’unica consolazione umana che aveva era la corrispondenza con il fratello, che gli mandava molte cose necessarie.
Ma sembra che ciò che lo prostrò nel corpo e nell’anima fu la solitudine, nonché la fatica e l’inquietudine per la salvezza dell’anima dello staretz defunto. Lui, che per anni si era nutrito di legumi, ora dopo la morte del suo staretz, dopo un periodo di digiuno austero di circa mezzo anno, si intossicò quando ricominciò a mangiare legumi. Era a letto nella sua cella, debole e pallido. Ma Dio dispose che in quei giorni venisse da lui per ospitalità un monaco pio, che lo salvò, avvertendo padre Democrito, il medico del Nuovo Skete. Questi dopo averlo esaminato alzò le mani al cielo dicendo: «Padre, davanti alla Madre di Dio vi dico che dovete uscire a Salonicco, altrimenti la vostra vita è in pericolo!». Lo staretz non voleva, ma i padri insistendo lo convinsero e infine fu trasportato su una barella a Salonicco, dove guarì. Non era più uscito dal Monte Santo da trentotto anni (1936–1974). In breve tempo si rimise in salute e cominciarono a visitarlo vari fedeli. Lo staretz si lamentava di trovarsi fuori dal Monte Santo dopo quarant’anni. Ma le persone gli dicevano che portava loro molto frutto spirituale. Lo staretz però, scuotendo la testa, diceva: «La lucerna illumina, ma le sue labbra bruciano».
Insieme alla sua comunità
Nel giugno 1975, lo staretz Efrem cominciò a raccogliere intorno a sé una piccola comunità, conformandosi così al precetto di Gheron Giuseppe, che lo aveva esortato in questo senso.

Così ebbe inizio l’ultimo periodo della vita dello staretz, vissuto insieme alla sua comunità. E dovette imparare e patire ciò che non aveva imparato da giovane. Sebbene fosse in età avanzata, mostrò una forza d’animo e una flessibilità dello spirito degne di ammirazione. Si sacrificò nel vero senso della parola. Era felice di vedere la sua comunità. Dal suo interno sgorgava una grande ma contenuta gioia, quando vedeva i suoi discepoli uniti, pieni di amore tra di loro. Si esercitò in vari modi, che neanche si era immaginato, ma soprattutto usando le sue armi preferite: la preghiera e le lacrime. Si affaticò per aiutarli, per guidarli con saggezza, per farli crescere nella virtù e nelle cose spirituali, e soprattutto per insegnare loro l’obbedienza e la preghiera. Passò attraverso molte sofferenze dell’anima, ma non cedette mai, non abbandonò mai l’amore paterno; non pensò nemmeno di allontanare qualcuno dalla comunità.
Fino agli inizi del 1981 si era raccolta una comunità di cinque giovani. Senza stancarsi, lo staretz li istruiva, li guidava, spiegava loro la vita monastica, soprattutto durante il pasto, quando erano tutti riuniti. I primi consigli che ascoltarono furono quelli pratici.
Gli piaceva usare parabole, delle quali conosceva moltissime. Si ispirava all’Antico e Nuovo Testamento, alla tradizione ascetica della Chiesa, nonché alla storia e alle tradizioni popolari contemporanee. Incoraggiava con i racconti all’acquisizione dei beni ottenuti con l’obbedienza, ma faceva anche riflettere narrando le sofferenze patite dai disobbedienti.
Padre Efrem insegnava con la parola, ma soprattutto con i fatti. Lo staretz aveva molta nobiltà d’animo. Molte volte, essendo tempo di riposo, continuava il suo faticoso lavoro spirituale, attendendo che tornasse qualche fratello dalla missione cui lo aveva inviato, per riposarsi insieme.
Lo staretz credeva che la precisione del programma e delle regole della vita monastica – il tipico nei monasteri è la forza motrice della vita cenobitica – dovesse essere accompagnata da amore e discernimento.
I suoi rapporti con gli altri monaci
Quale monaco aghiorita non aveva legami spirituali con padre Efrem – il «recluso» di Katounakia? I discepoli del vecchio Giuseppe li amava moltissimo, come i veri suoi fratelli spirituali, onorandone ciascuno per i suoi carismi. Egli stesso, come sacerdote, aveva celebrato per loro la professione monastica e non cessò di pregare per la loro crescita spirituale.
Lo staretz Giuseppe di Vatopedi lo sostenne più di tutti mentre era al Nuovo Skete (1975), visitandolo a Katounakia in un periodo difficile, poco prima della morte dello staretz Nichiforo e dopo di essa. E sempre padre Giuseppe è quello che lo portò a Salonicco quando fu malato. Lo staretz diceva: «A tutti i discepoli del vecchio Giuseppe ho fiducia, ma la maggiore a Giuseppe di Vatopedi».

