P. Emilianos Simonopetrita: L’esperienza del monastero come casa

«Non ricordo, Gheronda, quanti anni siano passati da quando sono entrata in monastero con un’insicurezza verso ogni cosa. Sono partita come una condannata cacciata dal mondo, nel quale non riuscivo più a resistere, ma neppurequi avevo ancora sentito sicurezza e protezione. D’un tratto, mi sono sentita come una figlia di imperatore nella casa di lui, dove tutto è suo. Davvero, sono una figlia spirituale, sono vostra figlia spirituale, figlia di Dio. Ho anche una madre e fratelli e sorelle, qui e in cielo. Mi sento già così pacificata, che non riesco a esprimere questo stato. Nella casa dei miei genitori carnali non mi sono mai sentita così. Gheronda, se mai arriverò nella casa del Padre, dove “vi sono molte dimore” (Gv 14,2), come mi sentirò allora?»

Meravigliosa anche questa lettera! Si vede che chi l’ha scritta attraversava momenti difficili quando l’ha composta, perché altrimenti ricordiamo il passato in modo diverso nei momenti piacevoli e in modo diverso in quelli difficili. Tutto dipende dal presente. Passava per momenti difficili, ma, essendo inondata dalla grazia di Dio che la abbracciava e le donava un cuore abbondantemente fecondo, sono sgorgati tutti questi sentimenti e questi bei significati. Il fatto che avvertisse insicurezza all’ingresso in monastero mostra quanto sia difficile per qualcuno cogliere il senso della vita monastica. Tutti siamo trascinati da qualche pretesto. E se questo pretesto sopporta la vita monastica, va bene. Se non resiste, seguiranno colpi duri, finché la mente e il cuore matureranno. Per esempio, una ragazza viene in monastero perché vuole vivere la vita che desiderava. Può capitare che attraversi tali persecuzioni, tali difficoltà, tali problemi interiori ed esteriori, da sentirsi fallita.

Viene un’altra ragazza, piena di ideali e soprattutto del desiderio di avere le esperienze dei santi. Ma quando legge le vite dei santi, non vede quanto essi si siano affaticati e abbiano combattuto e quanti anni abbiano sofferto la sonnolenza finché hanno imparato a vegliare; non guarda quanti anni Satana li abbia tentati, quanti anni abbiano vissuto come pellegrini, esiliati e tormentati dalle tribolazioni; ma guarda solo ai risultati, alla benedizione di Dio e alle consolazioni divine. Non veniamo in monastero imitando la vita dei santi, ma ricordandoci dei frutti dello Spirito e, per questo, falliamo. Non facciamo il nostro lavoro proprio, ma cerchiamo solo l’opera di Cristo. Abbiamo dubbi, perché abbiamo l’impressione che in pochi mesi o in un anno o due, al massimo in tre, compiremo tali miracoli, avremo tali consolazioni, acquisiremo dentro di noi tali potenze, che perfino i cieli tremeranno e le stelle scenderanno se lo chiederemo.

«Sono passati gli anni da quando sono venuta… e d’un tratto ho capito che in monastero ho trovato cose a cui non avevo pensato, ed è vero. D’un tratto mi sono sentita come una figlia di imperatore nella casa di lui, dove tutto è suo». Dunque, pensiamo forse che in monastero diventiamo eredi dei beni eterni, eredi dei doni dei Padri, eredi di una vita e di una tradizione che non troviamo più altrove? Pensiamo forse che in monastero ereditiamo come un imperatore il regno dei nostri Padri, nonostante i nostri desideri, i nostri sogni e i nostri problemi sciocchi, che crediamo degni di commuovere perfino gli angeli? Qualcuna di voi sente di diventare figlia dell’Imperatore celeste, di acquisire un padre spirituale, nuovo dal punto di vista umano, una madre e una famiglia, ed entrare nella famiglia di coloro che hanno aspetto angelico?