Lo staretz Efrem di Filotheu, che si prodiga per il Signore in America, lo amava di più. E poiché era il più giovane della comunità del vecchio Giuseppe, lo staretz Efrem lo coccolava chiamandolo sempre «pulcino».
Lodava ad ogni occasione la sua obbedienza verso il vecchio Giuseppe e diceva: «Padre Efrem ha ristorato il suo staretz e perciò ha ricevuto la sua benedizione». Quando sentiva che padre Efrem avrebbe fondato un altro monastero in America, diceva: «Riuscirà, nulla lo può fermare, perché ha ricevuto la benedizione del suo staretz».

Lo staretz Caralambo del Monastero di Dionisiu fu il suo padre spirituale negli ultimi anni di vita. Si confessavano l’uno dall’altro.
Tra gli igumeni più anziani, il vecchio Gabriele di Dionisiu amava di più lo staretz.
Il beato padre Atanasio, igumeno del Monastero della Grande Lavra, lo rispettava molto. Erano venuti più o meno nello stesso periodo al Monte Santo. Ma non solo lui, ma tutti i monaci della Lavra li rispettava e li amava.
Con l’igumeno del Monastero di San Paolo, il vecchio Partenio, si conoscevano da tempo, da quando prendeva dal monastero assi per la costruzione delle terrazze.
L’igumeno del Monastero di Grigoriu, padre Giorgio, lo sentiva come un suo parente, perché lo staretz era stato ospitato nella sua casa paterna di Atene. Ma anche Anastasio, il benedetto padre dell’igumeno, che in gioventù aveva lavorato a Tebe, aveva vissuto in affitto nella casa dello staretz. L’igumeno Giorgio mostrò molta grandezza d’animo negli ultimi anni, quando lo staretz fu colpito dalla malattia. Molte volte mandò da lui i suoi discepoli, gli ieromonaci Demetrio e Luca, i medici del monastero. Ogni volta questi rimasero per diversi giorni accanto allo staretz. Ricevettero moltissime benedizioni; lo staretz li benediceva con tutto il cuore. Tutti li amava e da tutti era amato. I giovani prendevano forza dalle sue parole piene di vivacità e dall’esempio della sua vita. I vecchi ne conoscevano la natura tranquilla e lo onoravano. A tutti donava tutto il suo cuore, li giovava spiritualmente, ma conservava con molta attenzione la propria anima illesa.



Per tutti aveva una buona parola da dire, e in special modo per i vicini. Anche con gli stilisti (coloro che avevano fatto la scisma per il calendario) era in ottime relazioni e non li giudicava.
I carismi dello staretz
Molti chiedevano fin dall’inizio se lo staretz fosse veggente. Altri raccontavano vari episodi che lo dimostravano. I discepoli rispondevano sempre che il carisma principale dello staretz era un altro, la preghiera accompagnata dalle lacrime. Ma come lui stesso lasciava intendere, non gli era sconosciuto nemmeno questo carisma. Ma esso non operava sempre nella sua anima. Queste cose avvengono secondo il giudizio di Dio.
Malattie – Fatiche – Vecchiaia
Nell’autunno del 1981 fu costretto a essere ricoverato all’Ospedale del Clero di Atene. Le vecchie ulcere alla gamba si erano riaperte. Per dieci anni lottò con il dolore alla gamba. Mangiava solo frutta e verdura con pochissimo olio. Se osava mettere in bocca pesce o formaggio, lo pagava molto caro. Nel 1992, in modo miracoloso, fu liberato da questa sofferenza. Ma iniziò un’altra ascesi. Apparve un suo grande nemico, fino allora sconosciuto: la disidratazione. Poco a poco, cominciando dagli occhi, le sue membra si paralizzarono e si indebolirono. Il suo sguardo d’aquila perse completamente il suo splendore. Fu sostituito da due occhi senili, buoni e dolci. Ci diceva che aveva pregato la Madre di Dio di dargli la forza di badare a sé stesso fino alla fine. Ma aggiunse: «Madre di Dio, si faccia non come voglio io, ma come vuoi tu».
Ciascun discepolo voleva accompagnarlo e servirlo. Per non creare incomprensioni, si alternavano, ora l’uno ora l’altro. Dicevano che aveva subito molti ictus.

Le sue ultime ore
Nel novembre del 1996, un ictus grave lo immobilizzò definitivamente a letto, producendo come conseguenza la totale immobilità e l’impossibilità di parlare e deglutire. Sembrava non avere alcun contatto con l’ambiente circostante. Non cercava di dire nulla, nemmeno con i gesti. Sembrava non udire ciò che gli chiedevano. Era un mistero. Poteva solo gemere quando aveva molto dolore.
Trovandosi in queste sofferenze, tuttavia vedeva, benché pochissimo, e udiva molto bene. E ciò si vedeva dal fatto che rispondeva con un sorriso o addirittura rideva, quando gli raccontavano le sue care storiellette, che egli stesso soleva usare in passato. Era il solo modo di comunicare con lui, nello stato di malattia in cui si trovava. Gli era sempre piaciuto scherzare, raccontando storiellette piene di insegnamento dalla mitologia greca e dalla tradizione popolare, per ironizzare su sé stesso o per «pungere» gli altri, con molta intelligenza e bontà.
Non gli piaceva stare a letto. Preferiva stare seduto sul letto con i piedi sul pavimento e la schiena appoggiata al muro. Però stava sempre molto inclinato. Questa era la sua posizione preferita di preghiera. E in questa posizione si trovava anche quando Dio lo chiamò a Sé in pace, il 14/27 febbraio 1998.
Ripetutamente lo staretz aveva dato disposizioni che il suo funerale si svolgesse nel ristretto cerchio dei vicini. Ma la notizia della sua morte si diffuse rapidamente e molti padri vennero a dargli l’ultimo bacio.

CANONIZZAZIONE
Il 20 ottobre 2019, nella chiesa del Protaton a Karyès sul Monte Athos, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo annunciò la canonizzazione di quattro grandi staretz aghioriti del XX secolo: Daniele di Katounakia (†1929), Geronimo di Simonopetra (†1957), Giuseppe l’Esicasta (†1959) ed Efrem di Katounakia (†1998). La canonizzazione formale fu proclamata il 9 marzo 2020. La sua festa è fissata al 27 febbraio.
TROPARIO (Tono 4)
Del deserto di Katounakia nuovo luminare ti sei manifestato,
discepolo fedele di Giuseppe l’Esicasta;
fonte perenne di lacrime e portatore della grazia divina,
con l’obbedienza e la preghiera incessante
hai scalato le altezze della vita ascetica.
O beato padre Efrem,
intercedi per la salvezza delle nostre anime.
KONDAKION (Tono 3)
Rifulgendo come sole nella solitudine del Monte Santo,
con il dono delle lacrime e la preghiera del cuore
hai elevato i tuoi discepoli
alla divina contemplazione;
rimani dunque, o padre Efrem,
guida sapiente e fervente intercessore
per quanti con fede ti invocano.
FONTI E BIBLIOGRAFIA
In italiano: Giuseppe di Katounakia, L’anziano Efrem di Katounakia. Una voce dal Monte Athos, Edizioni Monasterium, 2019, ISBN 978-8832110265
• Ieromonaco Giuseppe Aghiorita, Starețul Efrem Katunakiotul, traduzione di Ieroschimono Stefano Nuțescu, Schita Lacu-Monte Athos, Editrice Evanghelismos, Bucarest, 2004.
• Tessy Vassiliadou-Christodoulou, Elder Ephraim of Katounakia, Monte Athos, 2003 (ISBN 960-7407-33-4).
• Efrem Katounakiotis, Gerontas Ephraim Katounakiotis, Katounakia, 2000 (ISBN 960-7407-26-1).
• Giuseppe di Vatopedi, Obedience is Life: Elder Ephraim of Katounakia (1912-1998), Vatopedi, 2019 (ISBN 978-618-5314-26-2).
• George Kroustalakis, Elder Ephraim Katounakiotis, Atene.
• Wikipedia EN: «Ephraim of Katounakia» (en.wikipedia.org/wiki/Ephraim_of_Katounakia).
• Pemptousia: «Saint Ephraim Katounakiotis» (pemptousia.com).
• John Sanidopoulos, «Elder Ephraim of Katounakia» (johnsanidopoulos.com, 2010).
† Santo Efrem di Katounakia, intercedi per noi! †