Quanta gente nel mondo non arde nel dolore e nei tormenti! Quanti non si affannano a compiere la legge di Dio, ma non guadagnano nulla di ciò che ricevete voi! E noi che cosa abbiamo dato? Nulla abbiamo dato, certo. Ma neppure abbiamo ricevuto nulla. Avevamo peccati e continuiamo a peccare anche in monastero. Avevamo parenti e continuiamo le nostre relazioni con i parenti. Avevamo fratelli e continuiamo a corrispondere con loro, il che significa che manteniamo con essi i legami fraterni. Avevamo il mondo, e qui abbiamo ancora il mondo. Avevamo la società umana, ora abbiamo la società monastica. Esiste forse una società più comprensiva e più perfetta di quella dei monaci?

Che cosa abbiamo dato? In realtà, non abbiamo dato nulla. Se il Vangelo dice che coloro che hanno lasciato tante e tante cose le riceveranno centuplicate (cf. Mt 19,29), lo dice per darci coraggio. Nessuno ha mai dato nulla per poter ricevere il Regno dei cieli, cosicché tutto viene da Dio. Ma per non disperarci, il Vangelo ci dice: «Chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o campi per il mio nome, riceverà il centuplo e erediterà la vita eterna» (Mt 19,29). Se ci esaminiamo davvero, vedremo che né voi né io abbiamo dato nulla. Ciò che ci è costato e ci costa sempre è il nostro egoismo, il che significa che non l’abbiamo ancora consegnato a Cristo. Tuttavia, Cristo ci dona con abbondanza la sua grazia.

«Davvero sono una figlia spirituale, sono vostra figlia spirituale, figlia di Dio. Ho anche una madre e fratelli e sorelle, qui e in cielo. Mi sento già così pacificata, che non riesco a esprimere questo stato. Nella casa dei miei genitori carnali non mi sono mai sentita così».

In effetti, la casa dei genitori è un vaso da fiori che doveva lasciare. L’uomo che resta e vive nella casa dei genitori, di solito, vegeta, si autodistrugge. Non costruisce la propria vita e avrà difficoltà nel cammino spirituale.

È naturale che in monastero la sorella senta di avere una famiglia, di avere un padre e una madre. Allo stesso tempo, promette che morirà qui. «Resterai in questo monastero fino all’ultimo tuo respiro?» si dice nel rito della tonsura monastica. È l’unica casa nella quale promettiamo di restare fino all’ultimo respiro. Ma qual è l’ultimo respiro? È proprio l’istante in cui godremo in pienezza della nostra eredità, che abbiamo già ricevuto e per la quale abbiamo firmato al momento della nostra tonsura. Con il pensiero all’ultimo respiro, dice: «Gheronda, se mai arriverò nella casa del Padre, dove “vi sono molte dimore” (Gv 14,2), come mi sentirò?» Diremo forse che si sentirà gioiosa e compiuta? Diremo che si sentirà come un angelo o come una martire? Credo che non sentirà nulla di speciale, perché là sentiremo come sentiamo qui. Se qui viviamo l’inferno, lo stesso inferno vivremo anche là. Se qui viviamo il paradiso, lo stesso paradiso vivremo anche là. «Ciò che uno semina, quello pure mieterà» (Gal 6,7). Ciò che prepara, quello mangia. Come si prepara il letto, così dorme. Stendi paglia, ferraglia, un giaciglio morbido? Là dormirai. Ciò che acquistiamo qui, lo portiamo con noi. Non esiste uno spostamento da qui. Qui è il nostro ultimo respiro. In realtà, l’ultimo respiro non è quello che diamo nella tomba. La nostra anima respira anche dopo la morte. Il nostro ultimo respiro è quello che trasferisce l’uomo nell’eternità, cioè l’istante della seconda Venuta. Dunque, fino alla seconda Venuta saremo come siamo stati qui. Fino al nostro ultimo respiro vivremo questa familiarità e solo allora ne godremo definitivamente. Allora verranno posti il sigillo e l’amen.

Fonte:  Povățuire duhovnicească. Răspunsuri la scrisorile maicilor; Emilianos Simonopetritul, Arhim.

Lascia un commento